La grande ipocrisia su Islam e omosessualità

Le identità queer islamiche esistono e soffrono, anche se la comunità LGBTQI globale spesso non ne tiene conto.

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4 min. di lettura

 

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Gli omosessuali, si sa, sono stati perseguitati da tutte le religioni ed in particolare da quelle del Libro. Eppure quando si parla del rapporto fra identità LGBTI e Islam ci si scontra con un insopportabile velo d’ipocrisia: da un lato, nel mondo occidentale, si cerca di utilizzare le identità LGBTI per costruire discorsi (razzisti) anti-islam, dall’altro nel mondo islamico si finge che non esista una questione di rispetto dei diritti delle persone LGBTIQ.  A farne le spese sono principalmente milioni di cittadini gay, lesbiche e transgender di fede musulmana, che subiscono quotidianamente discriminazioni multiple e violenze, e che  sono spesso costretti alla clandestinità o alla fuga. Fratelli e sorelle di cui nessuno si occupa: né il movimento LGBTQI mondiale, né le comunità etniche d’appartenenza. Come scrive Samra Habib, curatrice del progetto fotografico “Just me and Allah“, essere una lesbica musulmana significa sentirsi doppiamente invisibile.

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Tim Teemam di  The Daily Beast ha scritto un articolo interessante sull’ipocrisia nei confronti dell’omosessualità nel mondo del fondamentalismo islamico. Si fa ma non si dice, come ai tempi della scuola media. Intanto gli omosessuali nel mondo del fondamentalismo jihadista continuano ad essere uccisi, torturati, umiliati: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani almeno venticinque persone sono state uccise per essere gay: 6 lapidati, 3 sparati in testa e 16 gettati dalle vette più alte della città. Negli altri paesi dove non c’è l’Isis ma in cui vige una lettura fondamentalista della sharia le cose non vanno meglio: nove paesi islamici prevedono la pena di morte – fra questi Iran e Arabia Saudita. In molti altri stati a maggioranza islamica, i rapporti omosessuali sono illegali e puniti col carcere. L’Organizzazione per la Cooperazione islamica é attivissima nel lobbying contro qualsiasi avanzamento sui diritti LGBTQI presso le Nazioni Unite. 

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Sia chiaro, pensare che l’omofobia sia un problema soltanto dell’Islam – o meglio farsi strumentalizzare da chi  è interessato solamente a costruire discorsi anti Islam – è stupido e razzista, ma anche  non vedere le grandi problematiche che le società islamiche hanno nei confronti delle minoranze sessuali è ridicolo perché nn aiuta ad aprire un dibattito franco. Allo stesso tempo, non possiamo essere ingenui, non vedendo per esempio come il tema della sessualità interagisca con questioni più ampie come la securizzazione e il terrorismo globale, venendo utilizzata per la costruzione di  discorsi anti-migranti e islamofobici da parte di partiti e movimenti di estrema destra-come  accaduto recentemente in Olanda.

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In mezzo a questa ipocrisia reciproca,  le voci queer islamiche esistono (e resistono), anche se sotto attacco, silenziate o marginalizzate. Non soltanto nei quartieri urbani di Parigi, Londra o Berlino, dove gli episodi di omofobia e violenza si intrecciano spesso con l’esperienza di razzismo e intolleranza religiosa, ma anche in Medio Oriente, dai locali di Beirut alle feste in casa a Teheran dove la visibilità omosessuale viene celebrata come atto di rivolta contro il potere. A loro tocca fronteggiare quotidianamente nelle loro vite le intersezioni fra omofobia e islamofobia, spesso in totale solitudine. Certo, ci sono associazioni di gay islamici che fanno un lavoro incredibile, difficile, per fare uscire le identità queer islamiche dal cono d’ombra in cui sono state cacciate, ma manca un vero canale di dialogo inter-comunitario-soprattutto in Italia- dove si trovano pochi interlocutori coraggiosi. Il silenzio, l’indifferenza, alimentano le tensioni fra comunità gay e islamiche che sfociano poi in una crescente diffidenza reciproca.

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Come si esce dunque da questa situazione insopportabile? Innanzitutto  prestando attenzione alle voci delle identità queer musulmane, aiutandole ad uscire da quel cono d’ombra di marginalità che attualmente le circonda, sia nel movimento LGBTIQ che nelle comunità etniche d’appartenenza. Poi rifiutando con forza quell’odiosa logica competitiva che sta dietro un’idea di cittadinanza ad esclusione, per cui le minoranze vengono costantemente messe l’una contro le altre. Infine occorre promuovere un dialogo vero, franco,  profondo, fra comunità, mettendo in luce gli esempi positivi di convivenza e rispetto che sono numerosi e poco raccontati dai media.  Per questo motivo dobbiamo lavorare insieme ai nostri fratelli e sorelle islamici perché la pace – purtroppo ancora  lontana – in Medio Oriente apra anche una nuova stagione di empowerment e fratellanza per tutte le minoranze religiose, etniche e sessuali, contro ogni forma di intolleranza e pregiudizio.

Le foto sono di Samra Habib per Just Me and Allah: A Queer Muslim Photo Project

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Giovanni Di Colere 14.6.16 - 18:32

Chi ha scritto l'articoli parla di fratelli e sorelle islamici. Non è che intendeva di religione musulmana? Secondo me non sono sinonimi. Comunque ricorderei che tra i paesi in cui c'è la pena di morte per i gay c'è la Palestina. Per lapidazione in pubblica piazza ad opera dei famigliari e con assenso dello Stato.

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