No, non c’è nessun legame tra poligamia e diritto alle unioni civili

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Da una parte la subordinazione della donna, dall'altra la piena parità di genere. Le unioni civili si pongono in netta antitesi alla poligamia. Ecco perché.

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Hamza Roberto Piccardo, ex-presidente dell’Unione delle comunità islamiche italiane, approfitta della festa per le unioni civili a Milano (QUI il nostro reportage > >) per lanciare una provocazione sulla poligamia. “Se è solo una questione di diritti civili, ebbene la poligamia è un diritto civile” scrive su Facebook.

Se è solo una questione di diritti civili, ebbene la poligania è un diriito civile

Posted by Hamza Roberto Piccardo on Friday, August 5, 2016

No, caro Piccardo, non è solo una questione di mero diritto civile. Semmai si tratta di affermare una visione storica dei rapporti fra uomo e donna, ma anche di rivendicare con orgoglio le conquiste d’uguaglianza e parità, affermate nella nostra costituzione democratica

La poligamia che sembra avere in mente Piccardo non prevede infatti la possibilità per una donna musulmana di circondarsi di uno stuolo di aitanti mariti. Non è dunque quell’ideale poli-amoroso che rivendica la libertà dei desideri e la creatività delle relazioni sociali. Piuttosto si tratta di conservare un privilegio maschile che poco a che fare con l’affettività, e molto con il potere politico-economico dei maschi sulle femmine.
Questa storia del legame fra unione omosessuale e poligamia però non è una semplice boutade estiva del leader dell’UCOII. Già i cattolici reazionari avevano agitato questo spettro in Parlamento durante la discussione del ddl Cirinnà. La loro tesi è che sia il matrimonio gay che la poligamia scardinino i principi fondanti del matrimonio tradizionale. Purtroppo questa posizione è totalmente errata e francamente in malafede. Prima di tutto da un punto di vista storico, la poligamia islamica è un retaggio della cultura abramitica, ovvero di un’epoca in cui le donne erano considerate poco più che oggetti a disposizione del maschio e il matrimonio era in effetti poco più che un atto di compravendita di quest’ultime. Per i contadini, avere più mogli significava avere più figli e dunque più forza lavoro. Per i ricchi, invece, l’harem era funzionale a tessere alleanze e a coltivare prestigio. Insomma, i sentimenti c’entravano poco con i rapporti poligamici.

È evidente che il matrimonio omosessuale non provenga da questa tradizione ma piuttosto si ponga in diretta antitesi. Il riconoscimento delle unioni omosessuali si basa infatti sulla rivoluzione dei rapporti familiari avvenuti nel novecento, quando le donne e i movimenti femministi, dopo secoli di lotte e di schiavitù, hanno ottenuto piene libertà sessuali e parità sociale, scardinando l’istituto tradizionale del matrimonio basato sulla rigida divisione di genere. Se infatti il matrimonio non è più il luogo di subordinazione sociale-economica della donna, ma una relazione paritaria basata sull’amore, allora la differenza sessuale dei coniugi non è più un elemento fondante. È piuttosto l’amore e il comune accordo fra liberi cittadini adulti a caratterizzare le nuove relazioni familiari. Si tratta, cioè di “relazioni pure”, come le chiama Giddens, basate sulla fiducia, sulla parità dei soggetti, sulla comunicazione emozionale, sull’affetto che negano ogni forma di coercizione, violenza o potere arbitrario. Gli ideali della “relazione pura” corrispondono pienamente ai valori della democrazia politica,che disconosce la superiorità di una parte – il maschio – sulle altre.
La poligamia che sembra chiedere Riccardo è un retaggio del più becero patriarcato- in questo senso però la connotazione religiosa-islamica c’entra poco, essendo il patriarcato una base comune della maggior parte delle civiltà e religioni – mentre le  gli amori queer possono essere letti, almeno romanticamente, come un attacco mortale inferto ad esso. Il movimento gay si allaccia infatti storicamente alla rottura epocale, avvenuta nel Novecento, quando l’istituto matrimoniale cessa di essere un contratto essenzialmente economico basato sulla schiavitù della donna, per fondarsi su un ideale paritario fra individui. La famiglia omosessuale non si pone dunque come antagonista del modello familiare eterosessuale attuale, ne è semmai culturalmente un’estensione. Questa conclusione non è priva di significati politici e deve interrogarci su come le identità LGBTI intersechino una visione occidentale e capitalista delle relazioni affettive e familiari, proponendo come unico  e solo modello il matrimonio borghese. Su questi temi è necessario un confronto franco nel mondo LGBTI,  pur consapevoli di quello che la lotta per il matrimonio egualitario ha significato per milioni di fratelli e sorelle LGBTI nel mondo. Allo stesso tempo, non dobbiamo far finta di non vedere come le nostre identità possono essere utilizzata per creare discorsi anti-Islam. Il tema non è dunque contrapporre la comunità LGBTI con le comunità islamiche. Piuttosto capire come costruire-tutti insieme- un modello di società in cui le relazioni affettive non conoscano gerarchie di potere fra  partner, esaltando la libertà, i desideri e l’autonomia degli individui.

 

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