Lingua e comunità LGBTQIA+: non chiamatelo omofobo, è un misomosessuale, perché non è fobia, è odio

La lingua è un codice stabilito democraticamente dai parlanti, non dai libri, non dalle accademie.

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Lingua e comunità LGBTQIA+
Lingua e comunità LGBTQIA+
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Siano benedette le parole, sempre. La combinazione di pochi suoni e lettere genera possenti atti di identità e creazione, consentendoci di catalogare oggetti, animali, concetti nella realtà circostante e, col passare del tempo, anche di crearne. Spesso, con l’insorgere di nuove correnti, fenomeni o dibattiti su questioni contemporanee, si intavolano discorsi su scala nazionale per introdurre neologismi – o semplici lettere, come nel caso dello schwa qui in Italia – nella speranza di portare questi vocaboli a un maggiore uso, perché è di uso che si parla.

gabriele lodetti schwa tema di maturità
Gabriele Lodetti e il tema di maturità con lo schwa

La lingua è un codice stabilito democraticamente dai parlanti, non dai libri, non dalle accademie, che peraltro in Italia non hanno alcun potere linguistico “prescrittivo” – come ci ricorda Vera Gheno in Potere alle parole e altri suoi scritti – ma “descrittivo”.

Istituzioni come l’Accademia della Crusca o illustri vocabolari come il Treccani o il GRADIT (Grande dizionario italiano dell’uso), per citarne alcuni, non legiferano norme linguistiche, ma si limitano a raccogliere, censire e descrivere vocaboli diffusi su larga parte del suolo italiano, segnalandone eventuali tratti regionali, colloquiali, e così via. Possono suggerirci come parlare, quali parole scegliere e in quali contesti è bene impiegarle, ma la scelta finale spetta solo ed esclusivamente a noi, che a ogni atto comunicativo possiamo aderire alla convenzione e utilizzare termini ed espressioni condivisi, così da inviare un messaggio comprensibile a chiunque ascolti, oppure, il più delle volte per puro caso, introduciamo distrattamente parole nuove che per coincidenze fortuite entrano poi nell’uso comune (basti pensare al verbo blastare, oggi diffusissimo nel linguaggio in rete e non solo, coniato per la prima volta nel 2016 dalla pagina Facebook Enrico Mentana blasta laggente).

coppia gay mano nella mano
Perché noi persone queer abbiamo ancora paura a tenerci per mano? Leggi >

 

Nascita della parola omofobia

Nascita e diffusione di un neologismo vanno sovente di pari passo con le evoluzioni etico-culturali di una società che, nel tempo, acquista sempre più coscienza di sé e di chi la abita, ritrovandosi quindi a dover forgiare nuovi termini per etichettare nuovi fenomeni. Mi viene in mente la parola omofobia, la cui prima attestazione nella lingua italiana, secondo il Nuovo De Mauro consultabile sul sito di Internazionale, risale al 1981. Ciò significa che, anno più, anno meno, se verso la fine degli anni Settanta un maschio gay veniva deriso, bullizzato, o picchiato perché omosessuale, non esisteva una definizione precisa per descrivere questa azione, che veniva perciò banalizzata col termine ombrello violenza – che appiattisce tremendamente le intenzioni maligne alla base dell’atto.

A omofobia, col diffondersi del discorso sulla queerness, sono poi stati applicati vari prefissi a seconda della persona coinvolta: bifobia, lesbofobia, transfobia, queerfobia, ecc. Il suffisso –fobia deriva dal greco antico φοβία (phobia) e vuol dire paura. Sull’Enciclopedia Treccani, alla voce omofobia nella sezione Dizionario di Medicina (2010), leggiamo infatti:

“paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o di scoprirsi omosessuale, sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità”

Perché il suffisso -fobia è impreciso

Ma si tratta davvero di paura?
Estendendo il concetto a tutta la comunità LGBTQIA+ – e parlando dunque di queerfobia – sulla prima accezione del termine si può essere d’accordo perché tante persone queer, nella fase di scoperta di sé, hanno spesso timore di sviluppare un’identità di genere o un orientamento sessuale non conformi. Ma riguardo invece il secondo significato del lemma, cioè “l’atteggiamento di condanna dell’omosessualità” – della queerness in questo caso – io credo che l’emozione scatenante alla base di un tale sentimento non sia la paura, ma l’odio, nudo e crudo. Se qualcuno pesta o insulta una persona queer, non lo fa perché ne ha timore, ma perché la malsopporta e gli prudono le mani per l’irrazionale fastidio ferino che prova. In tal caso, parlare di fobia è impreciso, perché ci si concentra sulla presunta paura di chi attua la violenza verbale o fisica, e non su chi invece ne è vittima in prima persona. Usare il suffisso –fobia dà perciò più preponderanza al carnefice che, in questi frangenti, viene quasi deresponsabilizzato con la scusa della paura.

pronomi comunuità lgbtqia+ chiamami con il mio pronome
Chiamami con il mio pronome: perché per la comunità LGBTQIA+ i pronomi sono importanti >

Perché dovremmo usare il prefisso miso-

Come ogni lingua, però, per aggirare questo problema l’italiano ha una miriade di frecce al suo arco. Una di queste è il prefisso miso– che ci arriva dal greco antico μῖσος (mîsos) e, sempre secondo Treccani, significa per l’appunto “odio, avversione, ostilità o antipatia verso la persona o la cosa espressa dal secondo elemento” della parola che segue: misantropo (chi non soffre la compagnia altrui), misogino (chi non tollera le donne), misoneismo (avversione verso ogni genere di novità in qualsiasi campo o ramo del sapere), ecc.
Che effetto farebbe, dunque, dire misomosessuale? E misobisessuale, misolesbico, misotrans, misoqueer? [N.d.A.: Già mi pregusto le critiche: “Ma che è, ‘na zuppa de miso?!”]
Di sicuro, sentendo questi neologismi per la prima volta, digrigneremmo i denti all’unisono, perché le novità lessicali suonano e suoneranno sempre strane e cacofoniche, ma senz’altro a un primo ascolto il focus semantico si sposterebbe sulla matrice di odio intrinseco alla base. In qualche modo, la parola misoqueer metterebbe l’accento su intenzione e colpa di chi prova questo sentimento di violenta avversione, senza più cercare giustificazioni nella retorica del “poverino, aveva tanta paura…”

Oltre a essere il nostro biglietto da visita, la lingua è anche il canale con cui trasmettiamo al mondo il nostro io e le nostre idee, ed è doveroso conoscerla nel migliore dei modi per sfruttarne le infinite possibilità in nuce. Se ogni volta che vedo un ragno scappo a gambe levate, strillando come un forsennato, di certo soffro di aracnofobia perché ho una paura atroce ed evidente degli aracnidi; se invece nel cuore della notte un energumeno mi rincorre nei vicoli bui di una città perché indosso la maglietta del Pride, quella non è una fobia, quella è voglia di farmi del male gratuito perché la mia sola presenza l’ha infastidito a tal punto. In quel momento lui, o lei, o loro non fuggono a perdifiato perché provano una paura ancestrale verso il color arcobaleno – in quel momento mi odiano e basta.

ə vera gheno schwa linguaggio inclusivo
Intervista a Vera Gheno >

Continuare a usare la parola omo-bi-lesbo-trans-queerfobia avendone coscienza

Detto ciò, sia lode alla parola omo-bi-lesbo-trans-queerfobia, che è stata un’immensa conquista, e ce la teniamo ben stretta. Per praticità e facile comprensione, essendo ormai diffusissima, continueremo a usarla.

Ma è importante avere chiaro che, nella maggior parte dei contesti in cui viene pronunciata o scritta, suona soltanto come una mera scusante, attenuando in un certo senso l’odio che purtroppo spesse volte la contraddistingue.

La lingua, la facciamo noi, giorno dopo giorno, e di fronte a certi gesti noi, ancora senza tutela legale di fronte a crimini d’odio misoqueer, vogliamo delle aggravanti, innanzitutto linguistiche. Se la lingua cambia, il pensiero le va appresso.

Emanuele Bero

Leggi anche:
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Se oggi un millennial riguarda Lady Oscar, che fine fa quel buon padre che voleva un maschietto?

 

Cover foto di Timothy Dykes su Unsplash

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johnwhite 6.12.23 - 10:03

Io non so se gli attivisti omosessuali e i discriminati con cui ha parlato questa persona parlino una lingua incomprensibile o se cosa. La parola omofobia implica un reato (non presente così organizzato nella legge), non una responsabilità civile. Non ci stiamo limitando a un ingiuria, ma a una vera e propria responsabilità penale. Gli omosessuali a differenza delle donne sono il 4% della popolazione totale. Se in uno stadio di una partita di calcio femminile escono episodi di misoginia, nessuno farebbe fermare la partita poiché la tolleranza sarebbe abbastanza. Per un omosessuale, no. Una minoranza così esigua non ha la tolleranza e la chimica del genere femminile in assoluto. Si parla di istigazione al suicidio prima della violenza fisica, che sarebbe compresa nella parola misosessuale. Quando si parla di omofobia spesso si dimentica che l'omosessualità è un intimità della persona. Dichiarare in maniera impropria l'orientamento sessuale di qualcuno non è solo diffamazione o ingiuria, come definito dalla destra, ma diffusione di dati personali! Scriversi gay o lesbica in faccia non è come scriversi donna sulla fronte. L'intersezionalità con le disabilità, quindi la sessualità egodistonica, non avviene solo quando pare alla destra italiana in palese problemi con la magistratura da secoli. Mi auguro che la Meloni inverta la rotta su questo punto di vista.

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