“Tournée”, l’anima del new burlesque messa a nudo da Amalric

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Giunoniche spogliarelliste umanissime e un po' frollate restituiscono lo spirito autentico del New Burlesque nello strano e divagante film del regista/attore francese. Altro che il glam-pop di Cher!

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"Donne che fanno spettacoli per donne. Gli uomini non controllano nulla. Facciamo i nostri show e ci esprimiamo come donne". Così la lussureggiante star Dirty Martini, acclamata persino dal New York Times, definisce la sua specialità, il New Burlesque, raccontato in uno dei film più personali e accattivanti in circolazione, Tournée di Mathieu Amalric, ispirato a un libro di Colette del 1095, in cui la celebre scrittrice narrava della propria esperienza nei music hall dei primi anni ’20.

Non siamo però dalle parti del glitter glam in realtà molto pop di Burlesque con l’ineffabile Cher dato che qui emerge davvero lo spirito autentico di una delle mode sexy-dance del momento (la versione "reprise" nasce negli anni ’90 e si differenzia per una maggiore ironia nella rappresentazione): spogliarelliste burrose e tatuate, carnalità esuberante esibita in modo non volgare, molto sarcasmo, esecuzioni teatrali con copricapezzoli sberluccicanti incollati con lo scotch, tanga reticolari, boa piumati, tacchi vertiginosi e tutto l’armamentario affine.

Più che raccontare una storia narrativamente strutturata, al regista/attore interessa ricreare – e lo fa con sapienza – l’atmosfera malinconica e un po’ sbalestrata di inerzie e spostamenti da un teatro all’altro, occhi pesti, sveltine nei bagni e solitudini improvvise nelle hall degli hotel anonimi durante una tournée in giro per la Francia – ma non a Parigi – ritagliandosi il ruolo chiave dell’impresario di mezza tacca Joachim Zand, stropicciato e vagamente sognatore, oppresso da questioni economiche e distratto coi due figlioletti di cui non si ricorda neanche la data di nascita.

Ma il cuore del film sono le vitali e prorompenti stelle americane che illuminano lo sguardo di Joachim, magiche signore giunoniche da palcoscenico un po’ frollate e strabordanti, dai vertiginosi nomi di Mimi Lemeaux, Kitten On the Keys – c’è anche un maschio, inevitabilmente in disparte: Roky Roulette (il suo strip in abiti settecenteschi include anche un dildo surdimensionato) – capaci di esprimere un intero mondo con un battito di ciglia finte o un sorriso accennato, donne vere e umanissime che rivendicano una femminilità naturale e terragna, agli antipodi rispetto alla mentalità cosmetica tanto contemporanea del corpo rifatto e artefatto.

Non bisogna però evocare l’onirismo felliniano quanto piuttosto lo spirito realistico alla Cassavetes, qui il sogno finisce fuori dal palco e il lavoro può essere duro e disorientante, mentre una vera occasione di seduzione si può rivelare l’imprevedibile incontro con una disinvolta cassiera di un distributore di benzina.

Uno strano film divagante e caotico, sottilmente tormentato, a tratti persino lirico e struggente, giusto vincitore del premio per la miglior regia al Festival di Cannes. Occhio al dialogo off sui titoli di coda. Da vedere.

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