L’AMORE AI TEMPI DELLA GRECIA ANTICA

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L'omosessualità era un fattore determinante nella cultura degli antichi Greci. Veniva addirittura auspicato l'amore fra un adulto e un ragazzo giovane, come fattore educativo. Ma anche da adulti...

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Per gli antichi greci i rapporti omosessuali erano un dato di fatto, un elemento non indifferente del costume e della cultura. La prima descrizione a noi giunta delle pene che l’amore inevitabilmente comporta, sono quelle di Saffo; cioè quelle di una donna che amava altre donne. Dopo Saffo, in Grecia, l’amore tra donne, smise però di essere cantato e l’attenzione si concentrò sull’omosessualità maschile che rivestì un ruolo fondamentale nella vita della “polis”. La donna era la moglie, colei cioè che permetteva la discendenza, la continuità; ma l’amore ideale, quello perseguito e ritenuto capace di innalzare lo spirito, e che fece sospirare i poeti, era quello per i “paides”, cioè per i ragazzi. “Un gran guaio, un gran fuoco, una grande guerra mi venne: / Iliso, in età piena per l’amore – / quei sedici anni, il tempo fatale – insieme recando / grazie piccole e grandi”, scriveva Scintino. L’età giusta in un giovinetto per essere amato andava dai dodici ai diciassette anni. Dodici anni era un’età per i greci assai meno infantile di quanto non sia oggi: a Sparta, infatti, i ragazzi venivano affidati dalla famiglia ad un amante proprio a quell’età. A questo proposito scriveva Stratone: “D’un dodicenne il fiore mi godo; se tredici sono / gli anni, più forte desiderio sento; / chi n’ha quattordici spira delizia più forte d’amore, / più gusto chi nel terzo lustro va; / il sedicesimo è un anno divino: non io lo ricerco / l’anno diciassettesimo, ma Zeus”.

Amare un bambino minore di dodici anni era un fatto molto riprovevole, ma anche la fine della gioventù significava in molti casi la fine dei corteggiamenti. Quando spuntava la barba e i peli erano ormai folti, i fanciulli cessavano di essere appetibili. Barba e peli: ecco i pericoli. Una vera ossessione, per i “paides”, un’arma costante di ricatto nelle mani degli innamorati, quando l’amato eccedeva nel farsi desiderare. Ecco come Giulio Diocle scrive del bel Damone che fa il sostenuto: “Manco «bongiorno». Ma uno gli disse: «Damone stupendo / dunque non dice più manco ‘bongiorno’? / Ah, ma il tempo a punirlo verrà; tutto folto di peli / dirà ‘bongiorno’ e non avrà risposta»”.

In realtà, al di là delle convenzioni sociali, spesso gli amori pederastici si protraevano oltre i limiti previsti (è questo il caso, ad esempio, di Euripide e Agatone o di Socrate e Alcibiade). E con la stessa frequenza, l’amore nasceva fra due uomini, ambedue nell’età che teoricamente avrebbe imposto a entrambi di essere sessualmente attivi. Nell’antica Grecia, infatti, non si distingueva, come accade invece nel mondo moderno, tra omosessualità e eterosessualità, ma soltanto fra attività e passività. La prima sarebbe dovuta essere costume degli uomini adulti, mentre la seconda, stando alla consuetudine, comportamento riservato ai “paides” e alle donne. Pertanto, l’amore fra adulti poneva dei problemi; o, quantomeno, li poneva sicuramente a uno dei membri della coppia: quello cioè che assumeva il ruolo passivo dell’amato, sul quale ricadeva la pesante censura sociale della quale testimonia, inequivocabilmente, per l’Atene del IV secolo, il teatro di Aristofane. Dalle sue commedie esce infatti il quadro di una città dove, praticamente, non esisteva maschio adulto che non cedesse a quello che Aristofane considerava un vizio collettivo. Tutti gli ateniesi, secondo lui, nobili e uomini del popolo che fossero, si concedevano per abitudine e per godimento ad altri uomini. Dunque, nella realtà dei fatti, anche se l’usanza greca poneva un veto sull’amore fra uomini adulti e imponeva la fine di un amore per un giovane, nel momento in cui esso entrava nell’età virile, questo spesso non accadeva. L’amore, allora come oggi, travalicava le imposizioni sociali, superava i tabù imposti. Ciò che esso ispirava ha così regalato a noi moderni versi bellissimi, come quelli di Stratone per il suo Teudi, ormai non più splendido giovinetto: “Arsi, nel tempo che Teudi fra gli altri ragazzi brillava / come il sole che sorge fra le stelle. / Ardo tuttora, che d’una notturna peluria si copre: / anche al tramonto, è sempre sole il sole”.

BIBLIOGRAFIA ORIENTATIVA:

E. Cantarella, “Secondo Natura”, Roma, Editori Riuniti, 1988.

Reay Tannahill, “Storia dei costumi sessuali”, Milano, BUR, 1994.

Roberto Calasso “le nozze di Cadmo e Armonia”, Adelphi 1988

Kenneth Dover “L’omosessualità nella Grecia antica”, Einaudi 1985

Bernard Sergent “L’omosessualità nella mitologia greca”, Laterza 1986

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