ESTREMO SIFFREDI

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ToFilm: un sado-thriller e il bel 'Dogma 18'

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TORINO. "E’ da tanto tempo che non vedevo il mio sesso su uno schermo così grande. Sarà un bel ricordo". Parole di Rocco Siffredi alla proiezione ufficiale del film di cui è protagonista, ‘Amorestremo‘ di Maria Martinelli, presentato fuori concorso al Torino Film Festival. Pubblicizzato come un sado-thriller erotico ad alto tasso di devianze masochistiche, è in realtà un giallo metropolitano dalle atmosfere cupe e opprimenti, ben poco hard. Una matematica che lavora in biblioteca conosce sulla chat ‘Sexsistem’ un ragazzo col nickname Ghost che si dichiara sadomasochista, decide di conoscerlo, viene coinvolta in un gioco erotico in cui lui si appende a una catena e lei lo frusta: il mattino dopo lo trova morto.

Un amico della vittima (Siffredi) indaga tra i frequentatori della chat, chiede aiuto a un ispettore che forse è gay e tenta di sedurlo massaggiandogli la patta (ricordiamo che Siffredi sarà lui stesso gay nel prossimo film non porno che girerà, ‘Pornocrazia’ di Catherine Breillat al cui proposito ha domandato preoccupato in conferenza stampa: ‘mi ci vedete nel ruolo di un omosessuale???’), viene poi coinvolto in un gioco sessuale identico ma riesce a non fare iterare il delitto.

Nulla di particolarmente eccitante o pornografico (Rocco si vede nudo e in erezione in un’unica scena, seduto per terra o in ginocchio) e purtroppo nemmeno suspense né tensione: tediosissimo, minato da un’imbarazzante recitazione sotto il livello di guardia (Siffredi si impegna e non è tra i peggiori), con dialoghi involontariamente ridicoli ("Sei in ritardo." "E tu sei vestita male") e un’atmosfera patinata da spot preserale che vorrebbe essere morbosa ma suona falsa come il sadomasochismo d’accatto propinato a gran dosi. Come far capire alla regista che il sadomaso non è solo pelle nera o gatti a nove code ma soprattutto dominazione psicologica? Urge rivedere tutto Fassbinder e imparare a scrivere dialoghi sensati.

Ben altro discorso per il film danese in concorso ‘Veramente umano – Dogma #18‘ di Ake Sandgen, uno dei più interessanti e riusciti visti finora. Realizzato secondo i dettami del manifesto-decalogo ideato dal grande Lars Von Trier (camera a mano, luci naturali, minimi artifici tecnici per un cinema realista fondato sull’espressività degli attori), racconta di un ragazzo all’apparenza handicappato che non sa nulla di sé e delle sue origini (ma in realtà non è nemmeno umano e vive dentro una parete nell’immaginario di una bambina, Lisa, col nome non casuale di ‘P’) che cerca un posto nella società danese, viene assunto come commesso da un cinquantenne gay e solitario che vende scarpe, finisce per consolare i genitori borghesi di Lisa quando lei muore in un incidente d’auto riuscendo a ridar un senso alle loro esistenze. Ma la sua bontà, la sua purezza e genuinità lo portano a far giochi innocenti con altri bambini i cui genitori lo accusano di pedofilia, lo picchiano a sangue, lo marchiano con una vistosa ‘P’ sulla schiena, rischiano di ucciderlo.

Esemplare fiaba contemporanea su quell’umanesimo radicale che solo i danesi riescono a rendere così bene sullo schermo (il protagonista Nikolaj Lie Kaas era Jeppe in ‘Idioti‘ di Von Trier, di cui il film è pervaso da citazioni più o meno sotterranee) e capace di rendere estremamente espressivo il mezzo video, depurandolo da qualsiasi povertà o sciatteria.

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Scena divertente: il cinquantenne omosessuale porta a casa di P cassette porno gay per vederle con lui, lo abbraccia e gli dice: ‘Tra uomini è speciale…’, frase che P poi ripete a tutti i maschi che incontra.

Con un finale sorprendente capace di rimettere tutto in discussione, è anche una riflessione non banale sulla pedofilia e sul sospetto pregiudiziale, sulla perdita dell’innocenza e la difficoltà di comunicare soprattutto il dolore. Da premio.

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