Tutta questa inutile bellezza: siamo stati al concerto di Carmen Consoli ed Elvis Costello

Siamo stati alla data milanese del minitour di Carmen Consoli ed Elvis Costello: ecco com’è andata la serata

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Tutta questa inutile bellezza: siamo stati al concerto di Carmen Consoli ed Elvis Costello - Carmen Consoli - Gay.it
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Sotto il cielo della superluna, nel cuore della blunotte, ieri sera al Castello Sforzesco è successa una magia: Carmen Consoli ed Elvis Costello hanno diviso il palcoscenico e le voci, i fiati e i repertori per regalare a Milano una delle sue serate più belle. Tre ore di concerto velocissime e lievi, che hanno mescolato rock e folk, impastato idiomi e parole in un carosello indimenticabile. Questo esperimento ha un’origine antichissima: i due musicisti si incontrano diversi anni fa al Roxy Bar di Red Ronnie, quando Costello rimane subito incantato dal rock poetico della cantantessa. Qualche anno più tardi, poi, lei porta il suo Eva contro Eva in tour fino a New York, lui corre a sentirla, va a salutarla in camerino e il giorno dopo la elogia sulle colonne del principale quotidiano americano. Oggi, quasi vent’anni più tardi, Elvis e Carmen si incontrano in Italia – Roma, Palermo, Milano – per suggellare una comunione d’anima e di voci rara. Noi di Gay.it siamo andati a sentirli. 

Eccola Carmen: sale sul palco da sola, abbracciata alla sua chitarra classica, sorride e si guarda i piedi, saluta poi intona subito Volevo fare la rockstar title-track del suo album più recente – che è un’autentica dichiarazione d’intenti, un tuffo nel passato e una traversata a dorso verso gli occhi della Consoli piccina, la bambina di San Giovanni La Punta che studiava alle Orsoline e voleva capire il mondo. Quella bambina dal volto impertinente che poi rockstar lo è diventata davvero. Segue Bonsai #2, un mantra eseguito a cappella, all’unisono con il suo pubblico. Un canto ancestrale, che non è altro che un inno rovesciato: oderc ni em, ovvero credo in me, credo nel mio amore. Con In bianco e nero, Amore di plastica, Parole di burro Fiori d’arancio, Consoli rispolvera le sue hit più celebri. Intanto noi, sedutə, cantiamo e applaudiamo, sorridiamo e tamburelliamo le dita. Carmen ci avvolge con la sua voce di margarina e tamarindo e poi ci allontana – ma solo per invitare a un ascolto più attento – con quella sintassi sempre sdrucciola e bisdrucciola, e gli avverbi che si affastellano, gli aggettivi che si inseguono. È vestita d’organza verdazzurra e sembra insieme una rocker e una santa, la Madonna delle Milizie e insieme PJ Harvey. Canta gli stupri – Mio zio è l’interpretazione più riuscita della serata – e la Sicilia, gli orrori della Storia e la mitologia, ricorda suo padre e cita il figlio. È una mamma, Carmen Consoli, e un’intellettuale. È una paroliera e una musicista, questa donna di fuoco e mare, è un’ancella e una rivoltosa, una femminista e una cantastorie, una regina e una bestia. Un po’ Goliarda Sapienza e un po’ Joan Baez, un po’ Janis Joplin e un po’ Rosa Balistreri, Consoli è l’unica erede di Pirandello e Battiato, la cantautrice che più di tutte ha lasciato un segno nella musica del nostro paese, aprendo la strada e dettando nuove regole, inventando un linguaggio, un modo di stare sul palco, un modo di stare nella musica, di abitare le parole e la propria arte. E così oggi, sulla soglia dei cinquant’anni, si offre al pubblico risolta e cosciente: può cantare tutto e far cantare tutto, rimanendo comunque fedele a sé stessa. La scaletta prosegue con Una domenica al marePioggia d’Aprile e L’ultimo bacioQui, mentre tuttə tiriamo il fiato, lei canta del vento e il vento inizia a soffiare. Ha la malìa nella voce: fa gli incantesimi, stravolge i destini. Carmen lancia i plettri e si spettina, si riaggiusta e tiene il ritmo con i pugni, cambia chitarra – prima una, poi un’altra e un’altra ancora, sono quattro in tutto – e scherza con i musicisti, che nel frattempo l’hanno raggiunta sul palco. Canta Blunotte, il suo capolavoro, e poi omaggia la sua terra e la sua voce più bella, la già citata Rosa Balistreri. Con un medley tutto siciliano di Buttana di to ma’, Rosa canta e cunta e A’ Finestra saluta e lascia il palco a Elvis Costello.

Classe 1954, Costello è una leggenda vivente e uno dei cento artisti musicali più influenti della storia. In oltre quarantasei anni di carriera, Elvis ha spaziato dal punk degli albori al rock più puro, poi ancora al folk e alla black music senza – proprio come Carmen Consoli – abbandonare mai la sua personalissima cifra, che mescola l’ironia alla furia, l’amore alla violenza. Sale sul palco di nero vestito, saluta e scherza da bravo istrione, canta seduto e poi in piedi con la prossemica del crooner consumato. Ad accompagnarlo c’è il fido Steve Nieve, il pianista di sempre, che lo segue nell’andamento tutto blues di una voce ancora bellissima, una voce di liquirizia e Tanqueray. Canta Accidents will happen ed emoziona con Alison, poi confessa di non saper scrivere di amori che non siano storti o sghimbilesci – crooked, dice – e subito omaggia l’amico Burt Bacharach. Fa muovere i fianchi con la frizzantissima Like Licorice on your tongue ed emoziona con il personale tributo a Domenico Modugno. Così mischia la dolente Dio, come ti amo ad Almost Blue e saluta con un’esecuzione di She – il brano cult di Notting Hill – imperfetta e incredibilmente potente. Ancora scherza e guarda la luna piena: «We are going to get crazy tonight», dice. «Stanotte impazziremo», dice. In effetti un po’ siamo impazzitə, vuoi per la luna o vuoi per la musica, tuttə abbiamo sorriso, lasciato per qualche ora il mondo fuori dalle mura del castello. Elvis saluta e chiede di alzarci per Carmen Consoli, che rientra tra i plausi, si accomoda, canta e si spalleggia con Costello. Si scambiano i repertori e le lingue, lui inciampa meravigliosamente nell’italiano, inverte le parole o le inventa, le recupera, le sostituisce o le omette. Lei, invece, parla un perfetto inglese e al contempo riscrive i testi di lui in italiano. Insieme ə tuttə sorridono, tuttə sorridiamo quasi senza accorgercene. Sorridiamo e canticchiamo, cerchiamo insieme il centro di gravità permanente. Con All This Useless Beauty ci avviciniamo alla fine del concerto: «cosa ce ne facciamo di tutta questa bellezza inutile?», chiede la canzone di Costello e allora Carmen risponde che non è mai inutile, la bellezza. Che ci salverà, che ci farà andare avanti, guardare oltre. Come a dire insomma: cosa ce ne facciamo di tutta questa inutile bellezza? Beh, la cantiamo. Se non possiamo farci altro, allora la cantiamo o, almeno, la guardiamo, la viviamo. La serata termina con due brani che mi sembrano contenere, pur nella loro diversità, un augurio comune: Il Pendio dell’abbandono, il brano che Consoli ha scritto insieme a Goran Bregovic, e Peace, Love & Understandingcanzone frutto della collaborazione tra Costello e i The Attractions. Da un lato, la pace, l’amore e la comprensione. Dall’altro, nelle parole di Carmen, «un vento caldo che annuncerà il risveglio di tempi migliori». Ecco, allora, a cosa serve tutta questa inutile bellezza? A immaginare un tempo migliore, a saper guardare la lucciola che dorme alla nostra finestra.

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