Tutto ciò che mai avremo: Saltburn, la queerness e l’ossessione di classe

Tra Mr Ripley, l’ossessione di classe e il tema della queerness, "Saltburn" di Emerald Fennell è soprattutto il resoconto bruciante di una mancanza.

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Tutto ciò che mai avremo: Saltburn, la queerness e l’ossessione di classe - Sessp 16 - Gay.it
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Se ne sta parlando soprattutto per le scene pulp e gli snodi vampireschi, per i momenti di malcelata necrofilia e per quel finale spiazzante sulle note di Murder on the Dance Floor, ma Saltburn – da poco su Amazon Prime Video – è, almeno nelle intenzioni, molto più di questo. Alla sua seconda prova cinematografica – indubbiamente più sfocata della prima – Emerald Fennell vuole raccontare l’ossessione di classe, la manipolazione e il triste trionfo dell’estetica opulenta.

Oxford, 2006. Oliver Quick, interpretato magistralmente da un credibilissimo Barry Keoghan, viene ammesso al college grazie a una borsa di studio. È socialmente impacciato, veste con capi di Oxfam e guarda tutti di sottecchi. C’è un abisso tra lui e gli altri, tutti belli e ricchissimi, per questo sfrontati e onnipotenti. Rampolle e paparini irraggiungibili, cigni alteri, presi da sé stessi e dal niente, marionette dell’alta società. Un milieu, questo, a cui Quick guarda con acrimonia e con maniacale voglia, con gli occhi del timido voyeur. È soprattutto Felix Catton (un Jacob Elordi bravo, ma meno convincente) a ossessionarlo: lo indiavolano i suoi occhi e il corpo, lo fanno ammattire le sue gambe e la sua voce, lo tormenta la sua presenza, anche solo la sua esistenza, il suo passaggio sulla terra. Così, delicato come un felino, gli si avvicina e lo convince – lo inganna, scopriremo poi – per infilarsi nella sua tana. La dimora dei Catton, una magione labirintica, che chiama alla memoria le architetture botaniche di Lewis Carroll e quelle marmoree dell’Abbazia di Northanger, è il palcoscenico perfetto per questa parabola. Quick, il medio-borghese che si finge orfano e indigente, dà il suo scacco matto e tenta la scalata aristocratica: dai margini conquista il centro, trasloca (fisicamente, metaforicamente), cambia pelle e cambia volto (la bravura di Keoghan è tutta qui: riesce a sovrapporre le facce, a sdoppiarsi con grande disinvoltura, angosciosamente). Alla fine, ormai non è più uno spoiler, porta a compimento la sua trasformazione e ultima il salto carpiato, raggiungendo l’Olimpo.  Il prezzo è altissimo: Quick-Keoghan, l’outsider, distrugge famiglie e sicurezze. Come un’erba malevola, una gramigna, guasta le fondamenta di un’intera schiatta, corrode il nucleo minimo della società.

 

Tutto ciò che mai avremo: Saltburn, la queerness e l’ossessione di classe - saltburn 1 - Gay.it

 

Benché gli sviluppi siano di gran lunga più prevedibili, anche qui come accade con il Tom Ripley di Patricia Highsmith, il protagonista-villain gioca, sia con i suoi compagni sia con gli spettatori, una mano pericolosissima, finendo per autoproclamarsi re (nudo) di un impero già decadente. Il ragazzo goffo dell’inizio è ora uno spietato cannibale, quel corpo imbranato e inadeguato, alla fine, si libera di tutto e danza felice. Nelle vene scorre l’adrenalina dell’alta società, la foga di chi sa di essere arrivato ben oltre il tetto del mondo. Ecco che Saltburn, allora, è soprattutto questo: un film sul desiderio e sulle classi sociali. Non tanto sulla lotta di classe, quanto più sulla psicosi di classe, sull’invidia e la rabbia del freak che, non avendo più niente da perdere, perde tutto e guadagna di più. E proprio la scena finale sembra raccontare – molto bene, questa volta – quell’istante di vertigine liberatoria, il momento estatico di chi può finalmente permettersi di lasciare andare. Anche il desiderio è un privilegio. Solo i ricchi – i ricchissimi, ormai – possono goderne. Solo loro possono esagerare, smarginare e debordare. Dicono quello che vogliono, mangiano quello che vogliono, giudicano e si contraddicono, sbagliano perché sanno di poter recuperare. Invece, chi ricco non è, castra ogni pulsione, quelle spietate, certo, ma anche quelle più naturali. Serve vincere, serve intascare, per liberare tutto.  Occhio a chi ha vissuto di ritagli – sembra dire Fennell – perché, spesso, appena può, si prende tutto quello c’è.

Ovvio è che – e questo va specificato attentamente – Saltburn non è in alcun modo una pellicola sulla classe operaia, che anzi è assolutamente relegata fuori dai perimetri di questa storia. I più poveri non ci sono: se ci fossero, il film sarebbe diverso. Forse più interessante, forse invece ancora più ovvio. Fennell racconta la rabbia borghese e la cupidigia dell’aristocrazia, quello spazio d’intercapedine, ormai sottile, che rende più oscuro il discorso sulle caste. Vien da pensare che la lente della classe non sia altro che un espediente per raccontare chi non dimora al centro del mondo, tutte le soggettività che, per un motivo o per l’altro, vengono private del cono di luce. Soprattutto, mi sembra, quella di Fennell è un’opera sulla fragilità dell’egomostro: cosa succede a chi, in un contesto di egomaniaci, è costretto alle soglie? Cosa succede a tutti coloro a cui viene negata la possibilità di credere che il proprio piccolo inutile ego valga qualcosa in questo dedalo spinato che è il nostro mondo? La risposta è lapalissiana e risiede nella crisi, nello sgretolarsi individuale che spinge al gesto efferato, al pensiero estremo.

The New Image of 'Saltburn' Hottie Jacob Elordi Is Making Us Thirsty AF

In questo discorso sui margini e l’accettazione – vien da sé – il tema della queerness trova uno spazio sicuro e coerente. Quick è un personaggio ambiguo, certamente queer, con ogni probabilità bisessuale, che usa il suo supposto svantaggio sociale per manipolare l’oggetto del suo desiderio affettivo. In questo caso, Felix, lo sciupafemmine. Non potendo averlo, forse non potendo neanche immaginare di possederlo, Oliver lo circuisce, gli mente e lo segue. Mentre si finge amico, si immagina amante. Mentre occupa le sue stanze, fa di Felix il suo peep show: lo sbircia, lo segue, ne indossa i vestiti, beve l’acqua in cui eiacula e poi si lava, interrompe i suoi amplessi. Se Oliver non può amare Felix, allora forse può sostituirsi a lui, disintegrandolo, estirpandolo dalla sua terra. Complice una gestione della fotografia da Premio Oscar (il direttore è Linus Sandgren, lo stesso di La La Land, per intenderci), Saltburn può essere letto come il resoconto caravaggesco di un’ossessione bruciante, che è lontana dall’essere una specificità personale, ma che anzi è terribilmente diffusa: l’ossessione per ciò che non abbiamo, che non potremo mai avere. 

 

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