L’immagine del “Gay Pride”

Il Pride è quasi sempre rappresentato con immagini di manifestanti eccentrici, nudità, abiti barocchi o un paio di manette. Come se a rappresentare l’Africa ci fosse sempre un cannibale. Le prove.

Se l’immagine è tutto, o quasi, quella del Gay Pride è zero, parola di Ministro alle politiche giovanili Giorgia Meloni che nella marcia arcobaleno intravede «scene sinceramente raccapriccianti, scene che fanno male anche ai gay» e parola di Gianni Alemanno, neo sindaco di Roma: «Il gay pride è un fatto di esibizionismo sessuale ed io sono contrario all’esibizionismo, sia omosessuale che eterosessuale. Non mi piace questa forma un po’ aggressiva». Certo che se lo dicono loro…

Peccato che non siano i soli. Tutta l’opinione pubblica è orientata a definire la manifestazione come “un’inutile ostentazione”, “un bieca parata trasgressiva”, “una carnevalata” e “volgare” e il malcontento serpeggia persino tra i gay, soprattutto tra quelli che non sono mai scesi in piazza, si sente ripetere “il gay pride non ci rappresenta” e teorizzare l’inutilità o, peggio, la dannosità della marcia.

Se, al contrario, il problema non fosse nel Gay Pride, ma della sua rappresentazione, e cioè dell’immagine della manifestazione offerta da fotografi e cine-operatori e diffusa dalla stampa nazionale?

Andiamo a sfogliare i giornali degli ultimi giorni.

Il Manifesto, il 31 maggio, corredava un articolo sui prossimi Pride con una donna, cappello a larghe tese e occhiali, a seno nudo e didascalia “Gay pride a Roma”. L’immagine sarebbe assolutamente perfetta, e sfido ad una smentita, per la pubblicità pubblicitàrassodanti per il seno. Ma dove è il “Pride a Roma”? Che cosa ha attratto il capo-redattore eterosessuale e maschio, ci piace immaginarlo così e probabilmente siamo buoni profeti, nella scelta di quello scatto?

Il mensile Pride, per ritrarre proprio il “Gay Pride a Roma” dell’anno scorso, ha scelto uno scatto della manifestazione che mostra quel milione di partecipanti sceso in piazza per i diritti, l’uguaglianza e la visibilità gay. Sfido il lettore a trovare un solo seno scoperto…
Allora qual è il vero “Pride a Roma”? Quello che ritrae “Il Manifesto” o “Pride”?

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Altri quotidiani, sempre degli ultimi giorni, ci aiutano a fare chiarezza.

Libero pubblica, sempre il 31 maggio, due viado-diavolesse-rosa con alle spalle il Colosseo, il gratuito

E-Polis sceglie due drag queen con un casco di frutta in testa e la didascalia: “Gay Pride a Roma” mentre è solo un poco più ampio lo sguardo del

Corriere della Sera del 30 maggio: primo piano per un volto maschile con trucco da soldato vichingo, un viado prosperoso, e, alle spalle, finalmente, un gruppo di manifestanti… ecco il famigerato Pride.

Insomma, anno dopo anno, il Pride, nella sua rappresentazione, è sempre assente non giustificato e la stampa nazionale, compresa quella televisiva, sceglie questo o quel manifestante che si perde nella folla per la sua eccentricità, un pizzico di nudità, un abito barocco o un  paio di manette. Così, non è il Pride a non rappresentare i gay, è esattamente il contrario: è il Gay Pride a non essere proprio rappresentato per quello che è, e cioè una marcia politica di rivendicazioni di diritti.

Le eccezioni sono rare, è il caso de Il Giornale di Vicenza che rivolge il suo sguardo non ad un petto femminile ma all’affettività tra uomini con un bacio orgoglioso o L’Unità che mostrava, nei giorni scorsi, molte persone festanti che reggono una bandiera, immagini lontane da quelle di una manifestazione volgare, carnevalesca e

scollacciata.

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Ma la responsabilità della rappresentazione non è dei manifestanti (molti senza t-shirt per la calura, come ad un qualsiasi concerto estivo), ma dei capi redattori delle riviste che scelgono, e acquistano dai fotografi solo gli scatti che soddisfano la loro idea di Gay Pride, la loro malizia e i loro pregiudizi. Non si spiega altrimenti la scelta deludente, e solo esemplificativa, di fotografie sul sito di Grazia Neri, una tra le agenzie fotografiche italiane che forniscono immagini alle redazioni. Nell’archivio alla voce “gay pride” i seni nudi scoperti la fanno da padrone.  C’è anche un carro ripreso a distanza di sicurezza, un orso, tre coppie gay che si baciano (due addirittura di spalle tanto per dimostrare l’incapacità dei fotografi a rappresentare normali affetti omosessuali) e, indovinate

un po’, numerosissimi travestiti o trans. Spicca per volgarità un primo piano pubico di un trans al limite del pornografico che attesta tutta la responsabilità del fotografo nella scelta di una inquadratura volutamente non neutrale, scioccante e provocatoria. Non ci pare raccapricciante il transessuale che sta serenamente ballando su di un carro, ci mancherebbe altro, è raccapricciante il fotografo che gli scatta una foto esattamente tra le gambe, e il redattore che eventualmente la pubblicherà con la didascalia “Gay Pride”.

Visti i chiari di luna, la soluzione non sembra essere, e non è, vietare il Pride ad esibizionisti, eccentrici, travestiti o viado per un più presentabile gay sudatissimo in giacca e cravatta e lesbica in minigonna, quelli che vorrebbe la destra. Chi siamo, infatti, per decidere come deve esprimere ognuno la propria diversità? Che fare allora?

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Un gruppo di giornalisti gay ha deciso, su iniziativa di Giovanni Dall’Orto, di inviare una lettera polemica a Il Manifesto per denunciare la palese distorsione dell’immagine della manifestazione: «Su circa un milione di partecipanti al Pride nazionale di Roma – dice la missiva -, era presente in tutto una decina di persone che hanno scelto la provocazione della nudità, e molte di loro non hanno neppure completato il percorso, andandosene subito dopo aver attirato la consueta calca di fotografi assatanati attorno a sé… Tocca ai giornalisti capire il senso di una manifestazione politica, e contestualizzare le immagini, dimostrandosi capaci di scegliere quelle che meglio descrivono l’evento, senza focalizzarsi, anno dopo anno, sempre sulle stesse».
Dall’Orto, in collaborazione con Gaynet, l’associazione di informazione gay, inviterà i manifestanti a fotografare fotografi e i cine-operatori che insistono sgomitando intorno una parte nettamente minoritaria (dieci su un milione) di manifestanti e che dimenticano la manifestazione. Sarà una vera e propria iniziativa di contro-informazione per testimoniare quello che accade alle spalle di qualche raro seno nudo. Il materiale raccolto sarà poi diffuso su Internet.

Nella speranza che l’iniziativa sortisca qualche effetto per avere un’idea di cosa sia realmente il Pride e della sua rappresentatività c’è una sola soluzione: se non sfilare, partecipare a distanza ravvicinata. L’appuntamento è per il 7 giugno a Roma e Milano, il 14 a Biella e il 29 a Bologna, il 5 luglio a Catania. Le occasioni davvero non mancheranno.

di Stefano Bolognini