Il caso Povia? Trattiamolo come merita

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Povia canterà nient'altro che una storia come tante. Ma senza i tanti finali possibili. L'oggetto delle attenzioni delle associazioni che lo criticano, però, non dovrebbe essere il cantante...

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Sono molte le cose che non mi convincono di questa vicenda di Povia.

Da un lato c’è l’evidente necessità di un cantautore non eccelso – anzi, mediocre nei testi, basta ricordare i suoi "piccioni" – di farsi pubblicità lanciando nel Festival della Musica Italiana di Sanremo una canzone che racconta il vissuto di un ragazzo che da gay è diventato eterosessuale, narrando il passaggio da una condizione di infelicità ad una presunta di stabilità e sicurezza. È un vissuto personale, sacrosanto e unico quanto quello di chiunque viva sulla faccia della terra, che non mi permetto di giudicare più di tanto, se non fosse che il tutto è diventato una operazione commerciale strumentalizzata per ottenere visibilità sui media ad una canzone che molto probabilmente non sarà neppure bella.

Dall’altro c’è la necessità assoluta delle associazioni omosessuali di far sentire la propria voce contro una canzone che, nell’evento più atteso della musica italiana, esalta un vissuto della propria omosessualità lontano mille miglia da quanto queste giustamente combattono da trent’anni.

Ma qual è la sostanza?

Pare che la storia sia abbastanza banale e comune. Un ragazzo gay che vive male la propria omosessualità e che a un certo punto decide di provare la strada dell’eterosessualità, innamorandosi (o credendo di essersi innamorato) di una ragazza. Chi ha fatto – come il sottoscritto – councelling telefonico nelle associazioni gay per qualche anno, sa come finiscono queste storie, che in Italia sono molto meno comuni di quanto ciascuno di noi possa immaginare. Sono quelle che, causticamente, finiscono con lui che lo ritroviamo anni dopo in qualche parcheggio autostradale a “battere” in auto, con il seggiolino per il figlio sul sedile posteriore. O, molto più coerentemente, con lui che si re-innamora di un uomo

poco dopo o peggio ancora a quarant’anni, dopo che ha messo al mondo due figli e fatto credere alla moglie di essere il marito perfetto. O, ancora, con lui che se la risolve andando con una delle tante transessuali sparse per le strade italiane, che qualche desiderio lo devono pur soddisfare se hanno così tanti clienti. O, infine, con lui che si mette definitivamente l’anima in pace e sacrifica sull’altare della famiglia, della moglie e della prosecuzione della specie il suo orientamento sessuale e, in definitiva, la sua vita.

Se non fosse che è una operazione commerciale decisamente fatta sulla pelle delle persone che stanno scoprendosi gay e sul vissuto di chi lotta quotidianamente per un vissuto felice della propria omosessualità, di per sé la canzone di Povia sarebbe un racconto senza uno dei finali sopra descritti: un banale e tronco esercizio narrativo, che descrive emozioni, stati d’animo, riflessioni di uno che palesemente soffre di omofobia interiorizzata e trova la sua felicità innamorandosi – finalmente, nel suo quadro "clinico" – di una persona di sesso diverso dal proprio.

È un po’ per questo motivo che comprendo a stento il bailamme che sta scoppiando in questi giorni, facendo di questa vicenda un vero e proprio caso e di Povia agli occhi dell’opinione pubblica una sorta di martire delle associazioni gay considerate "estremiste", rendendogli solo un gran servizio pubblicitario (tanto che Il Secolo XIX, quotidiano di Sanremo, dà la sua canzone tra le due più favorite…), dando visibilità ad un Festival che negli ultimi anni ha sempre di più visto calare la sua audience e il suo ruolo di vetrina della produzione musicale italiana.

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Proviamo a dire allora due cose che sembrano opposte, ma che così opposte non sono: Povia può cantare quella canzone e le associazioni gay fanno bene a muoversi così, devono solo correggere il tiro.

La libertà di espressione non ha dei ma e dei se. O meglio, li ha, ma se insulta, denigra, usa violenza. Non se racconta un vissuto personale che ben pochi di noi condividono, ma che esiste, è reale. E non funziona il paragone con le minoranze razziali o religiose che qualcuno ha usato («vorrei vedere se Povia avesse cantato di uno che vuole diventare da nero bianco, o da ebreo cattolico», ha tuonato qualcuno): perché un orientamento sessuale non è né un dato non superabile, visibile ed oggettivo quale è il colore della propria pelle o l’etnia cui si appartiene, né una scelta vera e propria quale è quella religiosa, che non può portare all’infelicità proprio perché è frutto di una decisione oggigiorno modificabile in qualsiasi momento (mai sentito dire uno che sta male perché è valdese e non si accetta).

Del resto le associazioni lgbt non possono fare diversamente: tuonano perché devono ribadire che la scelta di quel ragazzo (perché in questo caso sì che è una scelta!) è potenzialmente insana proprio perché non è libera, ma frutto dei condizionamenti sociali. Semmai l’oggetto della loro attenzione non dovrebbe essere Povia, ma Sanremo: è infatti il Festival che, così come in nome della libertà di espressione accetta di dare voce ad un cantante che racconta uno spaccato di vita purtroppo non così atipico nel nostro paese, ha il dovere – specie perché servizio pubblico – di dare voce anche a chi ha da dire qualche cosa su quel percorso, o anche solo a raccontare il probabile epilogo di chi prova a “strozzare” il proprio naturalissimo orientamento sessuale. O, almeno, a dire che esiste un modo decisamente migliore per combattere l’omofobia interiorizzata: provare a vivere felicemente la propria omosessualità, facendo amicizie, costruendo relazioni, sperimentandosi e lasciandosi andare.

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