Ira Sachs omaggiato al Lovers Film Festival di Torino: “Ma per il mio primo film europeo ho scelto il Portogallo”

Intervista al regista americano di Keep The Lights On e Love is Strange: il nuovo lavoro, il cinema gay, i diritti lgbt oggi.

Conosco Ira Sachs da più di vent’anni e sembra non solo in grado di resistere all’invecchiamento inevitabile ma essere sempre più frizzante e affettuoso. Era il 1996 quando presentò il suo esordio fassbinderiano The Delta al festival Da Sodoma a Hollywood che oggi si chiama Lovers e lo omaggia nell’annus mirabilis che lo porterà tra meno di un mese sulla prestigiosa Montée des Marches di Cannes perché il suo nuovo film, Frankie, è nella competizione ufficiale. Esperto di dinamiche famigliari (Married Life, Little Men), amori gay in età (Love is Strange), relazioni omosessuali tumultuose (Keep The Lights On), Ira ha diretto in Frankie nientemeno che la titanica Isabelle Huppert per la quale non ha che lodi.

Che cosa si prova a tornare al festival che, in un certo senso, ti ha scoperto in Europa?

Sono molto felice. È interessante essere nello stesso luogo dopo più di vent’anni e pensare a com’è cambiata la vita, come si è cambiati e camminare nelle stesse vie. Torino non è cambiata così tanto architettonicamente. Un punto di partenza interessante.

Perché per il tuo primo film europeo Frankie hai scelto Sintra, nella portoghese Extramadura, e non, per esempio, l’Italia?

Il mio cosceneggiatore Mauricio Zacharias, con cui ho scritto quattro film, è brasiliano ma la sua famiglia è portoghese. Mi parlò di Sintra. Pensavo fosse un posto abbastanza sconosciuto per girarci un film. Ci sono stato 3-4 volte prima di girare, non conoscevo la mentalità portoghese. È un posto in superficie storico con edifici fiabeschi e castelli. Può assomigliare a Firenze o Barcellona.

Mi puoi raccontare il plot di Frankie che sarà presentato in concorso a Cannes?

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Tre generazioni di una famiglia si ritrovano a Sintra. È una famiglia allargata europea: la madre è Isabelle Huppert, Brendan Gleeson interpreta il marito. C’è una crisi che riunisce questa famiglia. Il film si svolge in un unico giorno, dal mattino al pomeriggio e ogni personaggio deve rispondere alla crisi e portare la propria storia. Succedono molte cose in poco tempo.

Come hai scelto una stella gigante come Isabelle Huppert?

Le ho inviato un paio di miei film e abbiamo iniziato a parlarci. Non pensavo di scrivere qualcosa apposta per lei ma la ritenevo perfetta per questo ruolo di madre di una famiglia in vacanza. L’ho scoperta in Loulou di Pialat: è molto libera, sempre affascinante da osservare. È stato meraviglioso lavorare con lei.

Anche il resto del cast è importante: ci sono Greg Kinnear, Marisa Tomei, Jérémie Renier… Con Greg e Marisa avevi già lavorato. Dimmi qualcosa di quest’ultimo…

Jérémie è un fantastico attore! È intelligente e divertente. Ma come Greg ha un lato del personaggio piuttosto cupo. C’è una scena verso la fine del film che ricorda Improvvisamente l’estate scorsa con Elisabeth Taylor e lui la risolve benissimo. È meraviglioso.

C’è qualcosa di gay o queer in Frankie?

In un certo senso, c’è qualcosa alla George Cukor: Pascal Greggory è l’ex marito gay di Isabelle Huppert.

Come mai hai cambiato il titolo da A family vacation (Una vacanza di famiglia) a Frankie?

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Nella mia testa cambio sempre i titoli, il film parla della presenza e assenza della donna, quindi mi sembrava più adatto.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi film?

Dipende dal film. Con Mauricio parliamo di cinema, di ciò che scriviamo e delle nostre vite. Questa è la strada per arrivare all’intimità nelle nostre storie che viene tradotta in diversi tipi di narrativa.

Quanto è importante il cinema europeo per la tua ispirazione?

Ho lavorato per due anni per la tv ma non funzionava, alla fine del giorno mi rendevo conto che volevo lavorare solo con chi poteva fare una conversazione seria su Chantal Akerman o Pier Paolo Pasolini. Anche Ozu per me è stato importante. È il cinema dell’ambiguità, dell’intimità, più teatrale e attento alla storia.

Anche i bambini sono importanti nel tuo cinema. È difficile dirigere attori o non attori bambini?

No, ogni attore ha qualcosa di differente, sia che sia professionista oppure no. Bisogna creare un ambiente perché possa esprimersi. La sfida consiste nel parlargli il meno possibile così non si immagina possibili risposte.

Com’è evoluto, secondo te, negli ultimi venti anni, il cinema gay?

È regredito, secondo me. Non ci sono più autori come Pasolini o Fassbinder. In termini di qualità è peggiorato. Quali autori ci sono oggi che fanno cinema queer? Téchiné, Honoré, Todd Haynes ma solo occasionalmente…