Sesso Gay in “Dankon” e Lady Jaye al Torino Film Festival

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Magnifiche scene hard omosex nel thriller estremo giapponese "Dankon" di Sion Sono e l'incredibile storia gender di Genesis P-Orridge che si è trasformato in sua moglie a colpi...

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Queer. Nel senso etimologico di ‘strano, eccentrico’. È la parola giusta per definire il primo weekend del Torino Film Festival dalle sfiziose proposte queer, appunto.
Strana la fastosa e blindata cerimonia di apertura al Teatro Regio, venerdì sera, con un tappeto rosso da fare invidia a Cannes e star del calibro di Penelope Cruz, Charlotte Rampling e la nostrana Valeria Golino in veste di giurata. Strano il fatto che il grande regista finlandese Aki Kaurismäki non sia venuto a ritirare il premio Gran Torino dalle mani di Penelope Cruz, lasciando il pubblico esterrefatto. Strana la sua risposta in conferenza stampa, dove si è presentato alticcio con birra in mano, alla nostra domanda: “È vero che non l’ha voluto da Penelope Cruz perché testimonial dell’Oréal?”. “Si può essere un’attrice o una mannequin ma non entrambi”. Imbarazzo in sala. “Se avessi vinto la Palma d’Oro mi sarei suicidato” continua incerto. “Quando ho vinto il Fipresci a Cannes non sono andato a ritirarlo perché ero in montagna a giocare a poker e ho pure perso”. Sergio Castellitto gli ha risposto a mezzo stampa dandogli dell’ubriacone.

Strano l’avvincente film di apertura, “Moneyball” di Bennett Miller tratto dall’omonimo romanzo di Michael Lewis sulla storia vera dell’allenatore della squadra di baseball degli Oakland Athletics che risollevò dalla polvere grazie a studi economico-matematici di un suo collaboratore nerd. Un insolito dramma sportivo che ribalta l’epica fanfarona da American Dream tipico del cinema hollywoodiano. Da Oscar l’interpretazione sofferta di Brad Pitt: il suo sguardo dolente che incornicia il film vale la visione (sì, anche le sue rughe: sta invecchiando come tutti, e assomiglia sempre di più a Robert Redford).
Strani due film queer molto diversi tra loro: iniziamo con l’estremo “Dankon: The Man” (“Cazzo: L’Uomo”) del regista di culto giapponese Sion Sono, a cui è dedicato l’omaggio della sezione “Rapporto Confidenziale”.

Un killer di nero vestito, il cui feticcio è un robot giocattolo da cui non si separa mai, s’innamora di un avvenente ragazzo ferito nell’eccidio a un tavolo da gioco e inizia una lunga fuga in cui semina vittime su vittime (ma prima le insemina!) . Un trip visionario decisamente hard, praticamente muto – se si escludono i gemiti dei personaggi – con molte scene di sesso gay esplicito girate assai bene con copulazioni sotto la pioggia, in un prato, in macchina, a tre sul tetto di una casa, e una messa in scena curata che ricorda un po’ Kitano e Park Chan-Wook. Un autore da scoprire.

Nel riuscito documentario “The Ballad of Genesis and Lady Jaye” della francese Marie Losier, si ricostruisce l’incredibile storia del cantante Genesis P-Orridge, leader del gruppo punk Psychic Tv e pioniere della musica industriale negli anni ’80 nonché autore di choccanti performance sessuali d’avanguardia sui palchi di mezzo mondo (pissing estremo, fetish, body art accusata di satanismo). Una decina di anni fa, Neil Andrew Megson – questo il vero nome dell’artista – ha intrapreso la più radicale delle sue performances, cercando di assomigliare il più possibile, attraverso una serie di operazioni di chirurgia plastica, al grande amore della sua vita, la seconda moglie Jacqueline Breyer detta Lady Jaye (e viceversa: anche lei si è fatta rimodellare i lineamenti), assumendo l’identità ‘pandrogina’ fittizia di Breyer P-Orridge “per raggiungere uno stato perfetto di ermafroditismo”: davvero l’ultima frontiera del genderismo.

Nel 2002 Lady Jaye mancò improvvisamente tra le braccia del marito/moglie (il cd degli Psychic Tv ‘Mr. Alien Brain Vs. The Skinwalkers’ è dedicato a lei), facendolo precipitare in un profondo stato di prostrazione: da allora Neil Andrew si è come ‘reincarnato’ in questa nuova identità che fonde le due personalità ormai indistinguibili.
La vicenda è talmente strana che l’opera ha un suo appeal piuttosto originale ed è davvero disturbante osservare Genesis e Lady Jaye bendate – e praticamente identiche – a Times Square dopo l’ennesimo intervento chirurgico. Temiamo che un doc così non verrà mai distribuito in Italia ma speriamo che riesca a trovare almeno un suo percorso almeno all’interno del circuito di festival gay nazionali.
Il miglior film del festival visto finora è la magica commedia di Woody Allen “Midnight in Paris”, il suo migliore da almeno un decennio.

Un atto d’amore non solo nei confronti dell’adorata Ville Lumière ma soprattutto del potere immaginifico della fantasia e della creazione letteraria che prende corpo quando il protagonista Gil (un simpatico Owen Wilson) incontra grandi intellettuali vissuti negli anni ’20 vagando dopo mezzanotte per le vie di Parigi: dalla sublime scrittrice e collezionista lesbica Gertrude Stein, una magnifica Kathy Bates al suo grande amico Pablo Picasso, da Hemingway a Dalì (un irresistibile Adrien Brody), da Scott Fitzgerald a sua moglie Zelda (Alison Pill di “Milk”), dal leggendario Cole Porter alle sue strepitose feste in cui si vede un istrionico pianista gay. Cameo di Carla Bruni, poco più che un’apparizione, nel ruolo di una guida turistica. Venerdì uscirà nelle sale tradizionali.
Strano? No, stra-imperdibile.

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