ORFEO, MITICA ROCKSTAR

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"Orpheus Glance": la vita dopo la morte è una questione di specchi. Ecco la performance corale ispirata all'opera di Rainer Maria Rilke. Con sullo sfondo la martoriata città...

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Lo spettacolo nasce da un progetto che Motus ha realizzato in collaborazione con la Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo, in gemellaggio con Sarajevo, in vista della IX Edizione della Biennale di Roma 1999.

In questo primo workshop Motus ha lavorato con dodici artisti bosniaci e altrettanti provenienti da tutta Europa, presentando come conclusione dei laboratorio una performance corale ispirata ai Sonetti ad Orfeo di Rainer Maria Rilke. La performance ha catturato voci e suoni dalla città di Sarajevo, che, registrate, si sono mescolate alle voci e ai movimenti degli attori. La città è sfondo necessario su cui si è fondata tutta la ricerca successiva.

Motus approda al mito di Orfeo che è considerato, fra tutti gli archetipi quello che più ha ispirato gli artisti di ogni tempo: il cielo, la caduta, l’eccesso, l’ambiguo sono una serie di immagini che hanno rappresentato uno stimolo alla creazione dei gruppo.

IL MITO

Orfeo musico e poeta. Orfeo così sublime da incantare uomini e animali.

La moglie Euridice, ninfa Driade, è inseguita da Aristeo, figlio della ninfa Cirene, mentre passeggia lungo un fiume; calpesta un serpente, che la morde, uccidendola. Orfeo decide di discendere negli Inferi per cercarla: con il canto e il suono della lira incanta mostri e dei sotterranei. Hades e Persefone acconsentono a restituire Euridice al marito, ma ad una condizione: Orfeo dovrà risalire alla luce, seguito da Euridice, senza voltarsi per vederla. Orfeo accetta, ma quando è quasi al termine dei cammino, è assalito da un terribile dubbio: gli dei degli Inferi si sono presi gioco di lui? Non resiste e si volta. Euridice, che lo seguiva, sviene e muore una seconda volta. Orfeo tenta di ritornare a salvarla, ma l’accesso al mondo infernale gli viene negato.

LO SPETTACOLO

Tableaux vivants in cui aleggiano parole prese a prestito da Rilke. Un palcoscenico a visione frontale. Uno spazio preciso e delimitato, come una stanza familiare piena di oggetti “carichi dei peso borghese e rassicurante della routíne quotidiana”. In questa dimensione spaziale e temporale, atipica rispetto al loro percorso artistico precedente, i Motus danno vita a un viaggio nel mito che è un naufragio dello sguardo all’interno delle sue stesse modalità di visione.

Lo spettacolo è tutto giocato sull’iterazione di due piani: quello narrativo, costituito da parole, frammenti di dialogo, canzoni e partitura sonora e il piano visivo gestuale. Attraverso una logica non banalmente realistica e consequenziale, ma onirica e metaforica: lo sguardo di Orfeo è quello dei sogno, gli altri personaggi sono presenze incorporee, fluide che appaiono e scompaiono.

L’azione ha inizio dalla morte di Euridice e dal canto a lei dedicato che invade lo spazio. Orfeo appare infatti nelle vesti di una rockstar, occhiali scuri e sigaretta, canta il blues, parla inglese. Orfeo come Nick Cave. Il suo canto apre le porte di una discesa agli inferi che si trasforma in avvicinamento alla donna amata e incontro con un re dell’Ade.

La scena si illumina e rivela una casa, lo spaccato di un appartamento a due piani: due salotti, una cucina e il bagno. Pareti rosso fuoco e animali impagliati. una casa di suoni e visioni, suggestioni da film e brani di canzoni: Monteverdi, Ingrid Caven, Jean Coeteau, Abel Ferrara.

Questo “interno” è popolato da un mondo tutto maschile: un prestigiatore che ripete instancabilmente le sue magie, una controfigura che gira armata e fa esercizi, la rockstar (Dany Greggio, cantante vero e attore esordiente). In una teca dorata è custodita l’immagine di Euridice: giace distesa, in abito da sposa. Questa immagine del passato (nella fantasia diventa l’icona di una madonna) svanisce alla fine per materializzarsi nella figura di una donna dal vestito attillato, tacchi a spillo e lunghi capelli rossi che tenta un approccio erotico sulle note di je t’aime mai non plus.

Ma l’amore è rimpianto, il passato svanisce nel ricordo, nelle immagini di una lolita intenta a succhiare un lecca lecca.

Rifuggendo la narrazione, Orpheus Glance si presenta suddiviso in quadri indipendenti, che riprendono, da un lato, i “ragazzi terribili” di Cocteau e, dall’altro, le suggestioni visive di Abel Ferrara. Lo sguardo dello spettatore diventa protagonista: la visione frontale non elimina la necessità di chi guarda di montare la propria visione dello spettacolo. Alla ricerca di un teatro sempre meno chiuso negli angusti spazi della “teatralità” e sempre più aperto alla dimensione multidisciplinare dell’arte contemporanea.

I PROTAGONISTI

Motus nasce a Rimini nel 1990; è stato fondato da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Motus è mutamento, flusso, metamorfosi incessante. Ogni rappresentazione teatrale o performance utilizza sogni ed ossessioni che sono connessi ad un particolare momento di vita. Gli studi e gli esperimenti scenici dei Motus si identificano con l’idea dei “trascorrere”: la vita in balia dei mutamento temporale e la sua conseguente caducità. Le istallazioni cambiano ogni volta, in rapporto ai luoghi differenti che le ospitano e in rapporto alle differenti percezioni che ogni volta ne ha il pubblico.

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