A che punto si deve parlare di dipendenza dal sesso?

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Come si fa a tracciare una linea tra imbarazzo e problema reale? L'esperienza di un terapista con un paziente.

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“Penso di essere dipendente dal sesso”. John è un nuovo cliente. Ha 43 anni, gay, di successo, piacente. Ha un lavoro stabile, una casa di proprietà e una vita sociale intensa. John spende ore sulle app come Grindr e Scruff cercando sesso occasionale. John ammette che aveva dei dubbi nel vedermi e che non gli piace l’etichetta di “dipendente dal sesso”. Gli rispondo che lo capisco.

La parole “dipendente da” di solito evoca immagini che conosciamo. Una bottiglia di vodka, un ago, una manciata di pillole. Ma quando si dice “dipendente dal sesso” l’immagine non è altrettanto chiara. Il termine dipendenza legato al sesso è, nel migliore dei casi, un termine confuso e ha causato anni di discussioni tra gli psicologi per decidere se sia o no una vera e propria dipendenza. Alcuni terapisti preferiscono la parola compulsione. Altri preferiscono non definirla per paura di sembrare bigotti, ipotizzando che l’intero concetto demonizzi qualsiasi comportamento sessuale diverso dalla “norma” ( come lo scambio di coppie, il sado mado, il poliamore ecc).
A questo punto diventa importante dare la definizione base di ogni tipo di dipendenza. Dipendenza è la ricerca ripetuta e compulsiva di una sostanza, cosa o attività nonostante le sue conseguenze negative a livello sociale, psicologico o fisico. È una classificazione molto ampia, ma il punto centrale è che sia una cosa che crea problemi nella vita del soggetto. Per John, l’impatto del suo cruising online era minimo, all’inizio. Ogni tanto faceva tardi la notte ed era stanco al lavoro, ma per il resto era un dipendente affidabile. Aveva tempo per gli amici e molte attività ricreative. Ma nel tempo si è ritrovato sempre più legato alla ricerca. Guardava il telefono durante le cene con gli amici, per controllare se qualcuno lo messaggiava. Ha preso la gonorrea da un incontro casuale e la clamidia da un altro. Ha cominciato a cancellare le sue attività e darsi malato al lavoro. Faceva sesso tre o quattro volte a settimana con partner di cui non conosceva neanche il nome. Ha ammesso che la sua foga di trovare partner lo ha spinto ad andare con escort o nei locali per massaggi.
Per la comunità LGBT il sesso rappresenta un tema particolare, in quanto ha combattuto a lungo per il diritto di vivere la sessualità liberamente. A questo punto come si distingue un dipendente dal sesso da qualcuno che semplicemente si diverte? La realtà sta nel fatto che il problema della dipendenza da sesso non è relativa al sesso. La parola sesso in questa equazione è una specie di specchietto per le allodole. La dipendenza da sesso non è relativa al tipo di sesso che si fa. Il sesso consensuale tra adulti in qualsiasi forma che dia piacere e sia rispettoso e consensuale, non è il problema. Avere partner multipli o avere sesso molto liberamente, non è il problema.
Il problema è quando uno cerca regolarmente di fuggire il dolore emotivo o psicologico attraverso il sesso. I dipendenti dal sesso usano il corpo (proprio o altrui) per evitare quello che accade all’interno del corpo. E quindi, cosa accade dentro un dipendente da sesso? Molti di quelli che cercano di risolvere questo problema lo definiscono “vergogna tossica”. Molti di noi gay sono cresciuti con una triste confidenza con la vergogna. Essere gay in un mondo etero, cercare di evitare che il nostro segreto venisse scoperto, ha comportato, per molte persone LGBT, una grande lotta per sentirsi bene a livello psicologico. Non hanno fatto altro che ripeterci quanto la cosa giusta fosse dalla parte opposta rispetto a ciò che avremmo voluto e desiderato. Il nucleo centrale è sempre stato che noi siamo sbagliati, cattivi, immeritevoli di amore, e questi sono i pregiudizi che sono difficili da combattere.
È la vergogna tossica che alimenta la pulsione del dipendente dal sesso e il piacere sessuale è il modo per liberarsi di quella sensazione. Esattamente come il dipendente da eroina, il dipendente da sesso affronta costantemente il proprio “drago”. Un incontro più eccitante. Un orgasmo migliore. Più partner. È la ricerca di queste esperienze sessuali sempre più intense che trascina il soggetto verso la dipendenza. Una dipendenza che spesso trascina altre dipendenze tra cui quella delle droghe sintetiche.
John è cresciuto in una famiglia che gli ha dedicato poche attenzione. È stato oggetto di bullismo a scuola. Non aveva alcun amico con cui parlare della sua identità sessuale. Si è sentito completamente isolato. Per tutti questi motivi ha combattuto con un profondo senso di inferiorità e la convinzione che l’unico modo per sentirsi amato era attraverso il sesso. Ma il sesso con estranei, perché gli assicurava che non avrebbe corso il rischio di provare quelle cose che desiderava così disperatamente. La parola trauma è spesso associata con l’abuso sessuale, fisico o psicologico. Ma i traumi possono nascere da altre esperienze meno ovvie. La negazione di emozioni. La depressione. Alcuni considerano il crescere consapevoli di essere gay un trauma esso stesso.
Il dipendente, spesso non consapevole del suo trauma, trova un sollievo temporaneo attraverso la chimica dell’orgasmo. Il cervello e il fisico si riequilibrano emotivamente attraverso l’orgasmo. Ma è un ciclo vizioso. Perché all’euforia seguono un senso di vuoto e vergogna. La vita diventa insopportabile e c’è un pulsione ad aumentare il rischio, la durata o la frequenza del comportamento che da sollievo. Rompere questo ciclo e riconoscere di avere una dipendenza dal sesso è un processo di coming out che richiede un coraggio tremendo. Raccontare la propria storia. Credere che si sarà accettati lo stesso nonostante la paura di essere giudicati, di essere allontanati. Spesso è meglio nascondersi che provare ulteriore vergogna. Per superare la vergogna, il dipendente deve accettare di essere vulnerabile e accettare il rischio di “essere visto”. Deve imparare l’intimità. Un concetto che non è stato mai insegnato e che spesso non si sa come ottenere dal rapporto con l’altro.
Quando ho raccomandato a John di prendere parte ad un gruppo simile agli alcolisti anonimi, ha fatto molta resistenza. Mi disse che aveva completamente smesso di fare sesso. Gli ho spiegato che non era quello a fare la differenza. La differenza era evitare di rientrare in quei comportamenti che creano dipendenza. I gruppi inoltre davano a John la possibilità di parlare delle sue difficoltà in un ambiente che era libero da pregiudizi. E gli permetteva di creare un ponte tra il suo isolamento e quello altrui. Non è stato facile. Molte volte ci è ricascato ma poi è sempre tornato. Ha imparato a essere vulnerabile, ad esprimere il suo dolore e la sua infelicità, solo che ora li esprime in un modo più sano.
Durante la nostra ultima seduta, John mi ha confessato di aver finalmente iniziato a pensare di poter avere una relazione sana e amorevole – e con del gran sesso.
Questa testimonianza è stata pubblicata su Advocate da DANIEL LACOVARA, terapeuta familiare e matrimoniale di West Hollywood. 
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