Apologia di Justin Bieber

Il King of Pop definitivo: analisi del più grande artista del XXI secolo.

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5 min. di lettura

Sono innamorato di lui da qualunque punto di vista. Emotivo, culturale, fisico, sessuale, tricotico, estetico, iconico, masturbatorio e sentimentale. È un prologo necessario per chiarire che, pur provando tali enormi sentimenti, quello che vado a fare non è il peana di un fan fuori tempo massimo e probabilmente un po’ rincoglionito. È la presa di coscienza, che a tratti è stata anche dolorosa, che quando parliamo di Justin Bieber ci troviamo davanti alla migliore rappresentazione vivente e mainstream dell’utopia umana contemporanea.

Una storia di fortuna ed impegno, successo, caduta e poi finalmente rinascita perfetta e imperitura. Soprattutto, diciamolo, una storia di talento. La storia di un bambino che canta, suona piano, chitarra e batteria a dieci anni.
Che di solito uno così pare un po’ freak.

Justin nasce nel 1994 dalla diciottenne Patty Mallette e da Jeremy Jack Bieber a London, Canada. I genitori non si sono mai sposati tra loro, ma hanno dato vita a due nuove famiglie. Justin è comunque amato e sostenuto da entrambi, dai nonni e da tutta la famigliona allargata.

All’inizio lo sport, l’hockey il calcio e gli scacchi, e una passione per la musica che però non sta al primo posto nella piramide del nostro. Canta e suona come un dannato, ma questo talento pare scorrergli dentro senza che il bambino se ne interessi troppo.
Il sogno americano si fa canadese quando la madre inizia a postare su youtube le esibizioni casalinghe del figlio. Nel 2007 il produttore Scooter Braun vi si imbatte per caso, si interessa, vede una miniera che ancora non è aurea, ma probabilmente il fiuto è sufficientemente tarato sul contemporaneo. Convince Patty Malette a portare il figlio ad Atlanta per registrare una demo. Correva l’anno 2007. Il resto è, ormai, storia della musica e soprattutto del costume. Di una nuova idea di cosa che è figo e di cosa non lo è, di moda, di tutto. A Bieber New World.

Il botto vero, mondiale, arriva nel 2009 via MTV durante la preparazione del lancio di Baby, primo singolo estratto da My World 2.0 che arriverà a gennaio 2010. È un momento d’oro per l’estetica twink. C’è appena stato un terremoto devastante lungo la faglia della musica per i teenager. Tutto l’indie-rock fatto di jeans skinnissimi e Converse All Star che aveva sconvolto gli adolescenti degli anni 2000 e nasceva dalle silhouettes di Hedi Slimane e dagli eccessi dei Libertines aveva perso la sua spinta e cercava di riciclarsi in mille piccoli refoli di avanguardia che non avrebbero avuto lunga vita. Nu Rave, Post-emo core e simili sfortunate avventure.

Il mainstream invece abbandonava l’uomo metro-sexual e cominciavano a spuntare barbe lunghe e camicie di flanella. Hipster non era ancora sinonimo di idiota. Sembrava qualcosa in cui valesse la pena investire tempo e bizzarria. Justin Bieber, o chi per lui, si trova davanti una generazione che sta per ottenere potere di scelta e di acquisto, ma non ha riferimenti forti.
La musica arriverà, per il momento quello che ha da offrire è un’immagine.
E funziona. Si ripesca e si centrifuga: la frangia l’abbiamo già vista, il trucker hat pure. Ma i fit baggy non ancora. Un bravo ragazzo canadese su Mtv.

Lui fa il suo e viene massacrato.

Spuntano come funghi tumblr sul genere Lesbians who look like Justin Bieber.
Il nuovo corso hipster non ammette il femmineo. Justin non ha un pelo, la stampa si prende gioco della sua sessualità. In un giochino idiota che ha funzionato per anni, soprattutto verso chi offre il proprio corpo in quanto tale, senza giocare sull’ambiguità. Eppure i teen di tutto il mondo impazziscono. E se ne fregano dell’ironia sputata su mezzi obsoleti come la stampa e la tv, mezzi di cui nemmeno sanno che farsene.

Justin Bieber è una lesbica, e allora? E allora la prima a capire il potenziale enorme e il lungo corso del messia del pop è proprio la lesbica più famosa d’america: Ellen DeGeneres che lo invita al suo osannatissimo talk show.

Un sodalizio, tra i due, che continua fino ad oggi. Lei lesbo-madrina che sferzandolo ne trae le migliori qualità. Lui, innamorato e riconoscente, con lei si lascia andare. E solo così si salva dalla curva discendente che lo investe dopo il primo successo.

Perché il biennio 2012-14 non porta niente di buono al nostro. Mala tempora currunt in una teenage angst che lo porta a esternazioni grevi e svaccate difficili da scusare.

Gli scazzi con la stampa e gli sputi alle telecamere, le risse e le puttane, il machismo esibito. E una guerra con gli altri idoli quasi baronetti One Direction che da Londra lo surclassano a suon di stile e ironia. Di endorsement per i diritti civili e ostentato omoerotismo. Sembra davvero perso Justin, in un vortice di tamarreide da cui pare impossibile salvarlo.
E anche sul gossip proprio non ci siamo. Mentre Harry Styles passeggia per Dalston con Cara Delevigne, il nostro è ancora in ballo con quel bel faccino americano di Selena Gomez, tira e molla senza fine, Disney-love story di cui non interessa più niente a nessuno. E lui è tutto un YOLO e uno SWAG, roba da bambini, da bulletti insicuri.

E anche stavolta solo Ellen riesce a ripulirlo da tutta la robaccia machista che si porta dietro.

Dalle ceneri di uno zarro però può nascere un dio.
Gli One Direction si sfaldano a causa di lotte intestine che nel giro di un quarto d’ora li trasfromano in un bel ridimensionato ricordo.
La foga di Justin sembra essersi placata. Non si vede per un po’.
A inizio 2015 esce il primo singolo che inizia ad essere considerato veramente valido dal punto di vista strettamente musicale, Where are you now in collaborazione con Skrillex e Diplo. E per la prima volta fa dell’autoironia un’arma mainstream.

Dopo essere stato arrostito al Comedy Central è, ancora una volta, da Ellen che chiede scusa a tutti, e una volta per tutte, per i suoi anni tormentati.

Ha ora carta bianca per diventare il definitivo Re del Pop e l’ideale maschile del decennio. E accade.
A 22 anni è testimonial world-wide di Calvin Klein, mantenendo il fascino androgino di un fisico strutturato ma teen e un viso che nonostante il passare degli anni non perde l’ambiguità gender.
E riesce a trasformare un brand stantìo in un feticcio fatto di slip bianchi che anche il sottoscritto non ha potuto fare a meno di acquistare.
Da idolo delle ragazzine diventa icona generazionale. Si fa passepartout nell’immaginario maschile contemporaneo a suon di Yeezy e Fear of God e HBA e chi più ne ha più ne metta.
Le ragazze lo vorrebbero come fidanzato.

I ragazzi vorrebbero essere lui.
I gay vorrebbero entrambe le cose.
Quando esce Purpose asfalta tutte le classifiche del mondo a suon di singoli, dischi d’oro e video che diventano diktat estetico. I più influenti magazine del pianeta si mettono in coda per averlo in copertina. Lui si concede senza parsimonia.

Quando su Instagram posta una foto con il culetto al vento, i suoi 76 milioni di follower impazziscono.
È arrivato al momento della sua carriera in cui può fare veramente quello che vuole.

E la cosa che ha sconvolto i più è che lo sta facendo bene.

Jacopo Bedussi

Qui il nuovo singolo uscito con Major Lazer:

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Valium 6.8.16 - 7:55

Il più grande artista pop dei primi 15 anni del XXI secolo mi sa che deve superare un po' la fase adolescenziale, e non mi riferisco alla mezza erezione che si è procurato per dire "ce l'ho più grosso", ma al fatto che probabilmente ha organizzato tutto questo solo per ripicca al meritato pugno che gli ha sferrato Bloom tempo addietro. Orlando > Justin

Avatar
Giovanni Di Colere 26.7.16 - 17:59

A me Justin Biberon non accende l'ormone ma neanche il neurone. E neanche il barbuto eccessivo mal lavato. Ma vive la difference come dicono i francesi.

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