Dream Boat, il documentario sulle navi da crociera gay

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È uscito in Francia l’intrigante documentario di Tristan Ferland Milewski su una crociera per soli omosessuali.

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Tutti in ‘frociera’! Le crociere gay, destinate esclusivamente a un pubblico omosessuale, stanno prendendo sempre più il largo: proprio noi di Gay.it avevamo organizzato nel 2009 la memorabile REvuelta, la prima crociera gay, quattro giorni straordinari da Civitavecchia alla Spagna a bordo della Cruise-Barcelona delle Grimaldi Lines con ospiti vip quali Fabio Canino, Paolo Tuci e le star del porno Carlo Masi e Adam Champ.

Un’occasione per ritrovarsi, divertirsi ma anche riflettere insieme su che cosa significa davvero comunità gay quando si convive in spazi ristretti per rilassarsi, certo, ma anche per discutere insieme su dove sta andando il movimento LGBT.

Ma a solcare il Mediterraneo regolarmente ci sono anche le navi di Atlantis Events che arrivano fino alla Grecia e alla Turchia, e quelle del belga La Démence che parte e arriva a Barcellona. Proprio una di queste navi con 2300 ospiti omosessuali è raccontata nello strano e intrigante documentario Dream Boat di Tristan Ferland Milewski uscito in questi giorni in Francia (non ha ancora una distribuzione italiana).

In un’atmosfera testosteronica dove il sesso è il perno dell’intera vacanza – il doc inizia con un notevole nudo integrale posteriore – il regista si concentra su cinque personaggi dal vissuto molto diverso: il 24enne polacco Marek, polposo culturista, si lamenta perché “vorrebbe trovare l’amore e non essere trattato come il prodotto di un supermercato”; il 32enne indiano Dipankar racconta il matrimonio etero combinato nel suo Paese dalla cui trappola è fuggito per poter vivere liberamente la propria sessualità ma scopre di sentirsi solo come non mai nonostante le migliaia di maschi che lo circondano; il francese 47enne Philippe vive su una sedia a rotelle da vent’anni a causa delle conseguenze di una meningite (“in cinque minuti, da quando è apparsa la carrozzella trascinata da un’infermiera, ho perso amici e parenti”) ma ringrazia il suo compagno che gli ha salvato la vita; il 31enne palestinese Ramzi è scappato dalle persecuzioni della polizia in patria e ha messo radici in Belgio;

il fotografo austriaco 42enne Martin – la testimonianza più toccante – racconta di come abbia riscoperto il gusto della vita da sieropositivo grazie ai nuovi farmaci (“La Spada di Damocle non era più lassù”) grazie alla consapevolezza del valore del tempo “da non sprecare più, nemmeno un attimo” mentre si rimpiange “un’intera generazione di anime belle che è stata portata via”.

Sotto la superficie scintillante della nave arcobaleno tutta gaiezza e smaltata bellezza, il regista, con uno stile ipnotico leggermente estetizzante, dà un ritratto della comunità gay in chiaroscuro, dove le ombre prevalgono: l’ossessione per il sesso, unico criterio per farsi accettare nel gruppo, è assoluta (pacchi-bomba inquadrati insistentemente, palpati, agognati; jockstraps minimali che scoprono deretani/pesca insaziabili; molto fetish nelle feste leather, harness ingabbianti; un pompino in primo piano nell’indifferenza generale mentre si balla in pista; un tappeto di preservativi usati e scopati via da un addetto in aplomb assoluto); il concetto di cultura sembra inesistente (non si vede un libro, non si parla mai degli spettacoli sulla nave, cinema/teatro/arti varie mai menzionate); l’atteggiamento da regressione all’infanzia perenne è molto diffuso – travestimenti da cagnolino, bambinetta porca, castellana vogliosa – mentre l’unica preoccupazione è sembrare giovani a tutti i costi: invecchiare è visto come la tragedia massima (“Essere anziani gay? Vuol dire essere soli, raramente si arriva in coppia”). Si vede anche, per l’ultima volta, l’immortale Coca, drag immensa scomparsa qualche mese fa: fu lei a insegnarci i segreti della lingua francese attraverso strepitosi calembour situazionisti davvero geniali.

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La scena più bella ha qualcosa di felliniano e gender (più la seconda): per una serata, tutti i partecipanti si vestono da donna e invadono ponti e cabine con reggiseni che celano a fatica pettorali da urlo, parrucche himalayane, tacchi a stiletto – c’è pure la corsa sui tacchi a cui partecipa anche il signore francese sulla sedia a rotelle. L’improbabile gineceo en travesti sembra una passerella da ‘F-Otto e mezzo’, ci si adocchia desiderosi sbirciando sotto i costumi irresistibili (c’è una magnifica Madonna nera con velo lunghissimo e volto coperto), un Carnevale Infinito per rimuovere omofobia e drammi quotidiani, almeno per una sera.

La nave attracca a Barcellona per riprendere poi il largo, resta soprattutto la malinconia, “la farce est jouée”: dove sta andando questo bastimento queer che altro non è che la comunità gay?

 

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