L’editoriale di Alessio De Giorgi: 20 anni di laicità e contro ogni vittimismo

L’editoriale di commiato del direttore “storico” di Gay.it, Alessio De Giorgi

Pur con una pausa di un annetto, ho diretto Gay.it dal lontano 6 giugno 1997, quando insieme al mio compagno di allora ed ad altri amici registrammo il dominio e lo lanciammo in quelli che erano i primi vagiti dell’internet italiana.

In questi quasi venti anni ne ho visto di cotte e di crude. Le illusioni e le delusioni della politica, l’arrivo di “Silvio”, atroci casi di omofobia ma anche qualche increscioso “fake”, il World Pride del 2000 e l’Euro Pride con Lady Gaga nel 2011, entrambi a Roma, il crescere dello straordinario fenomeno delle famiglie arcobaleno, l’arrivo delle app di dating online che hanno, più nel male che nel bene, cambiato le nostre vite. Ed ancora, il suicidio di Alfredo Ormando nel 1998, la perdita di centralità di Arcigay, l’elezione di deputati e senatori omosessuali. Vista con le scarpe logore da questo lungo cammino, è chiaro che l’approvazione della legge sulle unioni civili, della quale ormai non rimane che attendere l’applicazione, rappresenta lo straordinario punto arrivo di un lento percorso, nel quale tutti noi, chi più chi meno, abbiamo contribuito. E Gay.it, in questo, ha giocato la sua parte.

alessio-de-giorgi-matteo-renzi-796x530

Lascio quindi la direzione di Gay.it, anche se manterrò un legame come consulente editoriale e continuerò a scrivere, se ne avrò tempo: sono stato chiamato dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a far parte della sua squadra come comunicatore. A lui mi lega un rapporto di amicizia che parte dal 2011 (proprio su Gay.it pubblicammo nel 2012 una intervista “storica” che dette via a quel percorso culminato con l’approvazione del ddl Cirinnà), oltre che la profonda stima per una persona che sta tentando di cambiare questo paese, impresa nella quale nessuno, né di destra né di sinistra, fino ad oggi è riuscito, almeno da trent’anni a questa parte.

Con successi alterni abbiamo provato, in questi anni, a raccontare l’evoluzione della nostra comunità. Sono stato spesso criticato, in questo ultimo semestre ma anche negli anni passati, per le posizioni che, singolarmente e come testata che dirigevo, abbiamo assunto. So di essere stato un direttore controverso, a tratti scomodo perché senza peli sulla lingua, ma, in fondo, il ruolo di chi fa cultura e comunicazione non può che essere questo, se non vuole limitarsi ad un piccolo quanto facile cabotaggio.

In realtà, nella direzione di Gay.it ho sempre seguito due stelle polari.

La prima è stata la laicità. Laicità questa sconosciuta in un paese che è ancora troppo sottomesso ai dettami della religione cattolica. Ma laicità questa sconosciuta anche e soprattutto (per quel che mi competeva) all’interno della comunità che volevo raccontare: laicità quindi intesa come capacità di andare oltre i nostri dogmi, le certezze che ci siamo costruiti per sopportare la difficile repressione che abbiamo subito ma che sta via via scemando, e che troppo spesso ci impedisce di accettare chi ha un pensiero divergente dal nostro. Quella laicità, insomma, che giustamente pretendiamo così tanto dagli altri, ma che raramente sappiamo applicare al nostro interno. Così negli anni come Gay.it abbiamo dato voce anche a posizioni non ufficiali, magari scomode, a volte controverse, ma che erano comunque da ascoltare e valorizzare. Qualche esempio? Quando, agli albori del berlusconismo, come società editrice ospitammo i banner dell’allora neonata Forza Italia e fummo arsi vivi da un pezzo rilevante del movimento lgbt, perché avevamo osato sfidare il dogma del nostro posizionamento a sinistra (quando non si trattava di un endorsement, ma solo di pubblicità). O quando, mesi fa, ospitammo la voce di un pubblicitàttps://www.gay.it/tag/aurelio-mancuso”>Aurelio Mancuso che, magari con metodi non così condivisibili, ammonì tutti noi dall’errore che stavamo facendo sulla questione della stepchild adoption: quello stesso errore che infatti poi ci ha portato alla “grande delusione”, cocente per molti di noi, per una legge che era privata del relativo diritto.

La seconda stella è stata la ricerca, continua ed attenta, di evitare un altro nostro grande vizio, il vittimismo, il piangersi addosso, l’incapacità di saper leggere anche con positività la realtà che ci circonda. Una certa dose di vittimismo è naturale in tutti noi, me compreso: siamo nati e cresciuti in una società che spesso non ci ha accettato, che ci ha costretto a farci in quattro per dimostrare di essere alla pari degli altri. Il vittimismo è quindi una “malattia” naturalmente figlia della repressione, che colpisce gran parte di noi, movimento lgbt compreso: un po’ come l’omofobia interiorizzata. Ma a volte non sappiamo davvero gestirlo ed incanalarlo, neppure riconoscerlo, ed a volte ci impedisce pure di leggere la realtà. Così, quello che doveva diventare una vittoria (parziale) per tutti noi, è stato presentato come un insuccesso: mi riferisco alla legge sulle unioni civili che certamente è monca della stepchild, ma che comunque anche su questo tema dà indicazioni chiare ai giudici, come le sentenze ci diranno via via. Così, qualunque critica al nostro modo di vivere la nostra vita, le nostre relazioni, le nostre associazioni, le nostre manifestazioni, o anche un semplice invito alla moderazione, alla sobrietà, alla ragionevolezza, trovano il muro di gomma di molti che urlano alla cospirazione, arrivando a teorizzare nei casi più estremi una presunta omofobia di chi scrive (sigh!).

Ora che la legge sulle unioni civili è stata finalmente approvata, ora che quell’importantissimo traguardo è stato raggiunto, si apre un ciclo completamente nuovo per la comunità lgbt: si tratterà infatti di difenderla, di farla applicare, di rilanciare le battaglie successive per la pari dignità e di raccontare, leggere ed aiutare la rivoluzione culturale che questa inevitabilmente produrrà nella società italiana ma anche all’interno della comunità gay e lesbica, che – sinceramente – non mi pare così uniformemente pronta ad usarla realmente, preferendo in certi casi più la battaglia di principio che quella che tocca concretamente le nostre vite e le nostre relazioni, il metterci in gioco nei nostri affetti ed anche il sapersi assumere delle responsabilità.

A Giuliano Federico vanno quindi i miei auguri di proficuo lavoro. Ma il pensiero mio non va solo a Giuliano ed all’enorme quanto avvincente lavoro che lo attende. Questa mia “dipartita” dall’ammiraglia dell’informazione lgbt italiana la voglio dedicare ad una persona che ci fu subito molto vicina quando, poco meno di venti anni fa, iniziammo l’avventura di Gay.it: Franco Grillini, il vero e proprio gigante della nostra comunità, cui vanno i miei sinceri ed affettuosi auguri di pronta guarigione.

Avanti Giuliano, quindi, e forza Franco! Buona vita a tutte e tutti noi.