La vulnerabilità è la forza della nuova generazione queer: intervista al fotografo Igor Pjörrt

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I suoi scatti dipingono una generazione, quella dei millennials, che vive un tempo fatto di conquiste già raggiunte, sfide già vinte, ma di difficoltà tutte nuove.

I suoi scatti dipingono una generazione, quella dei millennials, che vive un tempo fatto di conquiste già raggiunte, sfide già vinte, ma di difficoltà tutte nuove.La vulnerabilità è la forza della nuova generazione queer: intervista al fotografo Igor PjörrtFoto 1 - I suoi scatti dipingono una generazione, quella dei millennials, che vive un tempo fatto di conquiste già raggiunte, sfide già vinte, ma di difficoltà tutte nuove.
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Igor Pjörrt è un giovane fotografo: a scanso di equivoci, il suo cognome tradisce origini calde e portoghesi. Ha soli 20 anni ed è originario di Madera, un arcipelago non molto distante dal Marocco. L’isolamento forzato, dovuto all’infanzia passata con l’oceano intorno, deve aver influenzato i suoi lavori, che sono pervasi da una fragilità cronica, statica e solitaria. I suoi scatti rappresentano la fisiologica evoluzione dell’eredità della grande fotografia queer underground, in un mondo nel quale nulla è più sotterraneo. Dipingono una generazione, quella dei millennials, che vive un tempo fatto di conquiste già raggiunte, sfide già vinte, ma di difficoltà tutte nuove. Abbiamo parlato del senso odierno della fotografia, che vive un momento di accessibilità esasperata, ma anche del destino della gioventù LGBT.

 

Guardando i tuoi bellissimi lavori, si percepisce una sorta di vulnerabilità: credi che i giovani LGBT, spesso ritratti nei tuoi scatti, in questo particolare momento storico siano “indifesi”?

Per noi giovani LGBT la cerchia di amici è uno spazio sicuro, dove la vulnerabilità assume un valore speciale e ci consente di condividere le storie e ascoltarci l’un l’altro. L’esistenza e la rappresentazione di corpi LGBT da soli sfida quest’idea di vulnerabilità che è intrinsecamente debolezza e subito riafferma il potere che abbiamo acquisito dopo anni di persecuzioni e giudizio. Ovunque ci si trovi in questa scala immaginaria, questo fa parte della nostra identità. Ma penso che sia anche necessario spostarsi da questo discorso e parlare di altre storie che riguardano la comunità LGBT, che possono o meno intersecarsi con il tema dell’identità sessuale o di genere, al fine di umanizzare e catturare fedelmente coloro che sono spesso ridotti a essere considerati solo per i loro problemi.

Perché hai iniziato a scattare foto?

È iniziato tutto come qualcosa di molto intuitivo e giocoso, come scrivere un diario. Scattavo spesso mia madre mentre faceva le faccende di casa perché ero spesso senza molto altro da fare. Ripensandoci ora ero davvero entusiasta, perché sentivo di aver trovato un nuovo linguaggio nel quale poter essere molto più eloquente di prima, e avevo molto da dire. Era anche un periodo in cui ero diventato molto consapevole della temporaneità delle cose e della futilità: registrare qualcosa con la mia camera è iniziato a diventare per me una sorta di meccanismo di copia.

I soggetti delle tue foto sono spesso giovani ragazze e ragazze. Sono tuoi amici, fanno parte della tua vita privata o semplicemente posano per te?

Col tempo ho iniziato a sentirmi costretto ad approcciarmi a certe cose che avevo difficoltà a comunicare. È in parte per questo che non sono mai stato molto interessato a fotografare persone che non conosco – le persone sconosciute sono sempre state un soggetto difficile da rappresentare. I sentimenti sui quali ero concentrato erano l’amore e l’amicizia, che condividevo esclusivamente con le persone vicine a me. Quella vicinanza era importante specialmente perché non ho mai avuto una grande cerchia di amici mentre crescevo. Non è mai stata una rappresentazione pensata e programmata dell’universo queer la mia, era più mostrare un quadro intero e più complesso di una semplice binarismo immaginifico. Tutto questo accadeva quando l’età adulta sembrava ancora un concetto astratto e lontano e quando potevo ancora permettermi il privilegio di provare una sorta di sollievo nella malinconia. Credo che noi tutti possiamo percepire i nostri problemi internamente, anche quando li esterniamo in modo vago. Emergono facilmente, soprattutto in momenti particolari.

Come pensi che sia cambiata la rappresentazione dell’universo queer nella fotografia contemporanea rispetto, per esempio, ai lavori di Wolfgang Tillmans e Nan Goldin negli anni ’90?

È diventata molto più in vista abbastanza velocemente, non solo nelle arti figurative ma anche nei media mainstream. È di pochi giorni fa la notizia che l’ultimo anno è stato il migliore di sempre in quanto a rappresentazione dell’universo queer e delle persone nere in TV. Credo che nei lavori di Nan Goldin, per esempio, le persone queer non avessero un particolare interesse nel farsi vedere o nel farsi riconoscere. A prescindere dal contesto underground delle sue foto c’era ancora un livello di spontaneità che raramente vediamo oggi, prezioso nel suo duro realismo e nella sua onestà. Credo che recentemente l’arte queer si sia evoluta in una vena più individualista, confessionale e intimista, e questo non è affatto negativo. Questo propaga nuovi livelli di consapevolezza di sé che sono molto importanti per le minoranze, specialmente per imparare a capire com’è fatto esattamente il sistema che le opprime e come ci si può ribellare.

Cosa pensi dell’accessibilità esasperata, estrema e depersonalizzata del presente alla fotografia, con oggetti come smartphone o mini fotocamere?

Ha indubbiamente incorporato, in un modo radicale, nuove e molteplici dimensioni nelle nostre vite quotidiane. Sono felice di ciò perché a prescindere dal fatto che questo consente una profonda decostruzione della fotografia come media, è anche diventato un modo di rappresentare le nostre identità (o almeno, così sembra). È per questo che è estremo, perché in generale scattare una foto col tuo telefono è per molte persone anche riprendere qualcosa per quello che è. Ma anche se le fotocamere assomigliano molto l’un l’altra, credo che si possano comunque trovare caratteristiche uniche e interessanti in ogni scatto. Questo sembra valere a maggior ragione per quelle persone che sono cresciute senza l’accesso a questo tipo di tecnologia, forse perché non sono così avide quando si tratta di fotografare; quindi quando lo fanno, a prescindere da ciò che stanno catturando, sono estremamente attente. Spero un giorno di poter avere accesso alle foto dagli smartphone di ogni persona in tutto il mondo, soprattutto alle foto che non verranno mai condivise con nessun altro perché ritenute senza senso o troppo private. Ogni volta che ci penso mi vengono in mente foto di infradito, manicure, amanti, tramonti sfocati e selfie impassibili scattati sul treno la mattina. Personalmente, io sono per la seconda opzione.

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