VERNACOLO CON MATRIMONIO GAY

Il teatro popolare è già avanti e aperta alle nozze gay. Per ridere, certo, ma senza dimenticare il valore base dell’uguaglianza. A Livorno, “Il marito der mi’ figliolo”.

LIVORNO – Da che mondo è mondo il teatro, in particolare il teatro popolare più verace e graffiante, è un occhio aperto che osserva, analizza e perché no sbeffeggia la realtà del proprio tempo, con i suoi paradossi, le sue ipocrisie, le sue svolte.

Giuseppe Pancaccini è l’autore e il regista di una nuova commedia in vernacolo livornese intitolata “Il marito der mi’ figliolo” che affronta per la prima volta il tema dei matrimoni omosessuali. La commedia torna in scena martedì 23 agosto alle 21.30 a La Caprillina, Livorno.

Pancaccini, 65enne, è un livornese che nel corso degli anni ha sempre osservato quello che succedeva nella realtà italiana, riflessa nello specchio del borgo, affrontando tantissimi argomenti di attualità. La sua prima commedia, che risale a trentacinque anni fa, trattava il tema allora caldo del divorzio e s’intitolava “Separazione alla livornese”. A questa ne sono seguite molte altre su tanti temi, dai falsi invalidi fino alle case chiuse. Abbiamo voluto sentire l’autore per chiedergli di questa sua nuova fatica dal taglio…omoaffettivo

Signor Pancaccini, ci spiega com’è nato il progetto?

L’idea mi è venuta nel 2002, quando Alessio De Giorgi e Christian Panicucci decisero con tanta trasparenza di unirsi “in matrimonio”, registrando il loro PaCS all’ambasciata francese a Roma. Io rimasi veramente colpito da questo loro voler esprimere al mondo intero il loro amore, senza nascondere niente. Seguii in quei giorni tutto quello che loro dicevano e facevano. Decisi quindi di scrivere una commedia su questo argomento, perché la Costituzione Italiana dice chiaramente che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, razza, lingua, sesso e condizioni civili. Quest’anno abbiamo provato e messo in scena il risultato del mio lavoro.

Qual’è stato il suo approccio al tema delle relazioni gay?

Essendo anche io un genitore, e avendo dei figli, ho pensato a come avrebbe reagito un genitore di fronte ad un annuncio simile da parte del figlio. Nonostante il mestiere di tanti anni è stato difficile scriverla, perché è un argomento delicato e dovevo affrontarlo attento a non urtare la sensibilità di nessuno. Senza dimenticare naturalmente che il pubblico viene per ridere e io non volevo far ridere le persone su uno che dice di voler bene ad un’altra persona. Quindi ho fatto molta attenzione, volevo accontentare il pubblico in cerca di divertimento ma al tempo stesso mettere in evidenza i valori importanti, che sono i diritti di tutti. Personalmente sono un cattolico e ci tengo alla famiglia diciamo tradizionale, però sono anche a favore di una legge per il riconoscimento delle altre coppie perché mi sembra giusto che due persone che si vogliono bene possano vivere la loro vita e farsi la loro famiglia.

Che succede nella sua commedia?

Marco (Luca D’Alesio) e Marcello (Marco Rossi) sono innamorati e vogliono sposarsi. La famiglia livornese di Marco, figlia di una cultura tollerante per natura, accetta di buon grado le decisioni del figlio, anzi la madre si da molto da fare per l’organizzazione pratica del matrimonio, dalle partecipazioni al non far mancare niente nel grande giorno. La famiglia dell’altro invece è una famiglia di Capoliveri, sono persone che vivono in un paesino dove si conoscono tutti, dove chiamano le galline per nome e dove sono tutti parenti. Loro fanno di tutto per cercare di far si che il matrimonio non avvenga e addirittura il giorno delle nozze il padre si fa anche ricoverare in ospedale in un estremo tentativo di bloccare la cerimonia… È una commedia con tanti colpi di scena.

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Questa volta non la si vede sul palco…

È la prima volta che non recito in quarant’anni, largo ai giovani. Avrei fatto volentieri l’inviato dell’ArciGay che porta un regalo, però la parte parlava di uno sposino di fresco, sposatosi in Danimarca…allora ci voleva uno giovane.

Il Vaticano tuttavia si oppone strenuamente a qualsiasi tipo di riconoscimento legale per le coppie gay, che sia PaCS o altro. Come concilia il suo essere cattolico con questo tipo di posizioni sull’argomento?

Io sono per l’amore. Mi ricordo di aver letto tempo fa un’intervista con Rosalinda Celentano che rispondeva ad una domanda sulla sua presunta omosessualità dopo che in un film aveva fatto la parte di una lesbica, e lei disse di potersi innamorare di una pianta, di una statua, di un tramonto e, perché no, magari anche di una donna. L’amore non si comanda, l’amore va avanti, due persone che hanno la giusta comprensione tra di loro possono averla a prescindere dal loro sesso.

Certamente persone con queste tendenze non devono per forza rimanere sole, l’amore prevale. Io sono cattolico, vado in chiesa, faccio la mia comunione, ma sono convinto che le cose prima o poi cambieranno, forse col prossimo Concilio… Non posso fare previsioni sui tempi naturalmente ma visto che le cose cambiano forse il prossimo pontefice o il suo successore potranno parlare anche di certe cose e muoversi verso una maggiore tolleranza. Nella nostra commedia si immagina che questo tipo di riconoscimento legale delle coppie gay sia già possibile anche in Italia. Si sa che questa è ormai una cosa esclusivamente politica, una parte è contraria e una parte è favorevole, ma se ne parla ormai nelle stanze di Montecitorio e sicuramente prima o poi andrà in porto e queste coppie verranno riconosciute come lo sono in tante altre nazioni.

Lo spettacolo Il marito der mi’ figliolo, messo in scena dalla compagnia Il Carrozzone, è in cartellone al teatro 4 Mori dal 16 al 21 aprile. Per il futuro c’è il progetto di rappresentarlo anche in altre piazze toscane.