GAY IN INCOGNITO

Una volta si chiamavano "velate". Chi sono, quanti sono e perché certi gay si nascondono?

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Si dice che oggi sia di moda essere gay. Si dicono un sacco di sciocchezze, poi ci rendiamo conto che la realtà è un’altra. Non è semplice metterla bene a fuoco ma ci si deve tentare. Oppure rilassarsi e sopravvivere come viene, come chi abbocca alle promesse delle alghe o dei numeri vincenti al lotto.
I grandi imbonitori oggi sono tanti, in tanti ci dicono che noi gay non siamo più discriminati, pare perfino non esista quasi più nessuno capace di ammettere di essere omofobo. Anche se poi non ci sappiamo spiegare quale valore sbandierassero quei due milioni (meno due terzi) in piazza a Roma.
Molti gay, tra l’altro, votano a destra, forse perché non si sentono solamente una sessualità e piuttosto che annoiarsi coi frocetti preferiscono gli amici verdi, neri e crociati del regno di Paperopoli. Almeno fin quando – come i Gay Lib in questi giorni – non trattengono più il vomito all’ennesima esaltazione ipocrita della famiglia (come se noi gay non avessimo una famiglia e provenissimo dal cielo come i miliardi di qualcuno). Non è detto però si nascondano solo quelli di destra, solo quelli con la tonaca, solo quelli molto in vista. Ma che qualcuno si nasconda non ci piove.
Io ho già raccolto e raccontato storie (vere) di un certo universo gayo, prima di padri di famiglia, fidanzati e preti che pagano i prostituti, e poi di chi vive la propria sessualità apertamente e serenamente. In mezzo credo siano ancora in tanti: un vero fossato di repressione e finzione. Talvolta causata dall’insofferenza per certe manifestazioni esteriori, una sorta di omo-omofobia. Brutta roba, ma in un paese dove le frocie famose sfrociano e poi si fingono maschie, perché stupirsi per chi non è famoso e non sfrocia ma nemmeno si espone?
Aggettivo ricorrente della chat diventa allora “insospettabile”, neanche fossimo delle spie al tempo della guerra fredda…
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Aggettivo ricorrente della chat diventa allora “insospettabile”, neanche fossimo delle spie al tempo della guerra fredda. Sempre grazie alla chat si ricevono telefonate da numero anonimo e proposte di incontro nei ritagli di tempo, “perché nel week-end ho la tipa”, oppure dopo aver inghiottito centinaia di chilometri, lontani da mogli e figli, per vedersi dal barbiere: tu non ci devi scopare ma solo decidere il loro taglio di capelli (mi è stato chiesto anche questo…).
I profili sono spietati contro gli effeminati, contro i frequentatori, talvolta contro chi è dichiarato e perfino contro chi si manifesta gay, quasi che il sesso tra due bisessuali (o presunti tali) potesse essere diverso da quello tra due omo. Addirittura un profilo citava: “Non sono dichiarato e desidero incontrare ipocriti come me, nel senso che l’essere gay è una loro particolarità che non partecipano al mondo”.
Per la prima volta l’ipocrisia diventava una nota di merito, una qualità da ostentare e una dote da ricercare. Un paradosso meraviglioso, chissà se in parte voluto, che però non prosciuga quel fossato che non sappiamo quanto ancora profondo. Quel fossato che ancora non è stato illuminato se non in superficie. Quel fossato che noi gay dichiarati ignoriamo o costeggiamo quando ci capita di incontrare qualche represso carino decidendo di stare al suo gioco, il tempo sufficiente a farci sesso.
Un fossato che andrebbe certamente scandagliato, perché siamo nell’Europa del 2006 e non si capisce bene perché debba esistere in Europa. Per un meccanico, un ferramenta, un avvocato, un giornalista, soprattutto un attore o un cantante (specie se travestito) che senso ha ancora oggi tuffarsi dentro quel fossato? Verrebbe voglia di allungare la mano e aiutare queste persone contrastate a vincere le stupide paure.
Verrebbe voglia, sì. Ma poi bisogna anche ricordarsi che nel fossato ci possono essere i coccodrilli e potremmo ritrovarci senza mano. E allora, che restino lì, se ci si trovano bene. Ignoriamoli, scopiamoci quando sono attraenti se ci va, e poi lasciamoli rigettarsi nel fossato a sguazzare nella melma con tutti gli altri, i veri uomini a metà.
Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista “dall’interno”, e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.
Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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di Flavio Mazzini

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