8 MARZO, QUASI UN LESBOFESTIVAL

E’ la rassegna internazionale sul cinema delle donne, con molti film a tematica omosex. Non è mancato il concorso di bellezza ‘t-shirt bagnata’ con inatteso (e squalificato) vincitore trans .

TORINO. Nell’ambiente cinematografico torinese si ironizza sull’esistenza in città di ben due festival omo, quello gay (‘Da Sodoma a Hollywood’) e quello lesbico, che in realtà è il Festival Internazionale Cinema delle Donne. E c’è molto di vero, visto che grazie all’attenzione della caparbia e bravissima direttrice Clara Rivalta molti titoli lesbo vengono ‘dirottati’ su questo Festival che si svolge per una settimana circa un mese e mezzo prima del Togay, sempre intorno all’8 marzo (e quest’anno la festa delle donne coincide con la serata di premiazione).

Grazie a Clara e al suo staff rigorosamente al femminile il Festival che ha avuto non pochi problemi di sussistenza per il budget sempre risicato, è arrivato a una ricca nona edizione con nuove sezioni (‘Donne con e senza velo’ sulle registe del Nord Africa e del Medio Oriente, ‘Le pioniere del cinema muto’) e ampliamenti dell’interessante sezione scuola.

E alla serata d’inaugurazione sembrava davvero di essere al ‘Tolesbo’, con un parterre pieno di butch e femmes pronte ad ammirare la presentazione collettiva sul palco di tutte le registe invitate (ed è sempre un bel vedere vista la rarità delle donne director), le variegate giurie – ma l’annunciata Sabina Guzzanti è rimasta un fantasma per tutto il festival – e la proiezione del film lesbico ‘Woman’s a Helluva Thing – La donna è una cosa davvero incredibile’ della regista/attrice/autrice/produttrice Karen Leigh Hopkins.

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Il machissimo direttore di una rivista per soli uomini scopre che la madre appena deceduta era lesbica e ha lasciato il suo ranch in eredità all’amante che non solo era donna ma anche una sua ex (del macho). Le sue certezze crollano in fretta ma lui non si rassegna, si insedia nel ranch, tenta di riconquistare – invano – la donna (la bionda e bellissima Penelope Ann Miller, quasi un clone della Naomi Watts lynchiana) ma grazie al buon senso di lei e alla misteriosa presenza di un orso nei dintorni della proprietà capirà che il suo maschilismo ostile è superato e infecondo. Modernità sessuale opposta a tradizionalismo culturale: non mancano il concorso di bellezza ‘t-shirt bagnata’ con inatteso (e squalificato) vincitore trans e un grido-tormentone che si fa strada nella coscienza ferita del maschio umiliato.

Leggero leggero, solo a tratti divertente, fa pensare: maschio etero, dove sei? E il dubbio si insinua anche dopo aver visto il debole ‘Change-moi ma vie’ della francese Lyria Bégéja in cui una melodrammatica Fanny Ardant interpreta Nina, attrice in rovina dopo un soggiorno pluriennale in Russia (‘per seguire un uomo che ho amato’) che si innamora di un travestito nero tossicodipendente col sogno di fare il corridore olimpico che l’ha soccorsa in un parco.

Crudezze della strada (violenze ripetute, clienti pervertiti con cagna, l’uso della droga per farsi forza), una fascinazione un po’ troppo teatrale di Nina che, ubriaca, finisce col farsi caricare da un cliente e un’interessante ambientazione nelle boites dei pieds noir algerini tra canti tradizionali e la rigida osservanza del Ramadan. Peccato per la mancanza di ritmo e un senso di leccata compiacenza tragica che non danno respiro al racconto: ma la sola Fanny (o il suo sguardo, il suo profilo, i suoi zigomi) meriterrebbero una visione – toc toc, distributori italiani, ci siete?

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E lo stesso invocasi per gli altri film lesbici, come il greco ‘Risotto’ di Olga Malea in cui una fotografa di moda e una stilista, Eugenia e Vicky, vanno a vivere insieme e si innamorano abbandonando i rispettivi mariti. Oppure il bel documentario già visto (e premiato) al Festival Gay di Milano, ‘Una svizzera ribelle’ di Carole Bonstein sulla movimentata vita dell’artistocratica anticonformista Annemarie Schwarzenbach, erede ribelle di una famiglia zurighese filonazista, scrittrice, giornalista, fotoreporter, gran viaggiatrice e lesbica, morta prematuramente nel 1942 all’età di trentaquattro anni. Poiché i Festival dovrebbero servire essenzialmente come vetrina anticipata per una distribuzione nazionale la speranza che questi film lesbici abbiano una anche minima visibilità nel nostro Paese è già un risultato. Nel frattempo complimenti, Tolesbo.