Storia del mio bipolarismo: intervista ad Andrea Pinna

Da poco in libreria con "Il mio lato B(polare), il volume che racconta la diagnosi di bipolarismo, Andrea Pinna ha risposto alle nostre domande.

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andrea pinna lato b polare
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Classe 1986, Andrea Pinna raggiunge la notorietà online intorno al 2010, quando, grazie alla sua ironia caustica e irriverente, si fa notare per le sue Perle, aforismi ironici e che, da lì a poco, inizieranno a essere condivisi, citati, stampati su magliette, cuscini e cappellini. Andrea è uno dei primissimi fenomeni di Instagram: alle sue frasi seguono libri, ospitate, collaborazioni e, infine, la televisione. Nel 2015, in coppia con il personal trainer Roberto Bertolini, Pinna vince il reality itinerante Pechino Express. È il suo momento d’oro, eppure dietro ai sorrisi e alla notorietà, si nasconde lo spettro del bipolarismo.

Andrea Pinna, in libreria con Il mio lato B(polare), edito Harper Collins, ci ha raccontato la sua storia.

Storia del mio bipolarismo: intervista ad Andrea Pinna - Matteo B Bianchi 25 - Gay.it

Quando è cominciato tutto?

L’anno dopo aver vinto Pechino Express, io ho lavorato al programma nel Daily: facevo le stesse cose dei concorrenti senza essere in gara. I ritmi erano folli, lavoravo diciannove ore al giorno e dormivo due ore a notte. Questa mancanza di sonno ha fatto detonare un bipolarismo che era già latente dentro di me, inizialmente attraverso attacchi d’ansia e di panico. La cosa più importante per una persona bipolare è il sonno. Io devo dormire tra le sette e le nove ore, tutti i giorni. Se non dormo, sbarello.

Dagli attacchi di panico come sei arrivato alla diagnosi ufficiale?

 L’ultimo giorno sul set ho perso la vista, l’udito, l’olfatto e il gusto. Non riuscivo a parlare, ero come pietrificato. Tutto parte da una predisposizione, che poi si è aggravata anche un po’ per via dello stile di vita che ho condotto: ho lavorato a lungo in discoteca, per esempio. Se avessi saputo di essere predisposto al bipolarismo la metà delle scelte che ho preso non le avrei compiute. Ho cominciato con gli attacchi d’ansia e di panico, sì, ma anche con leggeri episodi allucinatori, poi diventati più intensi, e una prima diagnosi di ciclotimia. La situazione, però, si è aggravata e sono arrivato alla diagnosi di bipolarismo di tipo 1, quello più serio.

Il bipolarismo – dici nel libro – è un disturbo di fiamme e cenere.

Sì, di fiamme e cenere o, meglio, di up and down. Io ho capito di essere un bipolare stagionale: con il bel tempo mi carica l’up, con il cattivo tempo mi monta il down. L’up è più subdolo, perché sei convinto di poter dormire due ore al giorno e di poter lavorare sempre, sei la versione super di te stesso. Il cervello funziona così velocemente da dimenticarsi le cose. Io, per esempio, riempivo i carrelli degli shop online e compravo gli stesse articoli tre volte, perché mi dimenticavo di avere già evaso l’ordine. L’up ti rende anche più irascibile, perché ti senti imbattibile ma il tuo corpo ha dormito poco, quindi sei un fascio di nervi.

Il mio lato B(polare). Storia di una malattia - A. Andrea Pinna - ebook

I momenti di down, invece?

I momenti di down coincidono con la depressione, pensi sempre alla morte, vuoi solo morire. Tutto quello che hai, ti sembra brutto, ti sembra che stia tutto per finire. Non ti interessa fare niente, non ti interessa vedere nessuno. Io abbandonavo il telefono per settimane intere. Nessuno sapeva niente di me. Vuoi stare solo a letto, hai difficoltà ad alzarti, persino a farti la doccia. All’inizio periodi come questi sono brevi, poi tendono ad allungarsi. Il primo episodio è durato una settimana, poi sono stato a letto anche quattro mesi interi.

A causa della depressione hai tentato il suicidio diverse volte. 

Sì, era un’ossessione. Ogni giorno congetturavo intorno all’idea della morte. La mia ambizione era farla finita. Era un desiderio fanciullesco, incosciente. La voglia di morire corrisponde spesso a una carenza fisiologica. Per la depressione, io assumo il litio e diversi studi dimostrano, a questo proposito, come le città con più litio siano quelle in cui i casi di tentato suicidio scendono drasticamente.

Cosa ti ha salvato?

Qualche volta gli amici, ma raramente. Io cercavo la morte, poi quando stavo per procurarmela davvero, non volevo morire più. Ci tentavo sul serio, però: provavo a morire con un’overdose di farmaci, poi cercavo su Google come vomitarli. Era sicuramente una richiesta di aiuto, ma anche un tentativo di tornare ad apprezzare la vita. Mi avvicinavo alla morte per tornare ad amare la vita.

Qual è lo stigma più incallito?

Tutti confondono il bipolarismo con il cambio repentino di idea. Ci spacciano per volubili. Un altro stigma è relativo ai farmaci: io, al contrario di quello che credevo, non ho mai preso un farmaco che mi abbia reso felice. La medicina non ti droga, non ti allontana dalla realtà, ma anzi ti fa tornare in te. Ho provato almeno quaranta farmaci, nessuno di questi mi ha reso felice.

La malattia ha portato con sé gravi episodi psicotici.

Sì, sono stati un crescendo. Il bipolarismo ingigantisce le tue paure. Io in quel periodo ero terrorizzato che il mio fidanzato mi tradisse e, quindi, vedevo letteralmente orde di uomini che lo toccavano. In realtà, non era vero. Poi avevo paura dei ladri, che qualcuno entrasse in casa, e questo mi ha portato a vedere almeno cinquanta volte qualcuno entrare in casa mia. Li vedevo davvero, saprei descriverteli perfettamente, ma non era reale, erano allucinazioni.

Qual è il primo ricordo legato al ricovero?

La paura. Io ho combattuto tutta la vita per la libertà, mi faceva paura l’idea di essere rinchiuso, anche perché la nostra immagine degli ospedali psichiatrici è un po’ distorta. Immaginiamo gente allettata e vomitante, ma non è esattamente così. Il mio, tra l’altro, era un TSV (Trattamento Sanitario Volontario), sarei potuto uscire in ogni momento, ma in quella fase iniziale avevo paura di perdere la mia libertà. Invece, è stato tutto stupendo, è stato molto utile. Vedevo lo psichiatra quattro volte al giorno. La cosa difficile sono stati i pazienti, non perché fossero pericolosi, ma perché avevano storie molto più forti della mia. C’erano madri a cui erano stati tolti i figli per i troppi tentati suicidi, persone ricoverate che poi venivano dimesse, ma non avevano i soldi per comprare i farmaci e per curarsi. Io ho speso, per le cure, almeno 500 euro ogni mese. Io ho potuto farlo, ma se non li avessi avuti?

Oltre a creare cultura intorno a un tema ancora così tanto stigmatizzato, cosa ha significato per te personalmente raccontare questa storia?

L’ho fatto per ricordarmelo. Ho una pessima memoria, non voglio dimenticare niente. Qualche tempo dopo la diagnosi, poi, io ho fatto alcune stories Instagram in cui raccontavo di essere bipolare. Il giorno dopo la notizia era sui principali quotidiani nazionali. Mi sono a lungo chiesto perché la cosa avesse creato così scalpore. La risposta è: perché nessuno ne parla. Dovevo parlarne, dovevo scriverne. Otto persone su dieci che soffrono di disturbi mentali. Di questi, due su otto sono bipolari. Molti non lo dicono, molti altri proprio non si curano. C’è gente depressa a letto da anni, senza curarsi. Gente che non vuole curarsi, perché gli psicofarmaci fanno ingrassare. Persone che sono un po’ come i NoVax.

Cioè?

I NoVax non sono diversi dalle persone che vogliono curare un disturbo serio con i fiori di Bach. Bisogna fidarsi degli psichiatri. Un diabetico senza insulina muore. Per questo, deve curarsi. Deve essere la stessa cosa anche per le persone bipolari: non bastano l’affetto, l’amore e gli abbracci. Servono le medicine. La scienza vince su tutto.

Rivendicare la propria malattia, così come la propria sessualità, è un gesto fondamentale. Come si può, però, se si può, far capire che l’essere umano è un organismo complesso, che non siamo solo il nostro disturbo né solo il nostro orientamento?

Quando ho fatto coming out come persona gay all’età di circa vent’anni, tutti mi consideravano solo il ragazzo gay. C’è voluto un bel po’ di tempo a scardinare questa cosa: oggi sono gay, sì, ma sono anche sardo, sono pigro, sono chiacchierone, sono mille cose. Adesso è esattamente la stessa cosa, è come un altro coming out, la gente reagisce nello stesso modo. Le vedo le facce stranite. Infatti, io faccio così: lo dico subito di essere bipolare e guardo la reazione dei miei interlocutori. Dalla faccia che fanno capisco se hanno speranza di rivedermi. La maggior parte delle volte la risposta è no. Tutti ti prendono per uno squilibrato. Invece, se una persona si cura, può benissimo controllare il proprio bipolarismo.

Come vedi il tuo futuro?

So che dovrò sempre stare sotto controllo. La mia vita sarà sempre accompagnata da consulti psichiatrici e da medicine.

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