Ossessione e purezza nella lingua e nella danza di Billy Cowie

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Sette azioni di "danza stereoscopica" in contemporanea sul filo dell'ossessione.

Sette azioni di "danza stereoscopica" in contemporanea sul filo dell'ossessione.Ossessione e purezza nella lingua e nella danza di Billy CowieFoto 1 - Sette azioni di "danza stereoscopica" in contemporanea sul filo dell'ossessione.
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Ossessione e purezza nella lingua e nella danza di Billy CowieFoto 2 - Sette azioni di "danza stereoscopica" in contemporanea sul filo dell'ossessione.
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Ossessione e purezza nella lingua e nella danza di Billy Cowie
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MANCANZA E OSSESSIONE,

BRILLO DI LUCE PURISSIMA

Una bambina. Una bambina di circa sette anni, con la frangetta, una bambina del pubblico. E una gonna di chiffon rossa con sandaletti di vernice rossi anch’essi. Seduta in grembo a sua madre, qui, tra noi spettatori. Grida a un certo punto “Ah ah!” guardando al soffitto. Irrompe liberatorio il suo “Ah Ah”, come se l’avessimo detto tutti, tutti noi. Tutti alziamo lo sguardo al soffitto. E’ il soffitto di uno spazio di servizio, tra il bar Luce e l’ingresso della Fondazione Prada. Ci sono le macchinette del caffè e dell’acqua per i dipendenti. E una panca lunga, di alluminio traforato. Su di essa quattro giovani ballerini in abito nero e mocassini si rimpallano un’immaginaria bolla di parole rimasta impigliata al soffitto “Beh! – Boh!  – Già! – Bah!”. Ma la bolla non c’è. In bocca i quattro hanno ciascuno una sola parola, uno dice solo Beh, uno Bah, l’altro Già e l’ultimo Bah. La danza dei quattro sfuma in un teatrino dell’assurdino: uno di loro infatti, a passo di marionetta, dice sempre e solo “Bah”. Introduce una rottura che interrompe il flusso di amicale complicità degli altri tre. Beh, Boh e Già nulla possono quando arriva Bah. E forse ognuno di noi, in quella stanza triste, volutamente grigia, di uffici volutamente Prada, avrebbe voluto abbracciare e consolare quel quarto ballerino che diceva Bah, che s’affacciava con un dubbio a interrompere le curve morbide della lingua e dei gesti accomodanti degli altri tre. E’ il vuoto della sintassi nella costruzione di una scena che ne prevede l’assoluta dominazione: è morta la sintassi, viva la sintassi, sulla panca a fianco al bar! Che proiezione ridicola subiamo inermi, ci ritroviamo alla macchinetta del caffè dei dipendenti con la sensazione di non poter far nulla per consolare quel povero quarto uomo, quel “Bah” che ci rode dentro. Abbiamo ancora un’ora per vedere le altre sei scene di questo “Attraverso i muri di Bruma” di Billy Cowie, di cui sotto trovate tutte le informazioni da cartella stampa.
Poco prima, nel cortile, c’eravamo accovacciati ai piedi della torre d’oro a guardare ancora una volta in su, ché due sentinelle della danza, ragazze plastiche nerissime vestite, sfarfallavano bandierine di raso nero e oro, segnando traiettorie contro il cielo della notte. Una voce di donna dagli altoparlanti dice con solida serenità “Ieri ho creato una nuova danza, una danza di paura”. E poi spiega di piccoli movimenti nervosi, aggiunge che sono volutamente coreografati. Che c’è un allarme, che sono gesti ripetuti, e poi “respiro respiro respiro”. La danza nuova andrà avanti per sempre, come il dolore dell’assenza quando è cristallizzato. Le due sentinelle sulla torre d’oro di Miuccia nel mentre continuano a costruire la scena visiva, mentre la voce, come un coro, certifica il ritratto di una ossessione.
Un’ossessione muove anche il corpo di una povera pazza che nel cortile appresso brevemente cerca di staccare se stessa dalle distrazioni di altri umani indecenti: la donna vuole abbarbicarsi all’albero di fichi che spunta là in mezzo. Ci vuole fare l’amore col fico. Dentro un magazzino appena dietro ci aspetta una performance incubata all’interno di un interno, è il dentro del dentro. L’ossessione è una chiusura verso dentro: la povera attrice danzatrice si affoga in un acquario pieno di luce bianca organica e segni grafici porosi, una luce lattea. Il suo corpo inscatolato si contorce con movimenti elettrici e morbidi. Un suono come di elettricità soffice, un piccolo tuono che gratta con il timore di muovere un fastidio, un’ossessione che quasi ci piace insomma. La povera infatti spiega dall’altoparlante che si sta attaccando un cavo elettrico al collo.
Al cinema inforchiamo gli occhiali 3D! Danze asincrone in un video deformato: i corpi delle ballerine su piedistalli di marmo subiscono allungamenti di prospettiva digitale, come un tentativo di rendere visivamente organico l’algoritmo del calcolo del 3D.
L’atto finale. Gli undici ballerini stanno infilati in panni color carne, davanti al lunghissimo specchio di trenta metri che ci riconduce verso l’uscita del complesso della Fondazione. Lo spazio prende corpo in un tutt’uno – ancora una volta in senso greco – con il pubblico e con la voce dagli altoparlanti, con la voce che spudorata parla di una mancanza. Testi magnifici scritti insieme alla scrittrice tedesca Silke Mansholt.
Molto bene devo dire. Tantissima lingua, la sintassi ci ha avvolti in una danza recitata, performata, spinta alla ricerca furibonda di un altrove, disperata aggrappata consumata ai muri, ai legni, all’osceno e alla purezza dell’assoluto di una mancanza e della di lei ossessione.
Di seguito le altre informazioni. (Giuliano Federico)

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