Balenciaga, qu’est-ce que c’est?

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Demna Gvasalia e la prima sfilata uomo di sempre. Egotismo e megalomania o nuovo corso per l'idea di uomo nel fashion system?

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Tutti aspettavamo Balanciaga ed è divertente quanto strabiliante come in questi tempi di debunking endemico per ogni informazione notiziabile, qualunque buzz provenga dalla cricca Vetements o semplicemente attorno ad essa si sviluppi, assuma le caratteristiche di un culto anche piuttosto fondamentalista.

E già all’indomani del primo show uomo di sempre per la storica maison, fioccano aneddoti e reference che paiono pronti da scolpire nel marmo, a perenne monito e imperitura (fashion) memoria. Chissà se si tratta di una capacità innata del collettivo, o di una congiuntura favorevole data dai dati di vendita e dagli illustrissimi ambassador di questa nouvelle vague con le spalle delle giacche che arrivano ai gomiti.
E quindi tutto quel che c’è da dire sulla sfilata è stato già consegnato alla storia.
La famelica ricerca di Demna Gvasalia negli archivi quasi centenari della maison Balenciaga, dove trova un cappotto che pare Cristobal stesse creando per sé, a cui però mancava una manica. Manica che era croce dello spagnolo e della sua magnifica ossessione per fit e volumi. Allora Demna lo prende, trova la chiusa, cuce la manica e lo fa diventare la prima uscita di questo show, colmando il vuoto tra passato, presente e futuro. Designer messianico e dopo il miracolo detentore della legacy di quello che quasi unanimemente è considerato la più importante entità fashion del ventesimo secolo.
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C’è poi la parte outstanding, già icona del nuovo corso. Le spalle delle giacce. Esagerate, abnormi, armatura surreale in cui i corpi galleggiano. Ed è subito David Byrne col suo Big Suit, che in Stop Making Sense (Jonathan Demme, 1984, forse il più bel concert movie della storia del pop) diventa più grande e grottesco ad ogni canzone, fino ad inghiottirlo.

David_Byrne_Big_Suit

Metafora ai tempi visionaria ma azzeccata di come lo yuppismo allora prettamente reaganiano avrebbe avuto la meglio sulla frizzante fauna occidentale, ma oggi forse poco più che una boutade virale per un designer che ha fatto delle spalle il proprio archetipo.

E ancora, sempre, di spalle si parla quando escono i bomber. Claude Montana e le sue spalline totali. Mensole-à-porter ambulanti su cui donne in carriera potevano caricare tutto il peso del capitalismo rampante e imperante.

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In pasto al mercato si gettano i completi slim fit, quelli veramente interessanti. Doppio petto a vita stretta, pantaloni a sigaretta che si svasano appena prima di fermarsi sopra la caviglia, per concedere attenzione a stivali cafoni e fighissimi. In questi outfit si legge la possibilità di fare cassa e forse non è azzardato pensare anche a una (non così) nuova idea di uomo effettivamente percorribile. Questi che sembrano i cattivi lividi e borghesi contro cui l’ispettore Derrick bovino conduceva le proprire indagini, anche se certo rivisti e corretti.

Per onor di cronaca va citata anche la sfumatura apertamente queer dell’uscita in viola, dove con broccato cardinalizio si confeziona una divisa libertina da rave new world.

Quel che resta e forse stuzzica è la mancanza di un giudizio definitivo. Nuovo corso o the great fashion swindle?

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