Robert Gober: il dramma dell’AIDS negli occhi del sopravvissuto

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Epitaffi profani e omosessuali, le sue opere cercano di rendere giustizia al lutto negato per le persone cadute sotto l'impeto dell'AIDS.

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Doorframe, 2014-15 © Fondazione Prada, Milano
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Corner Door, 2014-15 © Fondazione Prada, Milano

In Streets of Philadelphia, Bruce Springsteen cantava il difficile percorso di un uomo ferito e ripudiato mentre si aggira senza sosta per le strade della città, dove nessuno voleva aiutarlo e attorno a sé “[he] heard voices of friends vanished and gone” (“sentiva le voci di amici svaniti e andati”). Era questa la condizione con cui migliaia di persone dovevano vivere durante l’aggravarsi dell’epidemia dell’AIDS: abbandono da parte delle istituzioni, solitudine e la certezza di essere condannati.

Robert Gober, nato nel 1954 e attivo a New York in quel periodo, visse e sopravvisse quegli anni, impotente di fronte al silenzio del governo e agli attacchi della religione, mentre attorno a lui a migliaia cadevano come foglie sotto l’impeto della malattia.

Le esigenze psicologiche che il dolore e il trauma dell’esperienza domandavano, spinsero l’artista alla creazione di forme tanto semplici quanto inquietanti che mescolano autobiografia a storia sociale, inconscio personale a inconscio collettivo. Infatti, i suoi lavori sono per la maggior parte meticolose ricreazioni di oggetti comuni, con una predilezione per la sfera igienica e famigliare. Tuttavia, sebbene sembrino ciò che il nostro cervello ci dice che siano, qualcosa non va: sono disfunzionali, sono violate, sono svuotate della vita di cui godevano prima che una forza sregolatrice le travolgesse.

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Untitled, 1984

Pensiamo ad Untitled del 1984: la forma è quella di un sink un lavabo (ispirato ai lavabi che vedeva da piccolo alla casa dei nonni e nella cucina della madre), ma a rimanere sono la sua struttura e i due fori dei rubinetti: tutto ciò che connota un lavabo manca. In questo senso, l’opera di Robert Gober va letta non in base a ciò che c’è, ma a ciò che dietro giace.

Se inserito nel contesto dell’AIDS, il riferimento a un’igiene impedita, alla mancanza di acqua e di ciò che le permetterebbe di scorrere sottolinea l’irreversibilità e l’impossibilità di lavare o grattar via una malattia che, una volta contratta, era ormai troppo tardi.

Allo stesso tempo, il fatto che sia proprio un lavabo ad essere scelto dall’artista americano come simbolo di un ragazzo gay deceduto a causa dell’AIDS ci riporta a uno dei luoghi più in uso all’epoca per fare sesso anonimo e occasionale – uno spazio che ben presto divenne uno dei centri di contaminazione più famigerati: il bagno pubblico.

Il riferimento si fa più evidente in Three Urinals del 1988, dove non sono le mani, ma l’organo maschile a fare da protagonista.

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Three Urinals, 1988

Gli orinatoi, così vicini, spingono chi li osserva a rendersi sia partecipanti che voyeurs passivi di un incontro che è già avvenuto. Come amici e familiari visitano la tomba di un defunto, così i visitatori sparsi per il mondo fanno visita a queste opere, rendendo giustizia, consciamente o inconsciamente, a un lutto che ha mancato di arrivare per anni.

Tenendo a mente quale sia il fil rouge che lega la maggior parte dei suoi lavori, anche altre opere assumono un significato più grave e traumatico. E’ questo il caso di Plywood del 1987, costituito da un singolo pannello di compensato fatto a mano, la cui immagine banale e ovvia, si impone come monito della riproducibilità e non-esclusività di ogni singolo uomo.

Plywood, 1987
Plywood, 1987

In Untitled (Bed) del 1986, è invece la cruda e impeccabile riproduzione di un letto a farci chiedere quale storia ci sia dietro, chi ci dormiva e cosa, soprattutto, gli sia successo.

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Robert Gober, Untitled (Bed) 1986
Untitled (Bed), 1986

Tuttavia, per quanto intrisi di significato possano essere, il senso di pacatezza formale che questi lavori emanano alla vista assume in altri casi un carattere morfico. Nel titolo, nelle forme, negli incroci… le opere si deformano e si antropomorfizzano, come i protagonisti di un sogno inquieto prodotto da una mente in disperata ricerca di un senso di fronte al trauma dell’AIDS.

Robert Gober, Untitled, 1998, wood, steel and enamel, 81 5/8 x 58 x 41 3/8 inches
Untitled, 1998
Untitled, 2009-2010
Untitled, 2009-10 © Fondazione Prada, Milano
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Pitched Crib, 1987
Robert Gober - Untitled (1999)
Untitled, 1999
Untitled, 1990
Untitled, 1990
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Untitled, 2012

L’aggiunta di arti e di forme antropomorfe non avvenne fino al 1989, quando la situazione sembrava solo che peggiorare. Fino a quel momento, gli oggetti erano stati spogliati di ogni connotazione vitale o funzionante, permanendo comunque nella loro natura di oggetti, per quanto carichi di significato. Col progredire della malattia, il trauma aumentò e di pari passo anche la necessità di mostrare più esplicitamente la verità viscerale che dietro quelle opere si celava.

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