Siamo tutti plurisessuali

La nostra esperienza e le nostre sensazioni ci mandano segnali di un corpo e di una sessualità molto meno definiti di quanto crediamo. E di quanto forse le nostre paure vorrebbero.

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Qualche mese or sono, chiacchierando nei camerini prima di andare in scena, i miei colleghi attori mi svelarono (e talvolta occultarono) più cose di quante sapessi in precedenza e soprattutto molte di più di quante si potessero racchiudere in una definizione: gli etero avevano avuto esperienze omo da giovani, oppure le ritenevano possibili al punto che uno si diceva "potenzialmente bisessuale", uno dei gay era stato fidanzato a lungo e poi sposato con una donna (rimanendole peraltro sempre fedele), prima di scoprire l’attrazione per gli uomini, mentre il più effeminato di tutti, oltre ad aver avuto storie con uomini, donne e perfino trans, aveva vissuto pure, unico tra tutti noi, l’esperienza della paternità.

Tempo prima, ad un coinquilino che aveva una turbolenta tresca con una mia amica, rivelai che lei aveva da poco concluso una lunga storia con una ragazza. Gli raccontai inoltre che un nostro coinquilino gay era stato mesi insieme ad una donna e che quest’ultima in precedenza aveva avuto una relazione saffica. Lui restò a lungo in silenzio, poi mi disse: «Guarda che se io dovessi andare con un uomo, verrei con te, sappilo».

Ora, non è che io mi illuda di vivere in un’isola felice, per quanto ognuno di noi finisca per selezionare le persone che frequenta in base a determinate affinità. Credo però che esistano in ognuno di noi sfumature molto più profonde di quanto tentino di imporci i condizionamenti sociali. Non parlo solo del mondo "etero", visto che tantissimi ragazzi, appena scoperto l’ambiente gay, vi sprofondano dentro e in breve si cristallizzano, finendo per limitare il loro orizzonte a quello che vedono o credono di vedere, a quello che di sé vogliono mostrare agli altri ed al quale essi stessi finiscono per credere.

Abbiamo bisogno – lo ammetto – di riconoscerci parte di qualcosa, di essere etichettati e abbiamo ugualmente una paura folle delle contaminazioni, di perdere con esse la nostra identità. Per lo stesso motivo, quando vediamo che si "accetta" la diversità, spesso è a patto che i diversi restino tali e non si mischino con i "normali", né accampino pretese fuori luogo. Schematizzazioni comprensibili ma del tutto artificiose, visto che la sessualità è quanto di più sfuggente ci sia e non la si può ridurre al solo orientamento.

Se da ragazzi si ha tanta voglia di fare sesso ma si è poco capaci a farlo, crescendo si acquista esperienza (se si ha la sensibilità per ricordarsi che si ha di fronte una persona e non un oggetto di svago), si scoprono le zone erogene e le fantasie del partner e se ne cerca il piacere. Lo stesso avviene per il proprio corpo, miniera di possibili varianti, e per tutto l’immaginario erotico, anch’esso in perenne evoluzione. La masturbazione, istinto precoce, non ci ha detto tutto e gli organi sessuali primari hanno oscurato ma non eliminato il resto: occorrono pazienza, curiosità e un pizzico di fortuna nello scavare nel modo giusto, nei punti giusti, con le persone giuste. La piena coscienza di sé ci rivelerà che (quasi) tutto è possibile.

Lo dimostrano le differenze nei gusti, cosa ci piace, con chi, dove e quando. Per non parlare delle occasionali incursioni omo degli etero, delle nostre nei rapporti (non solo di confidenze) con l’altro sesso o di tutta quella fascia di uomini attratti dalle trans e difficili da definire. Perfino chi si dichiara apertamente bisessuale tutto è fuori che perfettamente diviso a metà, 50 e 50, quasi si dovesse girare per strada una volta a guardare una bella donna e subito dopo un maschione, con cadenza regolare come un tergicristallo. Più probabile che sia soggetto alle variazioni del momento, esattamente come il resto del mondo.

Non intendo asserire che siamo tutti concretamente plurisessuali e pluriversatili ma solo che lo siamo potenzialmente. Tra quello che ci piace e quello che ci disgusta c’è a volte un confine tanto labile quanto più ci illudiamo sia solido. Spesso sono le nostre resistenze a farcelo desiderare più netto di quanto non sia. Ma basta magari un bicchiere in più ed ecco che la caduta delle inibizioni ci mostra qualcosa assai diverso.

Inutile indagare la forza maieutica dell’alcool (o delle droghe), meglio riconoscere nei momenti in cui siamo apparentemente "fuori di noi" qualcosa di assolutamente naturale e istintivo: non siamo forzati o ingannati dagli altri, siamo semplicemente noi stessi, qualcosa che non ci caratterizza del tutto ma che comunque ci appartiene.

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

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di Flavio Mazzini

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