POLLO E CURRY, AMICI PER LA PELLE

Due diciottenni fuggono in India e i genitori pensano che siano gay. Nonostante l’impegno della Mezzogiorno, ‘Lezioni di volo’ resta un film modesto: dialoghi inascoltabili e sceneggiatura zoppicante.

Sembrano fatti l’uno per l’altro, Apollonio e Marco, i protagonisti dell’ultimo film di Francesca Archibugi Lezioni di volo. Due diciottenni di buona estrazione spensieratamente fannulloni che passano il loro tempo a fare scherzacci alla Amici miei sputacchiando sui passanti dal tetto di un palazzo. Non a caso si fanno chiamare Pollo e Curry, a riprova di una complementarietà anche fisica: il primo (Andrea Miglio Risi, figlio di Eliana Miglio e Marco Risi) è alto, pallido, segaligno, con capelli a cespuglio e lineamenti efebici: «Non gli piacciono le ragazze, non gli piace Totti, non gli piace niente!» pensa di lui il padre antiquario ebreo; l’altro (Tom Angel Karumathy) ha la pelle color ebano – è di origini indiane, adottato da piccolo – modi più maschili e un marcato accento romano. Quando entrambi vengono bocciati all’esame di Maturità, pensano bene di scappare lontano, in India, per evitare le ire funeste dei genitori che temono la fuga d’amore («Saranno mica gay?» adombra terrorizzata la madre di Apollonio a quella di Marco, psicologa).

Sballottati nella caotica India contemporanea, in men che non si dica vengono derubati da un tassista ma si salvano grazie a una dottoressa italiana di Medici Senza Frontiere, la trentenne Chiara (Giovanna Mezzogiorno), che li porterà in un villaggio nel deserto del Rajastan, dove lei opera come volontaria. Pollo si invaghirà di lei, parzialmente ricambiato nonostante la differenza d’età e il suo stato civile – Chiara è sposata con un dottore scozzese – mentre Curry deciderà di cercare la sua madre naturale proseguendo a sud, nel Kerala.

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Rimpiangiamo i tempi della prima Archibugi, quelli de Il grande cocomero e Verso sera, quando il …

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Rimpiangiamo i tempi della prima Archibugi, quelli de Il grande cocomero e Verso sera, quando il suo sguardo sempre affettuoso e materno verso l’adolescenza non sapeva di accomodante e televisivo come in questo modesto film di formazione dai dialoghi inascoltabili e infarciti di battutine che strizzano continuamente l’occhio allo spettatore (sicuramente non ha fatto bene alla regista girare nel 2004 l’adattamento manzoniano Renzo e Lucia per Canale 5). Peccato, perché l’ambientazione indiana realista e antibollywoodiana si prestava a un’interessante riflessione sul confronto culturale tra modelli di vita opposti ma l’impostazione generale soffre di una grave pecca, l’aver completamente trascurato l’imprescindibile spiritualità di quella terra, a parte una curiosa scena ambientata in una chiesa ebrea in India giusto per evidenziare il meticciato religioso ormai globalizzato su scala mondiale.

Il nerbo vitale della Mezzogiorno, poi, prometteva molto: lei ci mette impegno e volontà ma resta prigioniera di una sceneggiatura zoppicante in cui latita lo sviluppo psicologico dei personaggi, soprattutto nel rapporto col giovane Pollo (di nome e di fatto). Inoltre, per rappresentare la crudezza quotidiana del lavoro ospedaliero in avamposti così sperduti non basta certo mostrare un parto in primo piano: invece persino l’emergenza medica risulta edulcorata e ammorbidita al punto da dare un certo retrogusto insipido all’intera operazione. Tanto più che la recitazione di Andrea Miglio Risi è spesso sotto il livello di guardia, con l’aggravante di un’espressività monocorde, occhioni sgranati e bocca costantemente semiaperta (meglio Karumathy, anche se rischia di voler sembrare simpatico a tutti i costi).

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Risulta più interessante l’amicizia totalizzante dei due ragazzi – quando si ritrovano si abbracciano appassionatamente su un letto – che vuol essere un po’ una risposta alla banalità criptomachista in stile Moccia e ritrae un’innegabile femminilizzazione della nuova generazione di adolescenti maschi che si affacciano non senza preoccupazioni alla maggiore età.

Gli attori secondari fanno quello che possono ma i loro personaggi sono poco più che abbozzati (la migliore è la Finocchiaro, abilissima nella scena del pianto in macchina) e sorprende un’inedita Anna Galiena bionda nel ruolo della mamma di Apollonio, smarrita quanto il figlio se non di più.

A meno che non andiate pazzi per il fascino acerbo dei diciottenni, un film tranquillamente evitabile che, a dispetto del titolo, non decolla mai.

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