Malati di AIDS sepolti vivi

In Papua Nuova Guinea usa seppellire vivi i malati di AIDS, per non farli soffrire dicono. La verità è che esiste una grande ignoranza sui metodi di prevenzione e cura. La denuncia di una volontaria.

Quando Margaret Marabe iniziò a fare volontariato per la Onlus Igat Hope (‘Ho speranza’), non avrebbe mai immaginato il macabro scenario che si sarebbe presentato davanti a lei: malati di AIDS sepolti vivi. Secondo la Marabe, i familiari delle vittime si rendono colpevoli di questi omicidi perché hanno paura di contrarre la malattia stando a contatto con i malati. Molti abitanti della zona hanno confermato che la pratica di seppellire i malati ancora in vita è piuttosto diffusa.

Il sacerdote cattolico Jude Ronayne Forde, che dirige a Port Moresby un centro di assistenza ai pazienti di Hiv/Aids, ha detto al quotidiano che le notizie di persone sepolte vive restano non confermate, ma ha ammesso di aver appreso di casi in cui le persone contagiate sono state isolate dai familiari e lasciate morire, e di altri casi i cui sono state gettate in un fiume.

Padre Jude ha spiegato che i familiari hanno molta paura della malattia e non sanno come affrontarla, ma il governo e le agenzie delle chiese non fanno abbastanza per aiutarli. ‘Le persone sono piuttosto ragionevoli quando si spiegano loro bene le cose, ma si lasciano prendere dal panico quando pensano che la morte e’ nella loro casa e colpira’ anche loro’.

Un recente rapporto delle Nazioni unite avverte che la Papua Nuova Guinea e’ di fronte ad una catastrofe, essendo responsabile per il 90% delle infezioni da Hiv nella regione del Pacifico meridionale. Le diagnosi sono aumentate di circa il 30% ogni anno dal 1997 a oggi, e si stima che abbia contratto il virus circa il 2% della popolazione totale di sei milioni.

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L’ignoranza sui metodi di prevenzione e cura dell’HIV è talmente diffusa che spesso donne accusate di stregoneria vengono torturate e uccise da gruppi di uomini che le ritengono responsabili della morte, apparentemente inspiegabile, di giovani colpiti dall’epidemia.