Suore barbute e organizzazioni eco-porno al Festival Mix

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Due comunità, queer ma non solo, al centro di altrettanti curiosi doc: il riuscito "Joy! Portrait of a nun" del canadese Joe Balass e l'ipnotico "Fuck For Forest"...

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In una società sempre più tecnologica, ad uso solipsistico di utenti-monadi in cui la condivisione è costantemente virtuale, il concetto di comunità è sempre più labile. È quindi stimolante analizzare due comunità, una del passato e una del presente, queer ma non solo, in altrettanti curiosi documentari, molto diversi fra loro, presentati entrambi al Festival Mix. Nel riuscito “Joy! Portrait of a nun” del canadese Joe Balass si scopre un simpatico vecchietto con lunga barba grigia raccolta in minute treccioline bambinesche, Mish (Fred Brungard), che nel 1979 fondò un bizzarro movimento di suore attiviste (tutti maschi gay, truccati vistosamente e spesso barbuti) dal nome emblematico di Sorelle della Perpetua Indulgenza, scegliendo per sé – ed è già un’epitome di camp – quello di Sister Missionary Position Delight. Con uno sguardo mai invadente che porta verso di sé le storie che racconta, tipico dello stile garbato di Balass, si viene accolti nella casupola di legno colma di ricordi accatastati in mezzo a un bosco nel Sud degli States dove Mish vive in una piccola comunità di Suore Radicali, ciò che resta dell’organizzazione che contava nel mondo circa 400 accoliti, sparsi un po’ ovunque: Australia, Colombia, Francia, Germania, Scozia, Svizzera, Regno Unito e Uruguay.

Insieme ad alcune consorelle fondatrici quali Sister Hysterectoria e Sister Clara Cum, il buffo Mish, occhiali a forma di cuore da improbabile Lolita Carmelitana e reggiseni imbottiti come paraorecchi, diede vita a un movimento che riuscì a raccogliere più di un milione di euro per varie cause tra cui la prevenzione dell’Aids manifestando un po’ ovunque per la difesa dei diritti lgbt e in particolare – ovviamente – contro le opposizioni cattoliche antigay. Ma a Balass non interessa tanto raccontare l’attività di queste strane Sorelle né i meccanismi di ammissione dell’ordine (scopriamo da Wikipedia che vi erano precisi criteri da seguire e percorsi da effettuare per ottenere il titolo di Novizia) quanto piuttosto ricreare la loro dimensione di autosolidarietà e condiviso spiritualismo, seppure un po’ naif, attenuando la carica carnevalesca e anticlericale che, nel tempo, le ha ‘facilmente’ accostate al fenomeno delle drag queen da cui però Mish prende le distanze: “Solo alcune di noi erano realmente mascherate”. Scopriamo così che varie Sorelle, dopo la militanza gay, hanno davvero preso i voti – immaginiamo come preti o frati – in monasteri istituzionali americani e chissà se inneggiano ancora al motto originale, ossia “Propagandare la gioia ed espiare la colpevolezza stigmatizzante”.

La migliore definizione di questa inclassificabile e simpatica scheggia impazzita, per vocazione, del movimento lgbt viene data da loro stesse: “Siamo come un test di Rorschach: macchie nere in un paesaggio umano. Ognuno ci vede quello che vuole”.

Un altro mondo, meno conciliato e sottilmente più inquietante, è quello raccontato dall’ipnotico “Fuck For Forest” del regista polacco Michal Marczak. La ONG che dà il titolo a questo doc magnetico seppur di non facile fruizione per la sua intrinseca lentezza, si occupa di charity davvero inconsueta: vende online porno amatoriale i cui proventi sono destinati a preservare la foresta amazzonica. A tutt’oggi quest’organizzazione eco-hard avrebbe raccolto circa 100.000 dollari andati alle tribù sudamericane per la tutela del loro ambiente naturale. Si seguono quattro associati della Fuck For Forest, neohippy pirateschi fra i 22 e i 32 anni, e in particolare il gender Danny, musicista di strada ex-fantino olimpionico (non partecipò alle Olimpiadi di Pechino del 2008 per sensibilizzare il pubblico sul maltrattamento degli animali, causando reazioni furiose in famiglia). Ci si immerge così nell’edonistica vita anarchica e disorganizzata del gruppo malvisto dalle associazioni ambientaliste tradizionali – il WWF ha rifiutato le loro donazioni – all’insegna della “liberazione delle nostre menti e il recupero del contatto con la natura e con noi stessi”.

I set porno non esistono: basta fare l’amore selvaggiamente ovunque, senza distinzione di genere, in un sottoscala o su un albero, ed essere ripresi da una hand camera (“There are no laws in love. Love is the law!”). La parte migliore è la seconda, quando il gruppo raggiunge finalmente il Sud America, facendo tappa a Manaus in Brasile, a Leticia in Colombia e nella peruviana Pevas dove vengono accolti amorevolmente dai locali. Ma quando presentano la loro attività in un’assemblea pubblica molto partecipata, il loro progetto viene mal visto dagli indigeni che dichiarano fermamente di non avere bisogno del loro aiuto quanto piuttosto di gente che dia loro un lavoro. Insomma, la crisi ormai è talmente globalizzata che persino la charity ha grossi problemi a farsi prendere sul serio.

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