Tango Queer Roma: il ballo fluido e liberato dagli stereotipi

Intervista a Cristiano Bramani, fondatore della prima milonga queer in Italia.

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“Balliamo, balliamo, altrimenti siamo perduti”. Così affermava la danzatrice e coreografa Pina Bausch. Il ballo è l’energia che cattura il ritmo della vita. Sulla pista tante storie si intrecciano, tanti sguardi si incrociano, tanti cuori si fondono. Eppure è la corporeità l’elemento cardine alla base di ogni passo. Nel ballo sono i corpi a parlare; sono i corpi gli unici strumenti capaci di unirsi e procedere assieme, in un momento di trascendente identificazione e rivoluzionaria complicità. Questo Cristiano Bramani lo sa molto bene. Danzatore classico e ballerino di tango professionista, Cristiano è il presidente e fondatore dell’associazione “Tango Queer Roma”.

Aperta nel 2011, con Walter Venturini come vicepresidente, rappresenta il primo luogo in Italia ad ospitare stabilmente una milonga queer (“milonga” è il termine usato per indicare il luogo dove si balla il tango). Da più di 10 anni, Cristiano è pioniere di un progetto innovativo nel nostro Paese: offrire un tango fluido e liberato dagli stereotipi. Ho avuto il piacere di intervistarlo per la nostra rivista.

In cosa consiste il progetto “Tango Queer Roma”?

Nella cultura argentina il tango è uno strumento di lotta politica. È sempre stato qualcosa di estremamente potente. Io lo facevo nel modo tradizionale ed è stato solo quando mi sono trovato a ballare con un uomo per la prima volta che ho capito veramente cosa provano le persone quando ballano tango. 20 anni fa ad Amburgo mi resi conto che esisteva un piccolo movimento di persone politicamente attive negli studi di genere che avevano coniato il termine “tango queer” e istituito un festival apposito. Ne rimasi folgorato e decisi di voler diffondere questa idea anche in Italia. Avevo compreso che poteva essere il modo di fare politica attraverso quello che facevo. Perciò, 15 anni fa iniziai portando una serata queer in ogni milonga romana che faceva tango tradizionale. Dopodiché, nel 2011 decisi di aprire un posto dove si insegnasse esclusivamente tango queer. Insieme a Walter abbiamo voluto mettere una bandiera. Siamo stati i primi in Italia.

Cosa ti ha spinto ad aprire la tua associazione?

L’idea è stata proprio quella di apportare delle modifiche importanti al tango cosiddetto ‘classico’. Il tango è il luogo in cui sono radicalizzati gli stereotipi di genere. Nell’immaginario di tutti c’è una specifica distinzione di ruoli: l’uomo macho che conduce e la donna molto femminile che è portata. È un ambiente nel quale è molto difficile, ma anche molto necessario e dirompente, decostruire tali stereotipi. Il mio progetto è fondamentalmente un gesto politico: cercare di rompere un sistema binario, cristallizzato e limitante.

Come rispondi a chi sostiene che un luogo queer dedicato al tango queer ci faccia scivolare nell’autosegregazione?

Rispondo con una frase di David Leavitt che cito sempre: “i ghetti sono fatti da chi ne sta fuori, non da chi ne sta dentro”. Il concetto di autosegregazione è un’altra di quelle cagate che tirano fuori quelle persone che vogliono far credere di essere aperte e liberate. Io ho avuto molte discussioni con tanti organizzatori di milonghe. Mi è stato detto, “ma perché fai una milonga queer? Io mica faccio milonghe per eterosessuali”. E qui torniamo al solito discorso: “il Pride a che serve? Mica esiste l’etero Pride”. Il mio obiettivo è che ci sia parità di condizioni per chiunque. Voglio che una persona queer abbia la possibilità e il luogo per poter accedere al tango come tutti gli altri. È un discorso di diritti. È ovvio che mi auguro che in futuro non ci sia bisogno di mettere una bandiera e che il tango queer lo si possa fare ovunque. Però penso pure che non c’è niente di male a mettere una bandiera che identifica un’alterità, una differenza. Dovremmo imparare a celebrare le differenze, non a omologarle. Il mio non è un ghetto, è un posto nel quale si fanno cose che ci piacciono e che possono appartenere alla nostra cultura. Perché dobbiamo diluirla in una cultura eterosessuale che ha altre regole?

È giusto quindi considerare il tango queer come un tango nuovo?

In realtà è sempre tango argentino. Viene semplicemente svincolato da quell’automatismo per cui se io sono un uomo devo ballare con una donna e guidarla. Tutto qua. Nel tango queer si svincola il genere dal ruolo, soprattutto il concetto di genere dal concetto di partner di ballo. È tango argentino, ma con la libertà di poterlo ballare con chi vuoi.

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Pic by Cristiano Bramani Tango, Facebook.

Quali sono i falsi miti da disimparare quando ci si approccia al tango queer?

Siamo abituati a pensare al tango in maniera binaria e, quindi, incompleta. Se proponi, guidi. Stando però da una parte sola ti perdi una metà del tango, una metà delle emozioni. Ti perdi tutta quella parte in cui ti affidi, ascolti e lasci che l’altro si prenda cura di te – cosa che nella nostra cultura non è concessa, in modo particolare agli uomini. È un’esperienza straordinaria secondo me.

Nella prima lezione hai detto che il tango è un’energia che si crea dall’incontro di due tensioni opposte. Trovi che questo ballo sia una metafora della relazione di coppia?

Certo. Assolutamente. Il tango ha bisogno di estrema collaborazione, condivisione totale e annullamento dell’io. Devi perdere il tuo egotismo e metterti in gioco con un’altra persona, sapendo che la tua parte è il 50%. Ma per collaborare con l’altro devi accettarlo, devi avere fiducia in lui. Tutte queste componenti sono fondamentali nel tango e hanno molto a che vedere con la relazione di coppia. E questo te ne accorgi solo mentre lo balli. Il tango tira fuori tutto quello che verbalmente e razionalmente non diciamo. Il corpo, dopotutto, non mente mai.

Ci sono difficoltà specifiche o differenti nell’apprendimento del tango queer?

In realtà dal punto di vista tecnico le difficoltà sono sempre le stesse, sia per le coppie queer che per le coppie cis o eteroformate. Sono quelle derivanti dal contatto stretto, che in qualche modo inibisce. Dopotutto, l’abbraccio è ciò che determina il grande successo di questo ballo. È un elemento estremamente intimo e potente, in quanto riduce la distanza sociale. Bucando quella bolla cominci a sentire l’odore dell’altro, il respiro, il calore, il battito del cuore. Tuttavia, ti dico che una maggiore difficoltà all’intimità la incontro di più fra uomini che fra donne. Le donne si abbracciano tranquillamente, senza problema del contatto. Gli uomini, invece, fanno molta più fatica a toccarsi. Sono soliti smorzare il ‘problema’ della femminilizzazione e dell’intimità dell’abbraccio con una giustificazione: sfidiamoci, giochiamo, cazzariamo.

Dunque a chi consigli di provare l’esperienza del tango queer?

Il tango in generale lo consiglio a chiunque, anche a chi non ha mai danzato. È un’esperienza consolante, riempitiva e arricchente. Ma per me il tango queer è per le persone non eterosessuali e con un’espressione di genere non binaria. Siamo qua per questo: uscire da quegli schemi patriarcali imposti da altri. Attraverso il mio progetto voglio spronare la nostra comunità a non credere che quello che viene da fuori è vero in assoluto, mentre quello che viene da dentro di noi è per forza sbagliato. Forse è il contrario…

Foto: © Cristiano Bramani Tango, Facebook

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