La Gen Z è dipendente dalla musica: “È una terapia per il benessere mentale e fisico”. Ma Spotify aumenta le tariffe

Che cosa rappresenta la musica per la Generazione Z? Ce lo dice un'indagine che ha coinvolto oltre 2mila ragazzi e ragazze tra i 17 e i 26 anni.

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Gen Z musica dipendenza
Gen Z musica dipendenza
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La Generazione Z ha un legame profondo con la musica, e la usa come espressione emotiva. Per vivere meglio, insomma. Una notizia che non sconvolge poiché da sempre la popular music ha trovato nel pubblico giovane il proprio principale bacino di fruizione. Pensiamo infatti ai fan di Elvis Presley prima, dei Beatles poi, e, in tempi più recenti, delle Spice Girls e degli One Direction. Teenager e giovani adulti sono stati e continuano ad essere il target più importante per l’industria discografica. Quel che però emerge dall’Osservatorio Musica condotto da wabe – we are belive, che ha coinvolto una community di oltre 2mila ragazzi e ragazze tra i 17 e i 26 anni, consente di comprendere meglio le caratteristiche di questa relazione.

L’80%, ad esempio, ascolta musica almeno 10 ore a settimana, e non c’è un genere che svetta particolarmente sugli altri. Certo, ce ne sono alcuni più apprezzati (techno 13%, rap 11% e pop 10%), ma la Gen Z si definisce aperta e “di gusti musicali fluidi”.

A colpire è invece il fatto che oltre la metà degli intervistati ricorra alle sette note come vera e propria terapia per il benessere mentale e fisico. In particolare, il 18% ascolta musica dopo una seduta psicologica, per sfogare le proprie emozioni o per schiarirsi le idee. L’ascolto di musica viene associato anche ad un aumento della produttività: i giovani trarrebbero dall’esperienza uditiva idee e spunti utili a migliorare la propria creatività.

L’indagine ha evidenziato inoltre che la Generazione Z ricerca esperienze musicali originali e autentiche. Circa il 37% degli intervistati ha spiegato di comprare un biglietto per un evento musicale solo dopo aver visto su Instagram dei contenuti “emotional” degli artisti. I festival sono in cima alle loro preferenze. Nell’ultimo anno, infatti, il 90% delle persone intervistate ha partecipato ad almeno un festival e il 45% ha preso parte a due o più festival. I prezzi sembrano non spaventare più di tanto. Per godere delle emozioni che eventi del genere sanno assicurare, il 79% si è detto disposto a spendere fino a 500 € pur di esserci.

Se parliamo di piattaforme streaming, invece, Spotify non ha rivali presso la Generazione Z: il 72% degli intervistati si rivolge al servizio dell’azienda svedese, che stacca di molto la concorrenza (YouTube al 19%, Apple Music 6% e fanalino di coda Amazon Music con il 2% delle preferenze). Il report annuale di Spotify evidenzia che solo il 39% degli utenti ha un piano Premium su un totale di 608 milioni di utenti attivi. La Gen Z, quindi, si trova in buona parte ad ascoltare ancora la pubblicità tra una canzone e l’altra e la situazione è probabile che non cambierà prossimamente.

I piani di Spotify disponibili in Italia
Spotify, i piani in Italia

Si parla infatti di un nuovo aumento del servizio Premium da parte di Spotify dopo il primo rincaro dello scorso anno che aveva posto fine a più di un decennio di prezzi bloccati per il servizio di streaming musicale. Lo scrive Bloomberg, secondo cui l’azienda fondata da Daniel Ek prevede di alzare la quota di abbonamento in cinque mercati, tra cui Regno Unito, Australia e Pakistan entro la fine di aprile. Gli Stati Uniti dovrebbero vedere il rincaro entro fine anno: 1 dollaro al mese in più per i piani individuali, 2 per i piani duo e famiglia.

In Italia, al momento, non è dato sapere cosa accadrà. Ad oggi gli utenti possono scegliere tra l’abbonamento premium individuale a 10,99 euro al mese, il piano per studenti a 5,99 euro, il duo da 14,99 euro e il family da 17,99.

Fermo restando che un eventuale rincaro non farebbe piacere a nessuno, a prescindere dall’età, sicuramente la Gen Z potrebbe essere tra le fasce maggiormente penalizzate per un semplice discorso di potere d’acquisto. Al tempo stesso, però, ci vorrebbe ben altro per far spegnere la musica ai giovanissimi: si tratta di una “dipendenza” (più che salutare) che non ammette vie d’uscita.

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