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Gli psicologi contro l'Agesci: "Coming out capi è educativo"


  Gli psicologi contro l'Agesci:

L'ordine professionale della Lombardia interviene sulle linee guida dell'Agesci sull'omosessualità: "Il coming out dei capi insegna che essere gay è normale e previene il bullismo. Non patologizzare".

Chiamati in causa dagli atti del contestatissimo seminario Agesci (Associazione guide e scout cattolici italiani), intitolato "Omosessualità: nodi da sciogliere nelle comunità capi. L'educazione fra orientamento sessuale e identità di genere", sono intervenuti anche gli psicologi tramite l'ordine lombardo che sottolinea il risvolto 'educativo' dell'eventuale coming out di capi scout omosessuali in quanto, come spiega la segretaria dell'Ordine Carlotta Longhi, "insegna ai ragazzi eterosessuali la legittimità ad essere lesbica o gay, prevenendo forme di omofobia e bullismo omofobo". La dottoressa Longhi si sofferma su frasi come quella che invita a chiedere consiglio a un esperto, "uno psicologo dell'età evolutiva o un pedagogista", se "il ragazzo o la ragazza presentano tendenze omosessuali".


"Condanniamo ogni tentativo di patologizzare l'omosessualità, che l'Organizzazione mondiale della sanità definisce una 'variante naturale del comportamento umano'", spiega la segretaria dell'Ordine lombardo e sottolinea che "il consiglio di riferirsi allo psicologo per il semplice fatto che un ragazzo scout si dichiari omosessuale significa dare per scontato che il ragazzo o la famiglia non abbiano le risorse per gestire un orientamento sessuale non maggioritario visto come problematico in sé". A proposito dei coming out dei capi scout, l'aspetto più contestato del seminario, la dottoressa aggiunge che "la sottolineatura da parte dei relatori della necessità di prudenza si pone in contrasto con gli orientamenti teorici e clinici più recenti che vedono nella visibilità in ambito familiare, lavorativo ma anche educativo delle persone omosessuali un fattore di protezione da problemi psicologici e una condizione di benessere, sia personale che comunitario".


La specialista non manca di prendere le distanze in maniera netta e determinata dalle cosiddette 'terapie riparative' "che presuppongono, appunto, che l'omosessualità sia una patologia da curare". Su questo aspetto Longhi non fa che ricordare la posizione ufficiale dell'Ordine lombardo, affidata a una delibera del 2010, in cui pur difendendo "la libertà dei terapeuti di esplorare senza posizioni pregiudiziali l'orientamento sessuale dei clienti", l'Ordine segnala che "qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l'eterosessualità o verso l'omosessualità è contraria alla deontologia professionale e al rispetto dei diritti dei pazienti", e mette in guardia sulle 'terapie riparative' rivolte a clienti con orientamento omosessuale: "Rischiano, violando il codice deontologico della professione, di forzarli nella direzione di 'cambiare' o reprimere il proprio orientamento sessuale, invece di analizzare i fattori che lo determinano e favorire la piena accettazione di se stessi".

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