Rey Sciutto, trionfatore di The Floor: “Cerco di promulgare una società più inclusiva, abbattendo stereotipi”. L’intervista

"Ho deciso di fare coming out per poter parlare più liberamente, perché molta gente poteva pensare che parlassi dal punto di vista privilegiato di un etero cisgender".

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Rey Sciutto
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26enne irriverente e ironico divulgatore storico e artistico, Remo “Rey” Sciutto ha vinto la prima edizione di The Floor Italia, con 100.000 euro portati a casa. Nato in Calabria e oggi residente a Bologna, Rey racconta su Instagram, TikTok, Twitter e Youtube aneddoti e curiosità legate a personaggi storici, parlando di arte ai più giovani.

Attivista LGBTQIA+, abbiamo intervistato Rey a pochi giorni da un quiz tv che gli ha sicuramente cambiato la vita.

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Partiamo dalla fine, ovvero dal tuo trionfo a The Floor. Com’è nata questa avventura televisiva.

“Io non sapevo minimamente di cosa si trattasse. La mia vecchia agenzia mi disse “guarda c’è questo provino che potrebbe fare per te, è un quiz, non sappiamo nulla, dove andrà in onda, di cosa si tratti, quali siano le dinamiche, non conosciamo il format, però vai, prova”. Così ho mandato la mia candidatura, mi son detto “proviamo” e da lì è successo quello che è successo. Ma non sono andato minimamente a cercare niente di tutto ciò, non sono un frequentatore assiduo di quiz”.

C’è stato un momento in cui hai pensato, nel corso dell’ultima puntata, che avresti potuto vincere?

“Nel momento in cui ho capito quanto fosse grossa la cosa, nel momento in cui ho realizzato di cosa si trattasse, non è che ho pensato “potrei vincere”, mi sono detto dal primo momento “io devo vincere”.

Quando si dice essere competitivi.

“Tantissimo, è la prima cosa che ho detto durante il primo provino”.

Nel quiz finale contro Andrea in cui eravate chiamati ad indovinare gli outfit di personaggi famosi sei riuscito a non individuare Madonna, Raffaella Carrà, Mahmood e Geri Halliwell. Hai smontato decenni di luoghi comuni sull’uomo LGBTQIA+ medio, te ne rendi conto.

“Lo so, ho smontato senza volerlo degli stereotipi. Per quanto mi piace Raffaella, per quanto adori Madonna, anche chi appartiene alla comunità può inciampare in tal senso. Però dai sono un bisessuale che si è scoperto da poco, compatitemi, sono un bisessuale con un passato da cisgender eterosessuale molto pesante da dovermi portare dietro”.

 

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Venendo al tuo Universo social, in cui fai divulgazione artistica con abbondante uso di ironia, come e quando è nata l’idea dell’Imperatore del Sacro Calabro Impero?

“Il termine specifico è nato su YouTube due anni fa, nell’ultimo video pubblicato e mi scuso con la mia community perché non riesco ad essere costante. Arrivato ai 200.000 follower dissi “ecco, prima eravamo un ducato e ora stiamo diventando un impero, un Sacro Calabro Impero”. Mi è piaciuto come termine e da lì l’ho sempre utilizzato. È nato spontaneamente, non me l’ero preparato, nessuno speech preciso. La mia attività sui social nasce invece nel 2018, sempre su YouTube perché vedevo che c’era una falla, un gap nella divulgazione storica artistica. Nessuno parlava di storia dell’arte o quantomeno ne parlava come avrei voluto che se ne parlasse. Così mi sono detto “lo faccio io”. All’inizio flop pazzesco, perché i primi tentativi sono sempre quelli di cui ci si vergogna a posteriori, ma piano piano ho imparato ad usare i software di montaggio, ad impostare le luci, a montare con un certo ritmo e stile che mi hanno reso riconoscibile”.

Perché in realtà quel minuto video che noi tutti vediamo sui social nasconde un lavoro enorme, ai più sconosciuto.

“Per un video da un minuto di media, nel migliore dei casi ci metto almeno un’ora e mezza per montarlo. Quando voglio farla grossa, voglio metterci più cose e dargli un ritmo spedito posso metterci anche due ore e mezza, sempre per un minuto di video”. “In modo particolare quelli in voice over, dove non mi si vede. Quelli possono arrivare anche alle 3 ore”.

Rey Sciutto, trionfatore di The Floor: "Cerco di promulgare una società più inclusiva, abbattendo stereotipi". L'intervista - Remo Rey Sciutto - Gay.it
 

Su TikTok, dove hai quasi 250.000 follower, ad un certo punto hai fatto coming out. Perché hai sentito il bisogno di doverlo fare, e che reazioni hai ricevuto. Più positive o negative?

“La maggior parte degli insulti che ricevo arrivano dalla parte “senior” della mia community, soprattutto su Facebook e Twitter. Soprattutto quando ho iniziato ad esprimere le mie opinioni politiche. Quando ho fatto il coming out su TikTok e Instagram ho ricevuto un calore e un sostegno da parte di chiunque che onestamente non mi aspettavo. Ho deciso di fare coming out per poter parlare più liberamente, perché molta gente poteva pensare che parlassi dal punto di vista privilegiato di un etero cisgender, sentendosi in dovere e in diritto di zittirmi, al grido “ma che ne sai?”. Il solito discorso del tipo “non hai un utero e non puoi parlare di aborto”. Volevo esprimere le mie opinioni in sicurezza, che è una cosa tossica da parte della comunità che dovremmo migliorare. Ma al di là di questo l’ho fatto anche perché l’avevo già detto a poche persone fidate e ancor prima ai miei genitori, che non se l’aspettavano perché dopo 20 anni di pura e semplice eterosessualità avendo portato sempre e solo ragazze a casa sono rimasti un pochino spiazzati. Dopo aver superato lo scoglio dei miei genitori mi son detto “che sarà mai farlo sapere anche a 200.000 persone sui social?”.

Raccontando la Storia dell’arte, con i tuoi video tratti spesso tematiche sociali attuali, affrontando anche i diritti LGBTQIA+. Ricordo una tua incursione agli Uffizi di Firenze in cui hai smontato l’immagine della cosiddetta “famiglia tradizionale” partendo dal Tondo Doni di Michelangelo. Lo sai sì che se tu fossi un professore scolastico non pochi esponenti della maggioranza di governo ti accuserebbero di fare “propaganda gender”?

“Lo so perfettamente, questo è uno dei motivi per cui non mi manca uno dei miei primi percorsi che avevo in mente. Ero partito con l’idea di fare il professore universitario e parallelamente il divulgatore on line, per passione, hobby. Una sorta di un centesimo rispetto a quello che è Barbero, ma con i social, che lui non ha. Quel video dagli Uffizi è stato pubblicato proprio a cavallo tra il cambio di direzione degli Uffizi. Eike Schmidt era molto aperto da questo punto di vista, mi ha dato molta libertà di esprimermi su determinate tematiche, non so come sarà con il nuovo direttore Simone Verde. Non vado a registrare contenuti agli Uffizi da un bel po’. Verde non lo conosco molto bene, non so come reagirebbe ad un contenuto simile, non so cosa pensi di TikTok in generale, se la comunicazione social che ha coinvolto gli Uffizi in precedenza gli vada bene. Ma avendo trovato in Eike Schmidt una persona aperta da questo punto di vista ne ho approfittato benevolmente. Ho cercato di promulgare quella che secondo me, ma ritengo che dovrebbe esserlo per tutte e tutti, una società più inclusiva, più giusta, abbattendo determinati stereotipi. Ma sono consapevole e mi dispiace che se fossi stato in un’aula universitaria il pinco pallino del governo di turno mi avrebbe potuto radiare o licenziare”.

Persino Alberto Angela, quando lo scorso settembre ha ricordato su Rai1 come la bisessualità nell’Antica Roma fosse considerata una cosa normalissima, è stato criticato. C’è chi ha parlato di “disservizio pubblico”. Perché la Storia fa così paura, quando va a smontare attuali preconcetti?

“Perché la storia è la materia più facile da strumentalizzare, non ha regole ben precise come la matematica o la scienza. Come dice il buon Barbero, quando si è sotto dittatura i primi libri che finiscono al rogo sono quelli di storia e di filosofia, non geografia, matematica, fisica. La storia è interpretabile fino ad un certo punto. Ci sono alcune verità accertate da fonti che vanno affrontate. Tante contraddizioni, tanti fatti che potrebbero essere usati per scopi diversi, anche con la letteratura, ma sotterrarla, nasconderla, immaginare un universo alternativo che non corrisponda a quello reale è la cosa più tossica che si possa fare. Un Vannacci a caso, che nel suo libro definisce Paola Egonu non italiana ma al contempo dice che nelle sue vene scorre il sangue di Giulio Cesare, che in realtà era bisessuale, e di Enea che era un immigrato, è un po’ un controsenso. Una strumentalizzazione della storia e della mitologia che a me fa ribrezzo. Ci sono determinate verità che non possono essere nascoste. A me fa solo tanta tristezza tutto ciò”.

Rey Sciutto, trionfatore di The Floor: "Cerco di promulgare una società più inclusiva, abbattendo stereotipi". L'intervista - Rey Sciutto e il Medioevo - Gay.it

 

Spesso si definisce “medievale” il periodo storico che stiamo vivendo, sul piano politico nazionale e internazionale, per l’arretramento nel campo dei diritti.  Ma da questo punto di vista il Medioevo era davvero così arretrato o da una vita gli accolliamo colpe gratuite?

“Arretrato un gran paio di coglioni, e ti prego di non censurarmi. Se io mi guardassi attorno nella mia stanza, banalmente, troverei decine di cose inventate nel Medioevo e che fanno tutt’ora parte della quotidianità. Hai mai sentito dire di un antico romano che leggeva libri? No, perché vennero inventati nel Medioevo. Gli occhiali, stessa cosa. La stampa, le università, il Comune in quanto istituzione, stessa cosa. Come dice il buon Barbero abbiamo molto più in comune con i nostri antenati del Medioevo rispetto a quelli che vivevano in civiltà considerate alte, classiche, e più civili, dei greci e dei romani. Ogni età, ogni era dà il suo contributo. Inutile bollare come “oscura e retrograda” una e come “illuminata” un’altra. La caccia alle streghe, che ad esempio è uno degli stereotipi più grossi intorno al Medioevo, non è un fenomeno che riguarda il Medioevo. O meglio, non è un fenomeno massivo come lo fu nel 600, tanto da culminare con il processo alle streghe di Salem. È molto più vicino Salem alla rivoluzione francese che alla fine del Medioevo. Ci sono casi di processi di stregoneria nel Medioevo ma sono casi isolati”.

Vinto The Floor, cosa bolle in pentola? Ci sono stati contatti televisivi?

“Lunedì 5 febbraio sono a La Volta Buona, in Rai, per un’intervista. Poi per quanto riguarda la televisione non saprei, è una porta che si sta aprendo solo in questo momento dopo The Floor. Non l’avevo mai presa in considerazione. Ma adesso è una possibilità. Non ho risposte precise ma ci penserò, valuterò tutte le offerte ed opportunità eventuali e in caso ci vedremo in televisione. Per ora mi va bene la mia community, i miei profili, i miei social, perché lì sono libero di fare quel che voglio. In televisione, a meno che non diventi direttore della Rai, sarei un dipendente, e a me non piace essere dipendente. Lo sono stato in passato. Nella clip andata in onda durante The Floor in cui mi commuovo nel rivelare come con la vittoria potrò aiutare anche i miei genitori, hanno purtroppo tagliato una parte. Quella in cui ho rivelato da dove sia partito il mio percorso lavorativo. Perché ho iniziato facendo il rider. In quel momento, quando ho pianto, ho pensato a quante volte ho rischiato la vita, per consegnare una pizza, di notte, con la pioggia. Poi ho fatto il cameriere, il promoter. Pensare a tutti i sacrifici fatti per arrivare a vincere 100.000 euro in un quiz tv, da una posizione di disagio, è stato molto soddisfacente. Un taglio nel montaggio che mi è dispiaciuto”.

Ti sei chiesto il perché sia stato tagliato?

“Non lo so, da quel che ho visto nel montaggio hanno voluto costruire un personaggio legato alla mia persona. Il gigante che fa il duro sul Floor ma in realtà è un tenerone. Forse la mia parentesi da rider era a loro dire superflua. Hanno fatto più leva sulla maglietta di Alberto Angela, negli studi di Piero Angela, indossata da un divulgatore come loro, e andava bene così. Forse non sono stato bravo nel far capire quanto sia stato importante per la mia vita il lavoro di rider. Mi permetto di lanciare un appello a tutti quelli che ordinano delivery. Non ordinate se piove, perché si rischia la vita”.

Rimanendo sull’imminente futuro, altri progetti in arrivo?

“Il 17 febbraio sarò a Milano al teatro Bello con il mio spettacolo. Per il momento solo a Milano, se funziona e se piace faremo una tournée nel resto d’Italia!”.

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Rey Sciutto in teatro a Milano

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