Theresa May: sarà davvero la “Merkel inglese”?

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È la più pro-brexit dei remainers: conserverà la sua linea intransigente e rigorosa anche su questioni delicate come la libera circolazione delle persone?

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Da novembre prossimo tre grandi potenze mondiali potrebbero avere tre leader donna: UK, Germania, USA. Clinton, Merkel e May. Tre donne con storie molto diverse, che appartengono a culture politiche differenti ma hanno più di una caratteristica in comune. Sono, infatti, donne che hanno fatto la gavetta, non politici improvvisati; rappresentano l’esperienza sfuggendo al nuovismo imperante che invece condiziona le leadership maschili, sono percepite come fredde, poco simpatiche, secchione, a dimostrazione che la simpatia non è la prima caratteristica che si chiede alle donne di potere, meglio la competenza.

In particolare, Merkel e May giocheranno una partita decisiva per il futuro dell’Europa, gestiranno infatti insieme – come nemiche o come alleate, ancora non si può dire – la fase post-Brexit e i negoziati di separazione tra Regno Unito e Unione Europea.

A Theresa May, è evidente, la Merkel piace. C’è persino chi dice che vorrebbe imitarla. E infatti giornali inglesi hanno iniziato a chiamare la nuova premier come la “Merkel inglese” per via del suo stile low profile e del rigore intransigente. Nel suo partito c’è chi vorrebbe che May si ispirasse di più ad una altra donna, Margaret Thatcher, ma quel personaggio è ancora troppo divisivo in Gran Bretagna persino per una leader del Partito Conservatore. No, May non guarda alla Thatcher, il suo è un conservatorismo sociale, comunitario, tradizionale, a tratti reazionario ma familiare, che nulla ha a che fare con il neoliberismo sfrenato degli anni 80. Basta ascoltare il suo discorso di insediamento, tutto incentrato sul ruolo dei cittadini, a cui va restituito maggiore potere. A differenza di Thatcher, il conservatorismo di Theresa May, come quello di David Cameron, è pragmatico non ideologico. Purtroppo però è anche abbastanza effimero perché non tiene conto che la società inglese non è più quella degli anni 60 con le famiglie sedute intorno al tavolo per il pranzo della domenica. Con la globalizzazione le disuguaglianze sono cresciute. L’austerity introdotta dai governi Cameron ha impoverito ulteriormente la classe media e i lavoratori britannici. Gli stessi che hanno votato per Brexit.

Theresa May viene dalle élites inglesi come nella migliore tradizione Tory: una laurea in geografia ad Oxford, figlia di un vicario della chiesa inglese, è cresciuta nell’Oxforshire lontana dalla City. L’università di Oxford, come sempre quando si tratta della classe dirigente inglese,  è stato un punto fondamentale di svolta nella vita del primo ministro: qui conobbe il marito Phillip e sviluppò la sua passione politica. Pat Frankland, amico dei tempi del college, ha dichiarato a BBC Radio 4 che l’ambizione politica è sempre stata un obiettivo fondamentale di Theresa May. “Ricordo come volesse diventare il primo ministro donna del paese”, racconta Frankland. “Rimase molto delusa quando Margaret Thatcher fu nominata”.

Dopo Oxford, May inizia a lavorare a Londra per la banca di Inghilterra, ma il suo obiettivo rimane la politica: dopo un po’ di gavetta negli enti locali fino nel 1997, dopo alcuni tentativi senza successo, ottiene il seggio parlamentare di Maidenhead nel Berkshire, in cui è stata rieletta fino ad oggi. Con i due governi di David Cameron diventa Home Secretary, ministro dell’Interno e si contraddistingue per una linea intransigente nei confronti dell’immigrazione e anche della protezione dei rifugiati. Talmente intransigente da auspicare che il Regno Unito uscisse dalla Convenzione Europea sui Diritti Umani. Sui diritti gay, nonostante un’innegabile fatica iniziale, si è poi ricreduta arrivando a votare a favore del matrimonio egualitario promosso dal suo governo.

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Sulla Brexit era a favore del remain ma a patto che l’Europa concedesse un maggiore spazio di manovra all’UK sull’immigrazione e controllo dei confini. E anche per questo è stata scelta come Primo ministro, essendo la più pro-brexit dei remainers.

Sarà interessante vedere come gestirà questi negoziati per l’uscita proprio perché uno dei punti fondamentali di confronto sarà la libera circolazione delle persone, pilastro centrale del mercato unico europeo, in cui la Gran Bretagna vuole rimanere. In questo senso, la premier giocherà la sua partita. Ha già infatti detto che lo status dei cittadini europei residenti in Regno Unito sarà da verificare nel corso dei negoziati. Un monito a Bruxelles che crede di poter infliggere una punizione al governo di Londra senza reazioni dall’altra parte. Perché se c’è una cosa che Theresa May porterà sul tavolo dei negoziati è il suo rigore e la sua intransigenza. L’unica speranza, per evitare il disastro, è che dall’altra parte sia Merkel a gestire la partita per contro di Bruxelles. Forse insieme queste due donne, così diverse, così simili, potranno trovare una soluzione per far sì che Brexit non sia una tragedia per tutti: per la Gran Bretagna e per l’Europa.

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