PER NON DIMENTICARE

Per la Giornata della Memoria, un dibattito organizzato dal TorinoPride al Museo della Resistenza con documentari di Gabriella Romano e autori di libri su omosessualità e fascismo.

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TORINO – Nel film ‘Senza destino’, opera prima del grande direttore della fotografia Lajos Koltai, in uscita oggi nelle sale, il protagonista Gyuri, deportato quindicenne, una volta libero, dichiara «persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti, c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli ‘orrori’: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, e di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno». Ricordare.
Ricordare la vita per dare dignità ai morti. Per la Giornata della Memoria (forse non tutti rammentano che questa data è stata scelta nel 2000 come anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz – in realtà già quasi totalmente evacuato – da parte dell’Armata Rossa) il TorinoPride ha organizzato nel Museo della Resistenza un interessante dibattito dal titolo ‘Fascismo e omosessualità. La persecuzione degli omosessuali in Italia’.

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«È da troppo poco tempo che si discute e approfondisce questo tema – ha ricordato Enzo Cucco, coordinatore del TorinoPride – Non solo per la coltre di silenzio e imbarazzo ma anche per i ritardi della ricerca storica. Il tema della storia, in particolare quella italiana, è centrale in questo Pride. Come diceva Primo Levi: “è capitato e può ricapitare”».
«Dobbiamo far conoscere alle nuove generazioni che cosa è stato il fascismo, in tutti gli aspetti – ha proseguito Roberto Placido, vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte – La questione è rimasta molto in ombra e ora ci consente anche una riflessione sulla contemporaneità».
Marco Brunazzi, storico dell’Istituto Gaetano Salvemini, ritiene che «l’informazione storica e mediatica utilizza un punto di vista che non fa capire che cosa c’è alla base del rapporto tra il regime fascista e l’omosessualità. Nel caso italiano, più dei libri, fu un film a parlare di omosessualità: “Una giornata particolare” di Ettore Scola».

PER NON DIMENTICARE - Claudio Vercelli - Gay.it

Ma un saggio di recente uscita è pronto a colmare questo vuoto: ‘Il nemico dell’uomo nuovo. L’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista’ di Lorenzo Benadusi (Feltrinelli). «Benadusi fornisce un approccio interdisciplinare connaturato a uno studio sereno sulla sessualità – sostiene Claudio Vercelli (in foto), ricercatore dell’Istituto Salvemini nonché autore di ‘Tanti olocausti. La deportazione e l’internamento nei campi nazisti’ (Giuntina, 2005) – Ha utilizzato ben 1700 note intrecciando le varie fonti. L’elemento fortemente connotante è l’intolleranza nei confronti di ogni ‘soggettività corporea’ che emergesse dalla massa, c’era una concezione del corpo desessualizzata. Una cultura monosessuale omofobica dove il corpo doveva risultare incorruttibile. Senza storia e quindi senza eros. In questa concezione viriloide non c’era vita. Vi è un rapporto molto forte tra totalitarismo, comunità organica e de-erotizzazione della società. Ricordiamo tipiche immagini come la carne che si fonde con l’acciaio, il sangue che si sostituisce allo sperma.

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Le donne non esistono, la sensibilità femminea è un elemento di disordine: l’ordine si costruisce sulla razza. Questa omofobia cela anche una sorta di omofilia, come dimostra il film ‘Colpo di grazia’ (di Volker Schlöndorff, n.d.r.) con Margarethe Von Trotta. È molto difficile stimare quante persone sono state deportate in Germania in quanto omosessuali: la cifra di 100.000 è da prendere con beneficio d’inventario, molti finivano nella categoria ‘asociali’, soprattutto le donne. Il tasso di mortalità era molto alto, il 60 %. Si contano 9000 decessi riportati tra il 1933 e il 1945. Ricordiamo che in Germania il lesbismo non era perseguitato come lo spreco del seme per gli omosessuali maschi di cui veniva perseguitata l’omosessualità passiva, quella attiva non era considerata. Per le donne non si poneva il problema a patto che mantenessero una cerca riservatezza. I casi di travestitismo di solito non venivano riportati».

PER NON DIMENTICARE - Nicola tranfaglia - Gay.it

«Il libro di Benadusi apre nuove strade – conferma il docente Nicola Tranfaglia – ha avuto una grande capacità di utilizzare fonti diverse. Per esempio Hitler giustifica la cosiddetta notte dei lunghi coltelli con la questione omosessuale ma in realtà era uno strumento per far accettare la strage che avvenne. Le conseguenze delle persecuzioni sono incomparabili dal punto di vista quantitativo con ciò che avvenne da noi: in Italia non c’è mai stato un episodio come quello della Rosa Bianca a Monaco in cui vennero decapitati venti giovani. In Italia non era necessario essere così feroci: bastava il confino e la perdita del lavoro. Mi ricordo di aver bisticciato con Bobbio perché lui diceva che non esisteva una cultura fascista: in realtà c’era, in senso antropologico, si trattava di un dittatura più raffinata di quanto si pensasse, fatta su misura per il popolo italiano. L’ambizione era quella di migliorare la razza umana. Riguardo all’omosessualità si aggira la questione: il regime vuole fare in modo che se ne parli il meno possibile. Il numero di gay mandati al confino era basso. Nel libro di Benadusi si parla della presunta omosessualità del principe Umberto e dei segretari fascisti. l’Italia non cambiò certo di colpo nel 1945, anzi, il Codice Rocco, che era molto autoritario, dura fino agli anni Ottanta, con casi di confino documentati nel ’72 e nel ’73. Negli Anni Cinquanta, dopotutto, ci fu la dittatura dei preti. Il problema della continuità è fortissimo: il Codice Rocco veniva applicato da una magistratura cresciuta ai tempi del fascismo. I primi quattro questori di Roma fino al ’60 erano tutti ispettori dell’Ovra (Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo, n.d.r.)».

PER NON DIMENTICARE - lorenzo benadusi - Gay.it

«Nel totalitarismo c’era la pretesa di entrare nell’ambito della vita privata delle persone – spiega l’autore Lorenzo Benadusi – In ‘Una giornata particolare’ c’è una bella battuta di Mastroianni: ‘Non è l’inquilino del quarto piano che ce l’ha col fascismo ma il fascismo ce l’ha con l’individuo del quarto piano’. Per antonomasia i fascisti non possono essere omosessuali. Il tentativo fu di negare l’esistenza dell’omosessualità. Ricordiamo il caso dello squadrista e teppista gay Ottone Rosai che fu coinvolto dalla retata della polizia avvenuta nel ’38 a Firenze: non subì alcuna punizione perché robusto e virile. Comisso visse in campagna per non rischiare. De Pisis, pittore stravagante che andava in giro con un pappagallo sulla spalla e vestiva con pizzi e merletti, fu arrestato per aver organizzato una festa con giovani a Venezia per la liberazione. Nel ’72 un caso di confino avvenuto in Emilia Romagna aveva questa motivazione: ‘l’aria fresca di montagna può guarirlo’. In tutto i casi di confini certificati sono circa 90, di confino comune 300 di cui 200 solo a Ustica e Favignana, ma è una cifra molto sottostimata. Difficile poi quantificare gli arrestati per oltraggio al pudore. Inoltre è poco studiato il manicomio come forma repressiva, la motivazione era ‘isteria’».

PER NON DIMENTICARE - Gabriella Romano - Gay.it

La regista Gabriella Romano ha infine presentato due suoi interessanti documentari, ‘Ricordare’ e ‘L’altro ieri’. «La realtà che emerge dai miei lavori autoprodotti è che pochi testimoni hanno accettato di farsi intervistare e tutti in maniera anonima. Sono storie ordinarie e non eroiche. Narrano la mia esperienza personale di incontro con questa generazione. I silenzi, le assenze e i vuoti sono più importanti delle parole». Nel primo, dedicato all’omosessualità maschile, si enfatizza l’estrema difficoltà di trovare testimonianze nel sud Italia (e quando l’autrice convince a pagamento un travestito detto ‘La Pollera’ scopre che è ricoverato in un ospizio e non ha più la forza né la volontà di ricordare il passato) mentre un ottuagenario ripercorre il confino ad Ustica quasi con affetto «perché adoro il mare» anche se «venivamo chiusi tutti i giorni alle 16 in inverno e alle 18 in estate». Nel secondo cinque lesbiche descrivono il clima dell’epoca con immagini di repertorio tratto da materiale di propaganda fascista tra cui un’anziana che ricorda un processo avvenuto nel ’33 per due ragazze sorprese a baciarsi in un campo di grano. Come riporta l’esergo di ‘Ricordare’: “Ogni narrazione storica è un fascio di silenzi”.
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