L’Afghanistan a 3 anni dall’ascesa dei talebani: stupri, torture e violenze all’ordine del giorno per le persone transgender

"Vivere in questo Paese non mi dà più speranza - racconta Nadim - Se non troverò un modo per andarmene, mi ucciderò".

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Con l’ascesa al potere dei talebani in Afghanistan nel 2021, qualsiasi forma di riconoscimento delle identità LGBTQIA+ è diventato ufficialmente incompatibile con la legge islamica, e l’omosessualità è tornata ad essere punibile con la pena di morte.

Nell’inasprire le già opprimenti politiche del governo precedente – che seppur già dal 2017 considerava illegali le identità non conformi, non le perseguitava direttamente – , l’Afghanistan è quindi tornato a rendere esecutiva la legge della sharia come strumento di controllo totale della popolazione.

In questo ambiente ostile a qualsiasi espressione libera e personale, a pagare il prezzo più alto sono donne e comunità LGBTQIA+, in particolare le persone transgender, costrette a tornare nell’ombra, a nascondersi se la fuga non è un’opzione, dopo decenni di lotte per raggiungere piccoli e sparuti progressi per l’accettazione.

Storie e vissuti che, quando riescono a raggiungere il nostro comodo occidente, suonano quasi come racconti dell’orrore, ma che rappresentano invece la realtà quotidiana di un numero incalcolabile di persone.

Tra queste, anche quella di Nadim, raccontata ai microfoni di Repubblica dal diretto interessato, un uomo transgender della provincia di Balkh nel Nord dell’Afghanistan.

Torture, stupri, violenze sono gli strumenti preferiti dei talebani per sopprimere qualsiasi dissenso o divergenza da quel pensiero unico che rappresenta la parte peggiore dell’islam, quando la religione diventa un semplice strumento del potere.

Nadim, che prima lavorava per una clinica per la promozione e la tutela delle persone LGBTQIA+ a rischio, lo sa meglio di tutti. Dopo aver perso il lavoro e aver vissuto mesi di clandestinità, l’uomo aveva apparentemente trovato una via d’uscita per fuggire dal paese.

Ottenere un passaporto per vie legali era impensabile, e sul mercato nero questo tipo di documenti arriva a costare quasi 3000 dollari: l’unica soluzione era quella di affidarsi ad alcuni contatti a Kabul. Così, al suo arrivo nella capitale, Nadim affittò una stanza in attesa di ricevere ulteriori istruzioni.

Fino all’ottima notizia, quando un amico di Nadim lo informò di aver trovato alcuni individui appartenenti a una fazione dei talebani, nota come la Rete Haqqani, i quali avevano contatti all’interno dell’ufficio passaporti e potevano assisterlo nell’ottenimento dei documenti. La felicità, tuttavia, durò poco.

Ho telefonato e sono venuti nella mia stanza per prendere i documenti, ma quando hanno scoperto che sono una persona transgender uno di loro mi ha legato le mani e un altro mi ha stuprato, e poi mi ha stuprato anche il secondo“, dice Nadim.

Una violenza destinata a rimanere impunita: se Nadim dovesse provare a denunciare, a finire nei guai sarebbe lui stesso per la propria identità. Una situazione diventata ormai invivibile per le numerose persone LGBTQIA+ che, dopo l’ascesa dei talebani, hanno perso il lavoro e si trovano ancora più vulnerabili alla violenza del governo.

L’esperienza traumatica di Nadim non è purtroppo per lui un evento isolato: nel corso dei tre anni successivi all’ascesa al potere dei talebani, è stato vittima di violenza sessuale per sei volte. Di queste, in quattro occasioni l’aggressore era un individuo agendo da solo, mentre nelle altre due circostanze fu assalito da un gruppo di cinque uomini.

Impossibile anche tentare di nascondersi: a denunciare l’identità Nadim, in un’occasione, fu un vicino di casa. Anche in quell’occasione, la violenza sessuale.

“Quando sono arrivato nella sede delle forze di sicurezza sono stato picchiato, insultato e umiliato, poi un comandante dei talebani mi ha portato in una stanza e mi ha detto che se non volevo essere ucciso dovevo fare sesso con lui. La stessa notte altri tre, fra cui il capo dell’intelligence, mi hanno violentato” ha raccontato l’uomo.

Un supplizio durato ben tre notti. Se i lividi e i graffi guariscono con il tempo, la ferita che Nadim porta dentro di sé probabilmente non svanirà mai.

Dopo quel giorno la mia vita è diventata più triste e ho odiato gli esseri umani e l’umanità. Vivere in questo Paese non mi dà più speranza. Se non troverò un modo per andarmene, mi ucciderò. È meglio morire una volta che morire mille volte ed essere disonorato”.

A tentare di richiamare l’attenzione internazionale sulla condizione delle persone LGBTQIA+ in Afghanistan, l‘associazione Alo (Afghan LGBT Organization) – operante nella Repubblica Ceca – che oggi deve affidarsi alla generosità delle donazioni private per poter assistere le oltre 800 richieste di aiuto arrivate solo nel 2022.

“Quello che fa male è che il mondo sostiene le persone LGBTQIA+ solo a parole, non è stata presa nessuna misura concreta”.

 

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