Al buio della darkroom

Per anni è stata la perfetta metafora dello stato in cui le persone gay vivevano la loro esistenza. Odiata, amata, frequentata, rinnegata, la darkroom è la bestia nera del mondo gay.

L’Apeiron era un locale gay che faceva parte del giro delle "7 basiliche" che si visitavano a Roma durante la settimana. Questo almeno fino a quando chiuse improvvisamente qualche anno fa. Era in una stradina piccola e poco illuminata del centro della città. Di fronte c’era anche minuscolo cinema porno il che faceva della strada una piccola Soho, similmente sordida e viziosa sebbene condita in salsa amatriciana. Qui venivo con i miei amici tutti i martedì sera (era quello il suo giorno) quando avevo appena 19 anni. Avevamo formato un gruppo di coetanei che si erano incontrati al Mario Mieli, una rarità in epoca nella quale l’età media era di molto più alta.

Prima ancora che il vintage diventasse di moda il locale manteneva ancora il decor di una disco anni ’80 con tanto di pista da ballo a luci intermittenti, larga come una moneta da 100 lire sulla quale noi, e solo noi, ballavamo versioni non remixate dei classici della musica gay. In effetti il pubblico sembrava essere sempre piuttosto scarso, anche lontano dalla pista, e c’era da chiedersi come mai riuscisse a restare aperto visto che sembrava essere frequentato solo da noi ragazzini (senza una lira quindi del tutto inutili al suo sostentamento) e da quei quattro avventori, sempre gli stessi, che con il tempo avevamo imparato a riconoscere.

Il mistero si dipanò appena un anno dopo quando quasi casualmente (era l’età dell’innocenza che attraversai anche io sebbene solo per un breve periodo) scoprii che l’Apeiron possedeva un sotterraneo buio e cavernoso che tutti chiamavano darkroom. Era lì quindi che finivano i clienti che vedevo entrare ma che raramente poi ritrovavo ad aggirarsi per il locale! 

Come degli adolescenti che si avventurano di notte in una casa diroccata alla ricerca del brivido ci addentrammo per quelli che sembravano le segrete di un castello, con quell’ironia imbarazzata di chi cerca di dissacrare una curiosità proibita. Schermi con video porno rischiaravano appena gli antri bui e umidi e più mi addentravo più mi veniva in mente l’immagine pietosa di mia madre e della sua espressione carica di biasimo e dolore se per una qualche magica coincidenza mi avesse visto lì dentro. Sussurri, ansimi, gemiti di piacere e pure qualche sonora sberla, tutti protetti dall’anonimato del buio più totale, di quello al quale gli occhi non si abituano neppure dopo un’ora portandoti a sviluppare gli altri sensi (compreso il gusto) come il Daredavil della Marvel.

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Un luogo dove le ciance erano inutili, diretto, onesto nei suoi propositi dove poter scambiare con l’eccitazione di una fantasia cieca un’evidenza spesso deludente. A farmi ripensare a quel periodo ci si è messo un mio "amico" qualche giorno fa durante una cena con emeriti sconosciuti. "Lui ci andava spesso per dark!", fa indicandomi come se stesse smascherando l’esecutore di un crimine. Dall’altro capo della tavolata infatti si parlava di darkroom con quell’aria un po’ schifata di chi pare non sapere neppure come si scriva la parola. Non che la cosa mi tocchi ma non è neppure detto che gli affari miei debbano essere buttati sul tavolo tra una bistecca e un’insalata.

– "Davvero?", fa stupito uno dei commensali.

– "Sì le ho frequentate".

– "E come sono fatte?", mi chiede l’algida vergine reggendosi con una mano il colletto ben abbottonato della camicetta. Nella sua voce c’è un misto di morbosa curiosità e fascinazione per il peccaminoso che mi fa intuire che se solo ci finisse per davvero in una dark (ammesso che non lo abbia già fatto), dovrebbero poi mandare delle squadre si soccorso alpino per tirarlo fuori.

La dark è la bestia nera del mondo gay. Odiata, amata, frequentata, rinnegata diventa ottimo terreno di scontro quando non si riescono ad argomentare problematiche omosessuali molto più controverse (diritto a una famiglia? Cattolici gay? Il nuovo video di Lady Gaga?) facendo vestire ai convenuti gli abiti dei quaccheri più ortodossi del New England. La dark per anni è stata la perfetta metafora dello stato in cui i gay vivevano la loro esistenza, un paradigma fin troppo letterale della vita nell’ombra condotta da molti omosessuali.

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Le cose negli ultimi 30 anni, in Italia almeno, non sembrano migliorate a meno che non si voglia trovare nelle ospitate di Malgioglio a Buona Domenica un esempio di emancipazione. Forse è per questo che qui da noi c’è un proliferare di dark come nemmeno a New York nei primi anni ’80. Probabilmente ci fossimo conquistati una visibilità maggiore per le strade, avessimo lottato e ottenuto dei diritti degni di questo nome, forse, e ripeto, forse, sentiremmo meno il bisogno di rintanarci in darkroom, cruising bar, piazzole di sosta e cespugli erbosi. Ma queste sono considerazioni politiche e sociali che non hanno nulla a che vedere con la mia difesa delle dark per le quali rivendico il diritto ad esistere senza essere considerati dei collettori di biasimo e malattie.

Nessuno crede certo che tutti gli omosessuali, solo perché tali, debbano condividere una sessualità che si realizza nel buio di un retrobottega tra decine di altre persone intorno, ma neppure che la condannino come fosse la più abietta delle pratiche. È solo una modalità, tra le tante, di appagare la propria fantasia. Discutibile? Se ne può parlare, ma non come spesso accade, arrivando a toni da tolleranza zero in pieno stile Bush.

Basta dire che c’è a chi piace farlo accendendo candele al gelsomino mettendo su il "best of" di Nina Simone e chi preferisce contorcersi con degli sconosciuti nel retrobottega di un bar. Certo non è proprio l’incarnazione dell’amore romantico di fine ‘800 ma del resto nessuno entrerebbe in una stanza buia piena di sagome umane ansimanti con la speranza di uscirne in groppa a un cavallo bianco condotto da un principe in calzamaglia.

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L’accusa più grave, e più controversa, mossa alle dark è legata alla salute ma accusare queste della trasmissione delle malattie è come incolpare le automobili delle stragi sulle strade: dipende da come si guida. Del resto qualsiasi medico dotato di buon senso e di una professionalità scrupolosa vi dirà che non è certo il luogo che diffonde una malattia (a meno che non si parli di ebola, malaria o peste bubbonica) ma tutto risiede nella modalità e soprattutto nell’attenzione con la quale si conduce la propria vita sessuale.

E anche a quella cena, la piega poi presa dalla discussione mi ha fatto considerare come, più che la ragione, sia la superficialità e l’ipocrisia a muovere spesso la lingua. La darkroom infatti sta ai gay come il "Grande fratello" al pubblico italiano: nessuno lo guarda eppure sono 11 anni che sbanca l’auditel. Alla stessa maniera, nessuno ammette di aver mai scostato la tenda di una dark eppure quando passi davanti a quella di Muccassassina (e ne cito una per tutte) trovi un display salvacode e una voce metallica che scandisce: "serviamo il numero 556!".

di Insy Loan ad alcuni meglio noto come Alessandro Michetti