Perché il popolo LGBTQ dovrebbe occuparsi dei carcerati

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Il 6 novembre a Roma. Ecco perché noi che abbiamo subito per decenni ingiustizie e repressioni di ogni genere, dobbiamo occuparci dei diritti dei carcerati italiani.

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TUTTI ALLA MARCIA DEL 6 NOVEMBRE PER LE STRADE DEL CENTRO DI ROMA: I DIRITTI DEI DETENUTI SONO DIRITTI DI TUTTI.

Cosa c’entra parlare qui di detenuti, amnistia, diritti umani e così via? C’entra, c’entra eccome.

La scuola della lotta politica nonviolenta di Gandhi, Martin Luther King, Rosa Parks, Harvey Milk, e, per rimanere in Italia, di Danilo Dolci, Marco Pannella, Aldo Capitini, Rita Bernardini, persone coraggiose e anti-sistema, ci ha insegnato che battersi per i diritti umani delle persone non può limitarsi ad una battaglia per categorie o settori distinti tra loro. Le democrazie in qualche modo accolgono queste lotte e spesso diventano, grazie ai media e alla conoscenza, conquiste civili.

Un esempio per tutti è la (pessima) legge recentemente approvata sulle unioni civili, sostenuta da un ampio mondo politico e civile che certo non risolve il problema dell’uguaglianza ma garantisce in questa ‘fase di transizione’ molti ‘diritti civili’ alle coppie gay conviventi. Questa ‘fase di transizione’ così come lo sono stati i Pacs francesi terminerà solo quando si raggiungerà l’obiettivo del matrimonio egualitario.

Chi per decenni o secoli ha subito ingiustizie, vessazioni, repressioni di ogni genere, non può oggi non considerare tra le sue priorità la lotta per i diritti civili e umani della popolazione detenuta e dell’universo mondo carcerario, incluse le pessime condizioni di lavoro degli agenti penitenziari.

Abbiamo un sistema carcerario arcaico, vecchio, che risale nella sua forma più repressiva ai secoli scorsi, che non ha avuto una sua propria evoluzione sul piano della rieducazione e delle possibilità che tutti, anche i peggio delinquenti, dovrebbero avere per riscattare la propria vita dopo un incidente di percorso.

Gli unici a battersi in modo costante, determinato e nonviolento per accendere i fari su questo mondo sono stati in questi decenni, insieme a pochissime altre associazioni e volontari, gli esponenti e i militanti del Partito Radicale, guidati fino a qualche mese fa da Marco Pannella, scomparso lo scorso maggio che passava tutte le feste comandate dentro le carceri italiane.

E’ per questo che dal 40° Congresso del Partito Radicale Nonviolento, svoltosi dentro il Carcere di Rebibbia lo scorso settembre, è nata l’idea di promuovere il prossimo 6 novembre una Marcia per l’Amnistia, la Giustizia e la Libertà che ha l’obiettivo di sensibilizzare la classe politica sul tema del carcere e chiedere azioni e interventi drastici per rivoluzionare l’attuale sistema carcerario e per interrompere la costante violazione dei diritti umani così come ripetutamente richiamato dalla Corte Europea di Giustizia.

La manifestazione è intitolata alla memoria di Marco Pannella e ciò che è forse ancora più scandaloso, per noi convinti anticlericali rigorosi e testardi, anche a Papa Francesco, che ha dimostrato una grande sensibilità al tema dei diritti dei detenuti dedicando la giornata del 6 novembre al Giubileo dei carcerati (e abolendo l’ergastolo dentro le mura del Vaticano pochi giorni dopo il suo insediamento).

Ecco perché quel giorno saremo per le strade del centro di Roma a marciare per i loro diritti, perché quei diritti sono anche i nostri.

Alla Marcia hanno aderito personalità politiche di diversi schieramenti, molte istituzioni e centinaia di singoli cittadini, oltre che personalità dello spettacolo e dell’impegno sociale, tutti uniti sotto le bandiere del Partito Radicale che dei diritti civili ha fatto la sua bandiera da oltre mezzo secolo.

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