A che punto è il dibattito sulla prostituzione in Italia?

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Alla base delle case di tolleranza c’era l’idea patriarcale che il corpo femminile fosse una merce disponibile a piacimento degli uomini e dello Stato. E allora qual è...

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Parlare di sex work e diritti sessuali in Italia è sempre stato difficile. Lo sapeva bene Lina Merlin, senatrice socialista, che per fare passare la sua legge contro le case chiuse non esitò a ricattare i colleghi maschi dopo mille tentativi andati a vuoto. In quel modo Merlin riuscì a chiudere i postriboli di Stato, nelle quali giovani donne venivano sfruttate non soltanto dai tenutari delle case, ma anche dallo Stato. La senatrice socialista per questo motivo fu attaccata, dileggiata, offesa, dipinta come una bigotta. In realtà, la legge Merlin è una legge libertaria perché non mirava a proibire la prostituzione come scelta libera e consapevole, piuttosto a colpire lo sfruttamento e il privilegio sessuale dei maschi. Dentro le case di tolleranza infatti agli uomini veniva garantito un “servizio” esclusivo per i maschi. Non c’erano cioè prostituti uomini o luoghi di piacere femminile. Questo perché alla base delle case di tolleranza c’era l’idea patriarcale che il corpo femminile fosse una merce disponibile a piacimento degli uomini e dello Stato. Le “signorine” delle case di tolleranza erano ridotte a oggetti, non soggetti. Non erano libere di andarsene, per esempio, ed erano marchiate a vita come paria attraverso la schedatura in questura. Basta leggere il libro che Merlin scrisse con Carla Voltolina, Lettere dalle case chiuse, per farsi un’idea.

Il tariffario di una casa chiusa italiana, nel 1932.
Il tariffario di una casa chiusa italiana, nel 1932.

La legge Merlin è del 1958. Da allora nessun intervento legislativo significativo è stato introdotto, eppure il fenomeno della prostituzione è mutato significativamente. Stime parlano di 2,5 milioni di cittadini che pagano per avere una prestazione sessuale. Le associazioni delle e dei sex workers chiedono ormai da anni una regolamentazione del fenomeno che offra maggiori tutele e certezze e il riconoscimento di diritti basici. Negli anni molti disegni di legge in materia sono stati presentati, l’ultimo a firma di Maria Spilabotte del PD che prevede un intervento soft di regolamentazione senza arrivare alla riapertura delle case chiuse. Sempre in Senato, c’è un’altra proposta interessante a firma di Sergio Lo Giudice che mira a introdurre la figura dell’assistenza sessuale ai disabili, tema sicuramente diverso ma comunque connesso al dibattito sui diritti sessuali. In Francia, invece, si è invece proposto di punire i clienti sul modello di Svezia, Norvegia e Islanda. Mille e cinquecento euro di multa, tremila e cinque per i recidivi. La proposta francese è stata presentata anche in Italia alla camera, dall’onorevole Bini sempre del PD.

Il modello proibizionista non può trovarmi d’accordo. E non certo perché la prostituzione è sempre esistita e continuerà ad esistere, come dicono in molti banalmente. Piuttosto perché come dice Amnesty International nei paesi in cui la prostituzione è criminalizzata, i e le sex worker sono maggiormente a rischio. In secondo luogo, perché credo profondamente nella libertà individuale e di autodeterminazione del proprio corpo. E nella sessualità – intesa come rapporto consensuale fra adulti – come spazio politico per rivendicare pienamente quest’autodeterminazione. Questa fede profonda nell’autodeterminazione, nel libero arbitrio, nella responsabilità individuale,  non può però metterci il prosciutto davanti agli occhi. Non possiamo cioè fingere di non vedere i nuovi fenomeni di terribile sfruttamento nati grazie alla globalizzazione del mercato del sesso che sfrutta e lucra sulle diseguaglianze sociali, sulle nuove povertà e sulla differenze abissali fra Nord e Sud del mondo. Non tutte le/i sex workers che stanno sulla strada sono libere e felici. Ancora troppe sono le/i minori, le immigrate in balia di trafficanti di esseri umani, le schiave sotto scacco della criminalità. Allo stesso tempo, non tutte le/i sex workers sono per forza vittime come qualcuno vorrebbe farci credere.

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Ecco perché qualsiasi intervento legislativo sul tema debba essere prima di tutto smart e conciliare un approccio idealmente libertario ad una visione pragmatica, concreta, del fenomeno. Bisognerebbe allora partire dalle istanze delle e dei sex workers, che in Italia chiedono di poter pagare le tasse e accedere al welfare, al pari di tutti gli altri lavoratori.  La legge Spilabotte è un buon punto di partenza anche se poi si ingarbuglia in tecnicismi burocratici, come il rilascio di un patentino da parte della Camera di Commercio che ricorda troppo il tesserino che proprio la senatrice Merlin volle cancellare. Nel testo di Spilabotte, inoltre, si accoglie la richiesta delle associazioni che chiedono il superamento del reato di favoreggiamento, che impedisce per esempio ai sex workers di lavorare insieme, affittare case o di frequentare locali pubblici come accade in Germania. Dal punto di vista dei sex workers, la regolamentazione del fenomeno porterebbe davvero all’emergere dei casi di sfruttamento e tratta che spesso trovano un fecondo nascondiglio nella clandestinità. Anche perché se regolare, una prostituta può chiamare un agente di polizia nei casi di abuso o violenza. Oggi ciò non accade. Basti pensare alle decine di morti ammazzate fra le sex workers della comunità transgender come Hande Kader, attivista per i diritti civili turca, simbolo del Gay Pride, uccisa e bruciata nella periferia di Istanbul (LEGGI >). Una vera strage silenziosa, quella delle sex workers trans, di cui nessuno – a parte le associazioni e il volontariato – si occupa.  In Italia, però, si continua a parlare di prostituzione come problema unicamente di sicurezza, o peggio di decoro urbano: il massimo dell’ipocrisia borghese. Ogni tanto, per esempio, divampa l’insopportabile polemica sulle zone a luci rosse che qualche sindaco vorrebbe proporre. Come se l’unico problema fosse: “Dove li mettiamo?. In pratica, si riducono le e i sex workers a oggetti da spostare in strade periferiche o in luoghi isolati, lontano dallo sguardo dei cittadini.

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