LE FATE IGNORANTI: INTERVISTA A GIANNI ROMOLI

Intervista esclusiva con Gianni Romoli, sceneggiatore e produttore delle Fate Ignoranti, che svela i retroscena del film: lo sapevate, ad esempio, che è tratto da una storia vera?…

A un mese dalla sua uscita, Le Fate Ignoranti si è rivelato uno dei più grandi successi italiani della stagione. In un mese di programmazione è già arrivato a incassare 4 miliardi e mezzo e continua ad essere presente in tutte le città, nonostante l’arrivo della primavera che porta sempre in Italia meno persone al cinema. E’ la prima volta che un film italiano di argomento gay, non comico raggiunge un simile risultato. Dopo l’intervista al regista Ferzan Ozpetek e le chat con lui e con gli attori Gabriel Garko e Stefano Accorsi, incontriamo oggi per una chiacchierata Gianni Romoli che del film è sia lo Sceneggiatore che il Produttore.

Innanzi tutto, come ti è venuta in mente questa storia?

Veramente è venuta in mente a Ferzan. Dopo Harem Suarè, che era stato un film faticosissimo da girare in Turchia, io e la mia socia Tilde Corsi volevamo fare un altro film con lui, ma doveva essere completamente italiano. Anzi volevamo addirittura girarlo intorno all’ufficio che sta all’Ostiense, lo stesso quartiere in cui abita Ferzan, davanti a quel Gasometro che è un po’ diventato il simbolo visivo del film. E lui un giorno mi ha raccontato di una moglie tradita da un uomo con un altro uomo, storia vera di cui aveva sentito parlare o che addirittura aveva vissuto. Ma questo è poco importante, non scendiamo nel privato. Abbiamo allora iniziato io e Ferzan a costruirla insieme. E’ stato un lavoro lungo e molto difficile. Perché non è facile scrivere un film. Ed è quasi impossibile scriverne uno gay.

Credevo il contrario, visto che uno può attingere da esperienze personali. Mi spieghi meglio?

Il problema principale è che devi liberarti dalla paura di essere politically correct a tutti i costi, senza però cadere nei facili clichè a cui siamo abituati. Ma soprattutto hai paura che qualsiasi cosa tu dici o descrivi venga interpretata come rappresentativa di tutto il mondo gay. Come se l’Omosessualità fosse una sola, mentre invece esistono milioni di forme di omosessualità diverse, tante quante sono le persone omosessuali. C’è sempre il pericolo della generalizzazione: uno vede il film e pensa ‘tutti i gay sono così’! Se vedi ‘Romeo e Giulietta’ non pensi ‘tutti gli eterosessuali sono così’: non ti viene neanche in mente.

Quando invece parli di minoranze c’è sempre il pericolo che la parte venga scambiata per il tutto. C’è l’aspetto politico, che non possiamo dimenticare, anche in termini di responsabilità, ma che creativamente spesso ti schiaccia. Quindi ci terrei a dire che il film non è un film gay e sui gay, ma un film con alcuni personaggi gay.

I gay sono comunque centrali, anche se non è un film di nicchia o militante.

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Un film diventa militante secondo l’uso che ne fai e la forza di impatto che ha sia su un pubblico gay che su un pubblico etero. Questo non possiamo saperlo subito. Ce lo dirà il tempo se il film è stato positivo o negativo. Certo noi volevamo fare un film ‘mainstream’, per tutti, senza però rinunciare al nostro punto di vista che ovviamente non può essere omofobo.

Fino al punto di dare una visione troppo idealistica della comunità gay?

Non penso proprio. Molti hanno visto nel film un recupero del senso di comunità degli anni ’70 che non esiste più. Ma si sbagliano: allora era teorizzato e di moda. Ora non lo è più, ma esiste ancora. Basta pensare a tutta la solidarietà della collettività omosessuale nei confronti dei malati di AIDS, per esempio. E poi le grandi tavolate non sono solo una esperienza personale o politica, ma anche una tradizione di tutta la cultura meridionale e mediterranea in particolare. E poi quale visione idilliaca? I personaggi nel film se ne dicono di tutti i colori, mentono spudoratamente, hanno casini sentimentali e paura dei legami duraturi. Forse l’unico valore inattaccabile che gli appartiene è proprio quello dell’amicizia, che puoi chiamare anche ‘senso della comunità’. Semmai la provocazione è un’altra.

E quale? Non mi tenere sulle spine…

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L’assoluta ‘normalità’ di quel gruppo. Quando Michele dice che il suo ipotetico innamoramento per Antonia è una forma di ‘nostalgia per una piccola, banale vita normale’, Serra gli risponde: ‘ma quella ce l’hai già, non ti illudere!".

Insomma la trasgressione ormai non sta più nei comportamenti sessuali, semmai in quelli sentimentali, per colpa della rigidità di chiudersi in codici sempre più stretti e limitanti. Ormai la divisione non è solo tra etero e omo. Anche all’interno del mondo gay, ci sono troppi sottogeneri: orsi, sadomaso, leather, cloni, bottom, top…

E capisco come il riconoscimento e l’affermazione del proprio ‘particolare’ piacere siano stati una conquista e una liberazione, ma ormai non si riesce più ad uscire da quelle specializzazioni. Se a qualcuno piace farsi tirare le orecchie ormai arriva al punto di cercare solo tiratori di orecchie e non persone. Ma questo è un altro discorso, troppo lungo…

Allora cambio completamente argomento. Secondo te, quanto ha inciso la sponsorizzazione di Gay. It sul successo del film?

Non lo so, come faccio a saperlo? Mi sarei dovuto mettere fuori del cinema e chiedere a tutti se avevano avuto notizia del film da Gay. It. A parte gli scherzi, penso che la sponsorizzazione sia stata molto importante e non solo dal punto di vista pubblicitario. Intanto è stata la prima pubblicità di tipo omosessuale fatta da una grande azienda importante come la MEDUSA, che non è specificatamente gay-friendly. E poi credo che proprio Gay.It possa avere un ruolo fondamentale nella sensibilizzazione della comunità gay nei confronti di tutte le forme culturali e artistiche che li riguardano. Diciamo la verità – e mi scuso per la generalizzazione – ma i gay italiani sono più ballerini che lettori o spettatori. In Francia, in Germania, in America, insomma quasi dappertutto tranne che in Italia se esce un romanzo gay o di scrittore gay quasi tutta la comunità lo sa, lo compra e lo legge. E così per i film, gli spettacoli eccetera. In Italia molto meno. Quante volte mi è capitato di andare alla prima di un film gay o lesbico e non c’era traccia di gay in platea. Arrivavano dopo una o due settimane, se arrivavano. Con Gay.it ci può essere o forse ci è già stata una inversione di tendenza. Penso al successo immediato di ‘Seconda Pelle’ o ‘Krampack’ che immediatamente hanno trovato un pubblico gay.

Secondo me molto grazie a Gay.it. Con LE FATE IGNORANTI sarà stato lo stesso, anche se ormai è un successo generalizzato.

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E’ stato difficile trovare i soldi per produrre il film? L’argomento è ancora un tabù?

Certo. Chi ti dà i soldi vuole rifarli, guadagnandoci. E un film sui gay sembra rimunerativo solo se fanno ridere. O almeno sembrava. Forse il successo del nostro film potrebbe rendere più facile la produzione di prossimi film di argomento gay. Stiamo diventando ‘un precedente’. E questo – anche se il film non ha avuto critiche meravigliose in Italia (all’estero sì, ed è molto venduto), suscita polemiche anche tra i gay (evviva il dibattito!) – mi sembra un ottimo risultato.

di Rocco Messere