L’omocausto dimenticato: la storia di Pierre Seel, deportato omosessuale

Internato nel campo di Schirmeck-Vorbrück assieme al compagno, è stato l’unico deportato gay a raccontare l’incubo che ha vissuto.

In occasione del Giorno della Memoria, è bene ricordare che anche i membri della comunità LGBT venivano deportati nei campi di concentramento. “Utilizzati” per fare esperimenti, torture, come valvola di sfogo da parte delle SS, e sfruttati come risorse nella produzione di armi e carri armati. Tra tutti, lo straziante e commovente racconto di Pierre Seel racconta cos’è stato per lui l’Omocausto, e per quale motivo ha deciso di raccontarlo.

Pierre Seel è stato uno scrittore francese, nato il 16 agosto 1923 e morto il 25 novembre 2005. E’ stato l’unico omosessuale a raccontare quanto successo nei campi di concentramento, dichiarandosi gay solo quando tutto era finito.

La deportazione di Pierre Seel perché omosessuale

La storia di Pierre inizia con l’invasione tedesca in Francia, nel 1940. Appena 17enne, venne convocato dalla Gestapo, interrogato e torturato. Venne arrestato dalle SS il 13 maggio 1941, dopo aver scoperto suo orientamento sessuale. Come accadeva quotidianamente in quell’anno, fu caricato su un furgone e deportato in un campo di concentramento. A lui toccò quello di Schirmeck-Vorbrück, a 30 chilometri da Strasburgo. Torture, botte e lavori pesanti erano all’ordine del giorno. La vittima preferita dai medici nazisti per i loro esperimenti, in quanto omosessuale.

Passò lì sei mesi, da maggio fino al novembre del 1941. Il giorno peggiore fu quando suonò la campana per l’adunata. I soldati ordinarono a tutti di formare un quadrato, e di stare sull’attenti. Il centro era vuoto, ma sapevano tutti cosa sarebbe successo da lì a poco. Difatti, dopo pochi minuti le SS portarono al centro del quadrato un ragazzo di 18 anni. Pierre Seel lo conosceva bene: era Jo, il suo ragazzo. E stava per essere giustiziato. I soldati gli strapparono i vestiti, lasciandolo completamente nudo. Poi gli misero un secchio in testa e liberarono i pastori tedeschi. Erano addestrati ad attaccare, ed è quello che fecero. Saltarono addosso a Jo, mordendogli i testicoli, il collo, le gambe e le braccia. Continuarono finché non lo sbranarono completamente, e le urla cessarono.

Nessuno poteva fare nulla, o sarebbe stato attaccato a sua volta dai cani.

La vita di Pierre dopo la deportazione

Dopo i sei mesi passati nel campo, Pierre andò ai confini con la Russia come soldato tedesco. Alla fine della guerra, nel 1944, riuscì a tornare in Francia. Qui riprese la sua vita, si sposò ed ebbe anche tre figli. Tenne nascosta la sua omosessualità. Nessun sapeva nulla della sua deportazione, e lui non ne parlò mai volentieri.

Nel 1982, qualcosa cambia. Il vescovo di Strasburgo aveva iniziato una campagna omofoba e dopo quello che Pierre aveva passato, era troppo. Dichiarò ufficialmente il motivo della sua deportazione: era omosessuale. Ma erano anche gli Anni ’80, l’omosessualità era vista come una malattia, con l’HIV e l’AIDS che registravano morti su morti. Non potè più vedere i suoi nipoti, non aveva più una famiglia. Ma non si arrese: combattè per decenni per far ammettere alle istituzioni che anche gli omosessuali venivano deportati dai tedeschi. Che si era verificato un Omocausto.

La sua vittoria arrivò nel 2001, quando la società si convinse e ammise che la deportazione omosessuali era reale, e non era più un tabù parlarne. Anche il presidente francese Chirac riconobbe l’Omocausto, e indicò Pierre Seel come deportato omosessuale. 4 anni dopo morì, lasciando in eredità un bagaglio di storia dell’epoca nazista di inestimabile valore. Per la comunità LGBT e per il mondo intero.