DA DOVE VIENE LA PAROLA ‘GAY’?

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Dal significato originale di 'allegro', la storia di un termine che è arrivato a identificare la comunità omosessuale. E che ora, però, ha assunto una valenza particolarmente negativa.

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Da parecchi decenni gli omosessuali statunitensi usano nel loro gergo la parola gay per indicare se stessi.

La radice di questa parola è quella dell’antico francese (più esattamente, provenzale) gai: “allegro”, “gaio”, “che dà gioia” (come “lo gai saber“, “la gaia scienza”, che è la scienza d’Amore) che passò in inglese come gay. In questa lingua la parola acquisì nel Settecento secolo il senso di “dissoluto”, “anticonformista” (come in “allegro compare”).
Il significato peggiorò ancora nell’Ottocento, fino a  voler dire “lussurioso”, “depravato”.

Ecco perché, nell’Inghilterra dell’Ottocento, una gay woman era esattamente quel che in italiano è “una donnina allegra”, cioè una prostituta, mentre una gay house (letteralmente “casa allegra”) era  un bordello.
Come si vede l’omosessualità, in questa fase della lingua, non c’entrava ancora nulla.

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L’omosessualità entra in ballo solo nell’inglese parlato negli Usa, prima del 1920, anno dal quale iniziano a moltiplicarsi le attestazioni dell’uso di gay col significato di “‘omosessuale” (riferito ai soli uomini, e non senza uno sfottente parallelo con la gay woman), anche nel gergo della sottocultura statunitense.

Nel 1938 “gay” era già compreso dalla massa dei parlanti americani col senso di “omosessuale”: lo rivela un film di quell’anno, Bringing up baby (in italiano, Susanna), nel quale l’attore Cary Grant è sorpreso, per un malinteso comico, in vesti femminili. A chi gli chiede il perché, risponde stizzito: “Because I just went gay all of a sudden“, “Perché sono appena diventato gay tutto d’un tratto!”.

Il “grande salto” nell’uso di questo termine avvenne comunque solo nel 1969, con la nascita negli Usa del nuovo movimento di liberazione omosessuale.
I nuovi militanti rifiutarono i termini usati fin lì, come omosessuale e soprattutto “omofilo“.

Non volendo più essere definiti con le parole usate dagli eterosessuali, spesso ingiuriose, gli omosessuali che scesero in piazza ribellandosi scelsero di auto-definirsi (come già avevano fatto i neri, che avevano rifutato negro preferendogli black) usando un termine del loro stesso gergo: gay.
Era nato il “Gay liberation front“, abbreviato in “Gay lib“.

Sull’esempio americano gay si diffuse nel mondo ovunque esistesse un movimento di liberazione omosessuale.

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La diffusione in Italia di questa parola attraverso il movimento di liberazione gay, dal quale passò  al linguaggio generale, data dal 1969-1971. Non senza qualche divertente (e vana) protesta in Piemonte, dove sono numerosi coloro che portano il cognome provenzale “Gay”.

La parola era comunque già apparsa negli anni Cinquanta e Sessanta sulla bocca degli omosessuali che viaggiavano o frequentavano turisti americani. Lo testimonia un libro di Giò Stajano che l’adopera, come termine straniero, già nel 1959:

Poi, una sera, al bar del Flora, conobbi Charly, un ricco americano quarantenne e, naturalmente, ricco e “gay“.
(Giò Stajano, Roma capovolta, Quattrocci, Roma 1959, p. 254).

In Italia “gay” si rivela abbastanza radicato anche fra gli etero a partire dal 1985 circa.

Oggi è ormai entrato a far parte dell’italiano corrente, ed è compreso da tutti nel significato di “omosessuale”.
Si noti però che dal significato originario di “omosessuale orgoglioso e militante” (contrapposto all'”omosessuale” vecchio stile) oggi gay è passato a indicare semplicemente la persona omosessuale in quanto tale, indipendentemente dalle sue idee politiche.

Si noti che negli anni Settanta il movimento lesbico-separatista scelse di proporre la parola “lesbica” al posto del generico (e “maschile”) “gay”.
Una chiara conseguenza di tale proposta si ha nell’esistenza, in Italia, di un “Arcigay” e di un'”Arcilesbica” ben separati anche da punto di vista della terminologia.
Oggi però, fra le generazioni più giovani e meno politicizzate, “lesbica” viene a volte sentito come parola troppo “connotante”, cosicché alcune donne si autodefiniscono “gay” ed altre “lesbiche“.

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Il fastidio provato da una generazione di giovani omosessuali non politicizzati e spesso nemici di qualunque “movimentismo”, ha favorito la diffusione negli Usa di una “leggenda urbana” secondo cui gay nascerebbe come acrostico (cioè sigla) delle parole Good As You (“buono/valido quanto te”).
Questa falsa spiegazione serve solo a nascondere e cancellare le origini “politiche” e “di sinistra” della parola, e del movimento che l’ha imposta.

Good as you è però ormai il titolo d’una canzonetta di Geri Halliwell, e in Italia è il titolo d’uno spettacolo teatrale, oltre che il nome d’una trasmissione televisiva settimanale romana mirata ai gay.

Ciò non toglie che la spiegazione legata a questa frase sia una “leggenda urbana“, e basta.

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Ancora più interessante è notare come l’uso di gay come termine comune per “omosessuale” abbia sottoposto questa parola alla stessa usura che in passato ha trasformato a ripetizione gli eufemismi (come “omosessuale” o “invertito“)  in insulti.
Oggi i ragazzini scrivono sui muri “Tizio è gay“, esattamente come dieci o vent’anni anni fa scrivevano “Tizio è culo” o “ricchione”.

I termini sono cambiati, ma i preconcetti che sottintendono, no.

Negli Usa lo scivolamento di significato è stato particolarmente accentuato, al punto che “gay” è diventato un sinonimo colloquiale di lame, boring, bad, cioè di “mediocre”, “noioso”, “brutto”, “schifoso / cattivo”.
“Il film che ho visto ieri sera is so gay“, cioè “fa schifo, è noioso”.

Il fenomeno è talmente diffuso che John Caldwell ne ha scritto preoccupato sul mensile gay “Advocate” del 25/3/2003.

E secondo l’enciclopedia online Wikipedia, “in alcune parti degli Stati Uniti questo uso gergale è talmente comune tra i ragazzini che molti lo usano senza nemmeno sapere a cosa si riferisca la parola“, come in effetti dimostra un esempio divertente di tale uso: “my computer is acting gay“, “il mio computer funziona male” (ma letteralmente: “si comporta da gay”!).

Per chi si dedica alle gioie degli mp3 c’è infine da segnalare la produzione degli Anal cunt, complesso punk non gay, che in alcuni titoli di canzoni liquidano come “gay” tutti coloro o tutto ciò che non amano (da Bill Gates alla ceramica ai loro fans), o Frank Zappa, che nel 1997 ha prodotto una canzone intitolata “He’s so gay“…

Clicca qui per discutere di questo argomento nel forum Salotto Culturale.

di Giovanni Dall’Orto

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