Paris Fashion Week: cinque motivi per cui ne è valsa la pena

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Le 5 cose da sapere sulla Paris Fashion Week, tra debutti più o meno riusciti e certezze inattaccabili come solo Kaiser Karl.

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Dopo Milano (LEGGI >), che ha prodotto pareri che più discordanti non si può, dove si è parlato proprio di trionfo e rinascimento come di noia mortale e agonia di tutto il sistema, atteggiamento forse sintomatico di questi tempi dove uno vale uno e quindi nulla vale nulla, non quindi propositivo e utile ma certamente libertario e divertente (varrebbe la pena fare un referendum anche su questi temi di vitale importanza), si chiude con Parigi la staffetta fashion della Spring Summer 2017. Settimana non scoppiettante ma comunque carica, come sempre anche a causa della durata romanzesca, di cose nuove e tanta hype. E soprattutto di debutti interessanti a capo di brand storici e per niente facili. Qui di seguito le cinque cose che (forse) vale la pena sapere.

1 Yves (ridaje) Saint Laurent

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La questione, tra me e Hedi, è antica. Ed è quindi difficile essere oggettivi con la persona che ci ha cambiato la vita, il primo amore che non si scorda mai. Da Saint Laurent abbiamo assistito all’insediamento di Anthony Vaccarello come head designer, dopo l’abbandono non troppo tranquillo, e seguito da una coda di cause milionarie, del tanto amato Hedi. Si è respirata un’aria di restaurazione dolce, un congresso di Vienna a bassa voce. Rientra dalla finestra l’Yves del marchio, che Slimane aveva decapitato con piglio rivoluzionario. Ritorna anche il vecchio marchio, quello con le tre lettere intrecciate che era sopravvissuto solo in profumeria, e diventa tacco di décolleté anche divertenti nel loro citare l’ancien régime di un certo tomfordismo anni ’90. Il resto è un mix non troppo emozionante di basic e ricordi del de cuius come le trasparenze, gli abiti monospalla, il leopardo, giacchette e stivaletti che a cavallo della rivoluzione fecero fatturati da capogiro. Vediamo cosa attenderci da questo Metternich della moda.

2 Il femminismo di Dior?

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Secondo debutto alla PFW è stato quello di Maria Grazia Chiuri da Dior dopo l’abbandono melodrammatico e (a giudicare da quello che è andato a fare dopo essersi lamentato del super lavoro per seguire due linee – Dior e la sua omonima – e della impossibilità di essere creativi quando si lavora a certi regimi, ossia seguire tutta la produzione di tutte le linee di Calvin Klein) paraculo di Raf Simons. La discussione è stata accesissima sul tema caldissimo della moda di questi anni: il femminismo. Per chi non fosse troppo addentro, Dior è l’emblema maximo di moda conservatrice. È il golem che porta avanti un’idea di donna anni 50 come nessun altro, e se da tanti questa è apprezzata esteticamente è incontestabile che qualche problema si presenti. Non si tratta naturalmente di una bieca attitudine antistorica, piuttosto di un insospettabile nazismo rosa confetto alla Bree Van De Kamp. Chiuri, per intenderci è la prima donna in assoluto a trovarsi alla guida del carrozzone che ha masticato e risputato prima di lei non solo Raf Simons, ma anche il fu John Galliano. Una sfida non facile, quindi. Lei se l’è giocata bene. E ha tirato i fili che tengono su lo show con maestria e furbizia. Si è detto molto dell’assenza di bar jacket (capo icona della maison) in sfilata, ed è vero, ma non è che proprio non ci fossero, erano solo nascoste molto bene sotto il tema della scherma (vedere uscita n. 13). Si è detto molto dell’abbandono di linee guida estetiche ormai fossilizzate. C’erano i jeans, c’erano le t-shirt con scritto We should all be feminist. C’erano gli elastici con scritto J’Adior. È vero che le cose sono cambiate, e in bene. L’impressione però è stata più quella di una collezione Dior Youth. Una seconda linea per ragazzine che possono ribellarsi ma con le mamme che comunque da lontano le tengono d’occhio. Qualcosa si muove ed è bene, ma il femminismo è un’altra cosa. Le parole sono importanti.

3 Lanvin

lanvin

La terza ed ultima new entry parigina è Bouchra Jarrar da Lanvin, dopo 15 anni di Alber Elbaz, che creò l’immaginario del brand, creò l’immaginario di se stesso, e a un certo punto prese anche in giro entrambi con una memorabile ad campaign del 2011.

La Jarrar disegna una collezione di fighezza pura, senza abbandonare i tratti caratteristici di Lanvin (frase imprescindibile che ogni redattore di moda non può sottrarsi dallo scrivere, al cambio di ogni direttore creativo, per salvare capra e cavoli). E si parla proprio di Jeanne Lanvin che fu una Coco Chanel ante-litteram, di eleganze col botto da belle époque e poi anche anni 20 e 30. Ragazze à la garçonne, pantaloni palazzo, decorazioni sibaritiche in tubicini di vetro dorati e poi strass. Non mancano i volumi degli abiti monospalla tanto Elbaz che portarono in anni meno inflazionati anche a una collaborazione con H&M. Insomma sembra proprio si tratti di un’eredità felice.

4 Balenciaga che è Vetements che è Balenciaga

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