Land of Mine, quei giovani sminatori tedeschi umiliati e abusati

Nell’interessante dramma di Zandvliet un drappello di prigionieri smina le coste danesi

È un episodio rimasto sepolto nei dimenticatoi della Storia, tornato alla luce grazie a un interessante dramma danese tuttora nelle sale, Land of Mine – Sotto la sabbia di Martin Zandvliet: circa 2600 ragazzi tedeschi dai quindici ai diciott’anni, prigionieri di guerra, furono utilizzati per sminare le coste danesi per cinque mesi, da maggio a ottobre 1945, da circa due milioni di ordigni antiuomo disseminati lungo le spiagge dall’esercito di Hitler in previsione dello sbarco degli alleati.

La metà di questi baby soldati morì o rimase pesantemente mutilata a causa delle esplosioni: un numero di vittime maggiore dell’intero periodo dell’occupazione tedesca in Danimarca. Questo trattamento violava palesemente la Convenzione di Ginevra del 1929 sul trattamento dei prigionieri di guerra ma le autorità britanniche e danesi bypassarono le norme a riguardo definendoli “persone arrese volontariamente al nemico”.

Nel vibrante film di Zandvliet ci si concentra su una squadra di sminatori striscianti comandati a bacchetta dallo sprezzante sergente Rasmussen (Roland Møller, azzeccato) lungo un litorale semideserto: il rischio è altissimo, basta un piccolo errore di calibratura per esplodere in mille pezzi, spesso le mine sono sovrapposte rivelandosi trappole mortali. Così, le vittime si sommano in una tragica sequenza che sembra non avere fine.

Per i sopravvissuti, le condizioni di vita erano comunque pessime: i prigionieri tedeschi venivano considerati un impiccio, il cibo scarseggiava, i giovani soldati occupavano casupole fatiscenti. Con un buon livello di tensione nonostante qualche sminamento di troppo (ma si gioca sulla ripetizione ossessiva dei gesti come in una sorta di tragico mito di Sisifo condannato a ripetersi senza sosta), Zandvliet si dimostra piuttosto abile, attraverso un sorvegliato stile realistico, nell’evidenziare il contrasto tra l’ambiente idilliaco, apparentemente incontaminato, e la carneficina in corso, costruendo veri personaggi credibili – i gemelli simbiotici, il biondo belloccio bisognoso di un riferimento paterno, il ribelle disperato – in grado di smuovere nel sergente apparentemente cinico oltre ogni misura un’umanità fino ad allora rimossa dietro la finta corazza del militare irreprensibile dedito ad eseguire ciecamente ordini calati dall’alto.

I poveri minorenni erano anche facili prede sessuali di altri militari pronti a sfogare rabbia e violenza: in una scena di grande intensità uno di loro diventa un orinatoio umano fra lazzi e disprezzo assoluto. C’è quindi davvero del marcio in Danimarca? Chi conosceva questa grave responsabilità di uno degli Stati all’apparenza più attenti ai diritti umani?

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“L’offerta inglese di prigionieri di guerra tedeschi per le operazioni di sminamento – spiega il regista – mise il governo danese davanti a un dilemma politico. Rifiutare l’offerta sarebbe stata una decisione molto impopolare sia agli occhi del pubblico danese che delle nazioni alleate circostanti. La Danimarca come nazione aveva ancora una brutta reputazione dopo la guerra. E gli inglesi erano gli eroi assoluti: i liberatori della Danimarca. Tuttavia, costringendo i giovani prigionieri di guerra tedeschi a sminare la costa danese, si potrebbe sostenere che la Danimarca abbia commesso un crimine di guerra”.