L’AMORE E’ UGUALE PER TUTTI

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Cosa manca alle lesbiche e ai gay italiani per potersi dire liberi di amare? A partire dai racconti raccolti da Delia Vaccarello in Principesse Azzurre 1 e 2,...

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E’ possibile che il modo di vivere i propri sentimenti sia influenzato dal contesto storico e sociale in cui essi nascono? La domanda potrebbe sembrare oziosa, la risposta quasi scontata. Ma dopo aver letto Principesse azzurre uno e due, me la sono posta senza neppure accorgermelo.
Volendo usare altre parole, quelle che mi hanno suggerito le voci sapientemente raccolte, organizzate, ordinate, proposte da Delia Vaccarello: oggi in Italia due gay o due lesbiche sono veramente liberi di amarsi? C’è dell’amore tra due uomini o tra due donne che viene sprecato, che non viene vissuto fino in fondo, perché è un amore giudicato, negato, disprezzato da una parte della nostra civile, cattolicissima, benpensante società italiana? E’ la stessa cosa per un ragazzo innamorarsi della propria compagna di banco o del proprio compagno? Sono proprio identiche le difficoltà di una adolescente che si innamora della figlia dei vicini di casa, rispetto a quelle di una coetanea a cui piace il figlio del collega di papà?
A leggere i libri di Delia Vaccarello si rimane perplessi. Da un lato, infatti, vengono alla mente le storie (tante) dei ragazzi e delle ragazze incontrate negli anni della propria personale scoperta, negli anni vissuti al servizio degli altri in diverse esperienze associative, negli anni passati a colloquio con i propri studenti; dall’altro ci sono i racconti d’amore e di vita di donne tra donne, come recita il sottotitolo di Principesse azzurre. E tra le due immagini non si riesce a creare una totale sovrapposizione, perché troppo spesso, nella realtà, le convenzioni sociali, i condizionamenti culturali sono più forti della voglia di amarsi alla luce del sole.
In quei racconti si legge, per esempio, del coraggio che non conosce età. Corpo, ricorda, il racconto della Bonvicini che apre Principesse azzurre due. Una citazione, quella del titolo, di una delle poesie più belle di Kavafis (poeta gay alessandrino) che mi lascia senza respiro. Il poeta, che ha aperto alla poesia greca contemporanea le porte dell’immortalità letteraria, viene evocato come un monito. Ricordati! Ma di cosa? Ricordati che non è mai tardi, che l’amore non conosce età. Che è necessario darsi una nuova possibilità, finchè in noi c’è un soffio di vita. E non importa il sesso a quel punto, perché “una sera Marta le sfiorò appena le labbra” e bastò quel gesto delicato – della delicatezza che solo una donna può avere – a dire ti amo.
Dove è, di fronte ad una tale immagine, la morbosità con cui spesso si pensa alle relazioni tra due uomini o tra due donne?
Ma chiediamoci: è possibile che di quella immagine per primi noi, gay e lesbiche dell’Italia del 2005, siamo responsabili? Forse il desiderio di dire esistiamo, ci ha fatto commettere qualche errore nella nostra strategia di comunicazione. Non so fino a che punto in Italia si rifletta (o peggio si abbia la volontà di riflettere) su quali siano le modalità più opportune per creare un contatto tra la “comunità” gay e il resto della società.
Certo è che qualcosa sta cambiando e lo dimostrano non solo le due belle antologie della Vaccarello, lo dimostrano i libri sempre più numerosi che escono per grandi case editrici, alcuni diventati dei veri best seller, o i film – molti nelle ultime stagioni avevano riferimenti a relazioni omosessuali (Una casa alla fine del mondo, Camminando sull’acqua, La Mala Educaciòn, e prima ancora Far from heaven, The Hours). Libri e film questi, che entrano nel grande circuito della distribuzione e che non vengono visti e letti da un pubblico di nicchia, che parlano della quotidianità, fatta di tutte le paure, le incertezze, i pudori, i tremori, le passioni, le liti, le fughe che caratterizzano l’Amore, quello con la maiuscola che prescinde dall’orientamento sessuale dei protagonisti.
La vividezza dei sentimenti così variamente narrati, è capace di spazzare – o quanto meno mettere fortemente in crisi – qualsiasi stereotipo di cui l’immaginario dell’italiano medio si è finora nutrito, grazie alle macchiete dei film anni ’70 o alle maschere da avanspettacolo, o grazie ai muscolosissimi e svestiti ballerini dei carri del gay pride!
In Italia è così – lo dice molto bene Tommaso Giartosio nel suo bel libro edito da Feltrinelli, Perché non possiamo non dirci – si preferisce tacere o chiamare le cose con un altro nome. Come le “zitelle” del racconto della Cutrufelli, Silenzi e segreti, due cugine innamorate l’una dell’altra, che vivono una vita serena, resa tale da un amore che non può essere neppure nominato. Zitta, ordina la madre alla figlia dopo averle raccontato la vera storia delle due amanti.
Ma – verrebbe da dire – questo in fondo è il male minore. Peggio è la vicenda delle protagoniste de La casa di Magda, della Santangelo. Trasferitesi in un paesino, Magda ed Helen si devono presto accorgere di cosa voglia dire la parola omofobia e quanto faccia soffrire sentirsi diversi, quanto stress possa creare la paura dell’aggressione (non solo fisica) di chi ti odia per quello che tu non hai scelto di essere, ma per quello che semplicemente sei. Un amore tormentato dall’esterno, che rischia di fallire a causa delle tensioni causate dal mondo che le circonda. Ma è un amore saldo il loro, o meglio che dona fermezza ad entrambe. “Si stancheranno prima o poi…” e accostò le labbra alle sue – e ti immagini già la lenta dissolvenza sullo schermo del cinema. Superbo!
E poi Vita all’aria aperta, della Zanghì. Due gemelli un maschio e una femmina che si scambiano l’anima nel ventre materno: a lui piaceranno gli uomini a lei le donne. Ma le donne – si sa – spesso affrontano la realtà con più coraggio degli uomini. E così lui per non dire a se stesso e al mondo chi è, decide di farsi prete. Violetta, invece, rischia, rischia grosso innamorandosi di una turista inglese. Teme che lei vada via per sempre, ma l’amata insperatamente ritorna per condividere la vita e l’amore per l’arte.
Non dirsi, non (poter) dire chi si è, è un ostacolo all’amore o quanto meno alla serenità dell’amare. Scoprire i sentimenti dell’altro, temere di perderlo, vincere la competizione della conquista, l’insicurezza della lontananza, la paura del tradimento: chi non si è trovato in queste situazioni? Al loro carico emotivo, per i gay e le lesbiche si aggiunge il peso del giudizio altrui, se non peggio il gesto violento dell’omofobia, capace di negare l’altro, e di comunicare soltanto il massimo del disprezzo.
Mi torna spesso in mente lo spaesamento di un ragazzo, mio studente diciannovenne che non sapendo a chi raccontarsi, un giorno decide di farlo con me. Il suo ragazzo l’aveva lasciato, e lui – come è normale – ci stava malissimo. Ma non poteva parlare a nessuno del suo dolore. Nessuno sapeva che era gay. Quella vicenda si è conclusa per il meglio. Ha capito, da ragazzo intelligente qual è, che non si poteva andare avanti in quel modo e ha deciso di aprirsi. Prima con la sua migliore amica, poi con gli altri compagni di corso. Oggi ha trovato un altro ragazzo di un paio d’anni più grande di lui e sono innamoratissimi.
Quanti sono, invece, i ragazzi e le ragazze, che non hanno qualcuno con cui poter parlare?
Chissà poi se la mancanza di una tutela giuridica – che allontana la nostra società dal raggiungimento della parità tra le coppie eterosessuali e le coppie gay e lesbiche – non sia dovuta anche al fatto che, in genere, non si percepiscono i rapporti tra due gay e tra due lesbiche come rapporti d’amore uguali a quelli di tutti quanti “gli altri”? E tale mancata percezione è addebitabile in parte alla nostra afasia, al nostro tacere di noi stessi, al non raccontare ciò che siamo e proviamo “agli altri”?
L’omofobia è dentro di noi, l’abbiamo introiettata a tal punto da considerarla una condizione della nostra esistenza. Bisognerebbe imparare a non dare peso a certi atteggiamenti e a certi giudizi. Se a qualcuno urta il fatto che due ragazzi si bacino per strada, o se a qualcun altro dà fastidio che due ragazze camminino abbracciate, è un problema loro, almeno fino al momento in cui atteggiamenti che una coppia etero tiene in pubblico, disinvoltamente, senza pensarci, vengono negati ad una coppia gay o lesbica. Perché a quel punto un dovere civico, oltre al rispetto di noi stessi, ci dovrebbe indurre a reagire. Ci sono leggi in Italia che ce lo consentono: ma quanti processi in Italia si sono celebrati per reagire ad un insulto, o ad una violenza fisica, subita da un gay o da una lesbica per un delirio omofobico? Pochi, almeno quelli di cui si ha notizia. Pochi forse anche perché, incominciando un processo, si dovrebbe affermare – più o meno esplicitamente – “io sono gay”, “io sono lesbica” e questo è lo scoglio più difficile da superare.
La vera vittoria consisterà nel non rinunciare a vivere se stessi. “Astenersi dalla vita è un peccato vile”, viene da dire citando da Lettera di sola andata, della Viganò.
In Parlamento pendono proposte di legge che concederanno – una volta approvate – una tutela giuridica minima ad una coppia gay o lesbica. Tali norme, però, faranno molto di più da un punto di vista sociale e più latamente culturale. Una volta diventate leggi, metteranno gli italiani di fronte ad un’evidenza: non potranno più ignorare l’esistenza di relazioni d’amore stabili, serene, durature tra due uomini o tra due donne.
Le leggi – va detto – da sole non servono. Ad esse bisogna che si aggiunga il gesto quotidiano del riconoscimento dell’altro, il solo capace di fondare relazioni interpersonali autentiche. Suscitare un tale gesto era, evidentemente, l’intento di Delia Vaccarello nel dare alle stampe le sue antologie. Come al solito, però, i risultati sopravanzano le intenzioni. E nel caso di Principesse azzurre uno e due, non ci troviamo dinnanzi soltanto a pagine che testimoniano un impegno civile, perché moltissime di quelle pagine sono vera poesia. Ma questo è un altro discorso, che forse merita l’attenzione dei veri esperti di letteratura e non certo quella di un giurista appassionato di libri.

di Francesco Bilotta

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