Chiamatemi fr*cio ma rispettate i miei diritti

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Contro il politicamente corretto nel linguaggio.

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Sono cresciuto nell’hinterland, a Rozzano, in mezzo alle belve. Sono poco sensibile al politicamente corretto, soprattutto nel linguaggio. La mia inclinazione per il turpiloquio e le parole proibite vien da lontano. Da piccolo, a due, tre anni, stavo sul balcone della mia casa popolare a insultare i passanti. Ale – diceva Teresa a mia zia, sua amica – perché tuo nipote ogni volta che passo mi chiama zocc*la e putt*na?

Poi ho letto e studiato la letteratura, la filosofia, la poesia. Ma io resto interessato alla lingua in tutti i suoi usi. Coltivo il sentimento profondo del bisogno di una forbice ampia di possibilità semantiche. Come in alto, così in basso. Al di là delle sacrosante lotte per i diritti, resta la lingua. Resta e chiede il suo spazio, la sua autonomia. Un’autonomia che certe posture ormai diventate di moda – soprattutto sul web – non consentono più.

Siamo infettati dal politicamente corretto nel linguaggio che lascia campo libero al politicamente scorretto nei fatti e nei comportamenti. Personalmente cerco di mettere in atto l’opposto.

Ad esempio: in alcuni casi dare della tr*ia a una donna o del rottoinc*lo a un uomo è semplicemente l’equivalente che darle/gli della/o stronza/o. Non c’è alcun intento di riferirsi alla dimensione sessuale. In altri casi invece no, quelle stesse parole possono essere usate per mettere in atto agguati sessisti e neopratriarcali, misogini e omofobi. Ma bisogna distinguere. Gli insulti sessisti esistono, gli atteggiamenti maschilisti esistono, ma non bastano le parole. La sorveglianza generalista, da social network, si dimostra incapace però di vedere le differenze.

Non riuscendo a fare questo tipo di più o meno sottili distinzioni, il luogo comune ormai vuole che sempre più – formalmente, a livello pubblico – l’uso di certe parole o certe espressioni venga possibilmente vietato, abolito.

Sì, va bene, per non attirarmi il furore delle beghine dirò che è vero, non bisogna mai e poi mai dare della tr*ia a una donna. Non bisogna insultare nessuno, neppure per scherzo, neppure in letteratura, in poesia o in un film. Bisogna parlare con rispetto e decoro. Ma mentre lo dico io mi dissocio da me stesso. Io non ci credo.

Questo è quello che ormai vuole tutta una certa vox populi in realtà poco in confidenza sia con la lingua che con la (reale) cultura dei diritti. La retorica onnipervasiva oggi vuole che il linguaggio venga depurato, amputato, sterilizzato. Ormai non si può più dire niente. A qualsiasi livello, che si scherzi o si litighi, che si parli mossi dalla furia dialettica o che si riportino frasi altrui, il dictat imperante esige di stare alla larga del tutto da certe associazioni, da certi collegamenti tematici.

La retorica di massa si attacca alla lettera, come l’algoritmo di Facebook segnala le singole parole, non bada al contesto. Non distingue i registri.

Butta via il bambino con l’acqua sporca, dove il bambino è la potenza e la bellezza della parola – anche scurrile o caricaturale, la magnificenza della parola che nasce solo dalla libertà di poter giocare con la realtà e con le sue forme.

Di omosessuali e donne, ad esempio, ormai bisogno solo parlar bene e con serietà. Anzi con seriosità. In modo un po’ austero, un po’ contrito. Vietato scherzare, vietato trasfigurare, esagerare. La lingua ha un potenziale estetico, narrativo e ludico che non può che restare soffocato da tutta questa retorica neo-vittoriana, perbenista, bon ton.

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Perché è questo che succede quando i temi diventano mainstream. La carica progressista si fa pura facciata. Certo il linguaggio d’odio, lo hate speech, è un guaio vero, una piaga reale, ma ormai l’attenzione social(e) è diventata più una posa che altro. Molto severi e rigidi (a casaccio) con le parole, assai distratti e insensibili quando ci sarebbe davvero bisogno di opporsi allo status quo.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità” disse qualcuno, un po’ di tempo fa.

E mai parole furono più adatte a raccontare la postura media che oggi è quella dei sentinelli e delle sentinelle del politicamente corretto.

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