Arcigay contro l’appello delle donne sull’utero in affitto

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Presa di posizione di Gabriele Piazzoni sull'appello femminista contro la GPA

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Un appello contro la pratica dell’utero in affitto. La richiesta all’Europa di metterla al bando. Il desiderio di rompere quello che viene definito “un silenzio conformista su qualcosa che ci riguarda da vicino”. A promuoverlo ieri sono state le donne di Senonoraquando libere . A firmare, un mondo vasto che va dal cinema alla letteratura, dal campo universitario a quello delle associazioni per i diritti. Così ci sono Stefania Sandrelli, Giovanni Soldati, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Claudio Amendola, Francesca Neri, Ricky Tognazzi, Simona Izzo, Micaela Ramazzotti. E poi intellettuali come Giuseppe Vacca, Peppino Caldarola, la scrittrice Dacia Maraini. E ancora le suore orsoline di Casa Rut a Caserta, l’associazione Slaves no more di Anna Pozzi, Aurelio Mancuso, già presidente di Arcigay e ora di Equality Italia. Dura la presa di posizione di Arcigay.

“Abbiamo letto con grande sorpresa e profonda amarezza l’appello di alcune aderenti a “Se non ora quando – libere” e di alcuni personaggi dello spettacolo contro la gestazione per altri (Gpa) diffuso ieri dai media”: lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay. Che prosegue: “Un appello che prende in considerazione un tema molto delicato, sul quale Arcigay e tutto il mondo lgbt sono da sempre disponibili a confrontarsi. Ma sarebbe una grave ingenuità non cogliere il momento particolare in cui quell’appello ha deciso di rendersi pubblico: in Italia attualmente non è in corso alcun dibattito parlamentare sulla Gpa, da sempre vietata nel nostro Paese e alla quale alcune coppie italiane sterili (nella stragrande maggioranza eterosessuali) fanno ricorso all’estero. La polemica sulla Gpa, quindi, è attuale nella misura in cui viene utilizzata da alcuni parlamentari, di destra ma non solo, per affossare la legge sulle unioni civili, o quantomeno per privarla dell’istituto della stepchild adoption, che è semplicemente il modo in cui si riconoscono davanti alla legge i figli e le figlie che già esistono.”

“Vorremmo credere – continua Piazzoni – nella buona fede di chi ha sottoscritto quell’appello ma farlo vorrebbe dire credere che alcuni intellettuali italiani siano del tutto inconsapevoli del dibattito in corso, cioè che lo ignorino. Credere alla buona fede, insomma, significherebbe dare degli ignoranti, nel senso etimologico del termine, ad alcune importanti personalità, le cui storie dimostrano tutt’altro. Scartando questa ipotesi resta quella della strumentalizzazione e le domande che inevitabilmente suscita: chi e per quali ragioni ha promosso in principio questa iniziativa? Chi ha usato le firme di Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco, ad esempio, che oggi si dissociano clamorosamente dall’appello nel quale, a loro insaputa, erano stati inseriti? Una cosa va detta a chiare lettere: Arcigay è da sempre contro lo sfruttamento delle persone e dei corpi. Un fenomeno che interessa anche la Gpa, in alcune parti del mondo, ma che diventa ancora più evidente in altre situazioni che riguardano molto da vicino il nostro Paese e per le quali purtroppo né gli intellettuali né la politica hanno mai deciso di spendersi concretamente. Se si vuole combattere coi fatti, e non solo a parole, lo sfruttamento, Arcigay è e sarà in prima fila. Ma dopo anni e anni di battaglie per i diritti, quando finalmente una legge cerca di riconoscere qualche diritto alle coppie formate da persone dello stesso sesso, ci saremmo aspettati una mobilitazione di intellettuali e attivisti a sostegno di quel riconoscimento e del principio di uguaglianza di tutte e tutti, non un appello a servizio di chi quei diritti li vuole negare”, conclude Piazzoni.

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