Quel cortocircuito sessuale che non vorremmo mai vivere

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Ci si conosce in chat, ci si scambiano le foto ed è amore a prima vista: pettorali mozzafiato, viso niente male. Una pioggia di sms che trasudano desiderio...

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Devo cambiare la foto del mio profilo. O quantomeno scrivere una didascalia inequivocabile pubblicando a chiare lettere qual è il mio ruolo perché è evidente a questo punto che, almeno in foto, devo sembrare una specie di Mr. Attivo.
È pur vero che i ritratti delle chat sono come le macchie di Rorschach: ognuno vede quel che vuole vederci, e su queste si creano aspettative e si ripongono speranze, ma a questo punto lasciamo a casa la fantasia e avviamoci lungo la strada della spietata verità.
Devo dire, a giustificazione di quanti mi contattano sperando di trovare in me un castigatore di terga, che in foto ce li frego perché sono talmente ben camuffato che qualcuno potrebbe citarmi per pubblicità ingannevole, e sebbene non esista un “look” da top e uno da bottom (certo magari farsi ritrarre a 4 zampe, con degli hot pants di vernice rossa e un lecca lecca in bocca aiuterebbe la decodifica) a questo punto meglio essere chiari.

La settima scorsa appare sulla mia casella di posta di un noto omo social network un messaggio che recava seco un complimento molto lusinghiero da parte di un tronco dotato della facoltà di scrivere. A me basta vedere due capezzoli piantati su dei pettorali ipertrofici seguiti da una cascata di addominali e subito sono pazzo di lui. Ad ogni modo chiedo di rivelarmi anche il viso, quanto meno per distinguerlo al primo appuntamento senza costringerlo a indossare un berretto rosso sulla testa e una copia di Le Figaro sotto il braccio.
Detto fatto: 2 battute dopo ricevo anche il viso e la somma del busto+testa dà sorprendentemente come risultato un gran bell’uomo.
A quanto pare stavolta il dio delle chat ha rivolto anche verso di me il suo sguardo pietoso e benevolo, e partiamo subito con un carteggio come non se ne leggeva dai tempi de “Le relazioni pericolose”.
In effetti a insospettirmi sarebbero stati sufficienti i suoi messaggi, così frequenti, esageratamente carichi di pathos e aspettative, troppo per quel poco che ci si conosceva.

Un tampinamento fatto di SMS che io conosco molto bene perché solitamente è quello che faccio io quindi, se tanto mi dà tanto, avrei dovuto capire già da quello che cercava in me quello che io cercavo in lui, e che al posto di una sintonia di intenti quello che ci aspettava sarebbe stato solo un cortocircuito sessuale.Ma mi sono detto “proviamo, mica hai la palla di cristallo, forse ti sbagli”. E invece no. L’intuito (soprattutto il mio e soprattutto in certe faccende) va sempre ascoltato.
Dopo 4 giorni e una cifra a due zeri di messaggi (per problemi logistici non potevamo incontrarci subito) decido di mandare il messaggio definitivo nel quale facevo la rivelazione più importante: “io sono passivo” (sì, certo detto con meno schiettezza ma questo era il succo).
Silenzio radio per qualche minuto poi, il telefono trilla.
Leggo: “No, cazzo!”.

Due parole che trasudavano lo stesso dolore d’una madre alla quale hanno appena detto d’aver perso il figlio in guerra.
Faccio lo sportivo e mentre do pugni al muro per scaricare la delusione rispondo con un “vabbé diventeremo amici allora”.Credo che il SETI (l’istituto americano per la rilevazione di segnali dallo spazio di altre forme di civiltà) abbia captato più messaggi dagli UFO di quanti ne abbia ricevuti io dal tipo.
Ci riprovo dopo qualche ora, quanto meno per non fare la parte del “cazzo oriented” e per capire se ci saremmo comunque incontrati anche perché, hai visto mai, con il lavaggio del cervello, facendolo bere molto o semplicemente puntandogli una pistola alle tempie magari riuscivo a fargli cambiare idea, del resto non è l’uomo l’essere più adattabile del regno animale? Sì, forse, ma di certo non la sottocategoria del passivo, incorruttibile quanto un asceta indù.
Fatto sta che non si è più fatto vivo perché, si sa, i passivi non incontrano altri passivi, neppure uso amicizia visto che la concorrenza è troppa e la torta da spartirsi ha molte meno fette di quanto si voglia credere.

Ma anche la peggiore delle esperienze ha in sé un insegnamento che può migliorare la nostra esistenza, e quello che ho imparato da questa è che certe cose è meglio dirsele subito, anche prima del nome. Certo, raccontiamocelo con un minimo di garbo, magari scherzandoci sopra, ma facciamolo anche perché se non provi pudore a pubblicare sul tuo profilo degli autoscatti con lo stendino dei panni sul fondo o con un sacro cuore trafitto di ceramica smaltata sulla testiera del letto diventi poco credibile se poi ti imbarazzi a dire come prima cosa che sei passivo.
Orsù dunque, abbandoniamo le sciocche reticenze e smettiamola di credere che rivelare da subito il ruolo sessuale infici il romanticismo di un primo appuntamento. Farlo non spegnerà la candela che arde sul tavolino e non farà appassire i fiori nel vaso perché tanto, prima o poi, il percorso degli eventi ci porterà sul materasso e allora sarà solo la nostra schiettezza iniziale a decidere se quello diventerà un campo di battaglia o una verde vallata odorosa.

di Insy Loan ad alcuni meglio noto come Alessandro Michetti

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