Final Portrait, quella strana amicizia tra James Lord e lo scultore Giacometti

Presentato al 35esimo Torino Film Festival il discreto biopic di Stanley Tucci in cui però s’ignora l’omosessualità dello scrittore James Lord.

James Lord fu uno scrittore americano gay morto a Parigi nel 2009 all’età di 86 anni, noto soprattutto per due monumentali biografie di artisti, Alberto Giacometti e Pablo Picasso, suoi cari amici.

Il rapporto col primo, scultore e pittore svizzero quotatissimo – la sua scultura bronzea Pointing Man fu battuta due anni fa da Christie’s per la cifra ciclopica di 141 milioni di dollari – viene raccontato in un biopic ben recitato ma un po’ anodino, Final Portrait di Stanley Tucci, presentato ieri alla stampa nella sezione Festa Mobile del 35esimo Torino Film Festival.

Siamo nel 1964. Di passaggio a Parigi, James Lord viene invitato da Giacometti a posare per un ritratto le cui sedute, invece che un paio di giorni, durarono settimane perché l’artista non era mai soddisfatto del risultato, costringendo Lord a rimandare in continuazione il suo ritorno a New York.Geoffrey Rush è come sempre bravissimo, aiutato anche da una evidente somiglianza col vero Giacometti, e questa volta gigioneggia persino un po’ meno del solito. Funziona meno Armie Hammer, anche perché il suo personaggio è piuttosto monolitico e la sua omosessualità viene soltanto accennata in una battuta della prostituta Caroline (la graziosa Clémence Poésy) che frequenta assiduamente Giacometti. Persino quando parla al telefono con colui che si presume essere il suo fidanzato, non si capisce nemmeno se si tratta di un uomo o di una donna. Peccato, perché il confronto tra l’omosessualità di Lord e l’irruenza bizzosa dell’artista etero che umiliava la paziente moglie Annette (Sylvie Testud, la migliore del cast, coraggiosamente a seno nudo nella scena in cui posa per il marito) amoreggiando con Caroline persino nel suo studio, poteva dare vita a dialoghi spumeggianti invece trattenuti dalla struttura ripetitiva della sceneggiatura – sostanzialmente lunghe sedute silenti, passeggiate al cimitero e qualche bevuta al bar – in cui spiccano solo alcune battute taglienti nei confronti di Picasso, ex amico di Giacometti che ‘diceva un sacco di stronzate’. Così, il rapporto tra i due amici non evolve in maniera particolare e il regista Tucci (lo ricorderete soprattutto come attore, in particolare nel ruolo del collaboratore gay di Miranda Priestley ne Il diavolo veste Prada, ma è addirittura al suo quinto film da regista) cerca di cogliere, non sempre riuscendovi, ciò che è più difficile da rappresentare visivamente, ossia l’impasse creativa, il dilemma della generazione dell’impulso artistico, quell’incertezza disagevole che caratterizzava Giacometti, mai convinto di portare effettivamente a termine le proprie opere come se il consegnarle alla visione pubblica rappresentasse la loro morte (uno degli argomenti preferiti di discussione dell’artista che sarebbe deceduto due anni dopo).

“Di fronte sembri un bruto, di lato invece un pervertito” ironizzava Giacometti nei confronti di Lord – tra l’altro la classicità angelica di Hammer lo rende troppo avvenente – imprigionato nel suo ruolo di modello-Sisifo costretto a ripetere le sedute tra gli ossessivi e spazientiti ‘Fuck!’ di Giacometti, finché non trova la collaborazione del fratello dell’artista, Diego, interpretato da Tony Shalhoub, assai efficace, quasi paterno nel suo ruolo di confidente-spalla.

Ti suggeriamo anche  Chiamami col tuo nome, fan art riscrive il film con un lieto fine - il video

Decolorato dalla fotografia tenue di Danny Cohen che privilegia la scala di grigi delle sculture di Giacometti, Final Portrait si lascia vedere ma lascia un po’ con l’amaro in bocca chi avrebbe voluto sapere qualcosa di più sull’amicizia tra James Lord e l’artista svizzero.

Sarà distribuito nelle sale da BIM a metà febbraio.