Pose, serie epocale che ha chiuso con la sua “peggiore” stagione

7 puntate segnate da una scrittura forzata, nello sviluppo di una trama troppo spesso poco credibile e a cavallo di emozioni cercate con insistenza.

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Ci sarà sempre un “prima Pose” e un “dopo Pose”. Perché Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals hanno realizzato qualcosa di mai visto prima sul piccolo schermo, quando nel 2018 la prima stagione della serie sbarcò su FX. Priva di attori conosciuti, se non quel Evan Peters presto abbandonato, Pose mostrò al mondo personaggi fino ad allora quasi mai raccontati, se non da Jill Soloway nella pluri-premiata Transparent. Ma in quel caso negli abiti della protagonista Maura Pfefferman, donna over 60 MtoF, c’era un uomo eterosessuale cisgender, Jeffrey Tambor. Con Pose, invece, Murphy, Falchuk e Canals hanno voluto e ingaggiato solo attrici transgender, dando vita ad una rappresentazione mai tanto realmente inclusiva. Hollywood si è finalmente resa conto che a raccontare storie di transizione devono essere persone transgender. Che tutto ciò non è solo possibile ma doveroso. Grazie a Pose, probabilmente non vedremo mai più attori e attrici eterosessuali cisgender interpretare personaggi transgender sul grande schermo, vincendo Oscar come accaduto in passato a Hilary Swank e Jared Leto.

– ATTENZIONE SPOILER –

Lo scorso weekend la terza e ultima stagione di Pose, attesissima, è finalmente arrivata su Netflix, dopo aver vinto 3 Emmy ‘tecnici’ ed essere entrata nella storia grazie alla candidatura di MJ Rodriguez, prima donna transgender a strappare una nomination come miglior attrice drama.

7 lunghe puntate per chiudere una trama iniziata nel 1987 a New York. 7 lunghe puntate segnate da una scrittura forzata, nello sviluppo di una trama troppo spesso poco credibile e a cavallo di emozioni cercate con insistenza. Assistiamo così all’arricchimento repentino della sublime Elektra, ‘strega cattiva’ dal cuore d’oro interpretata da Dominique Jackson, milionaria dal giorno alla notte grazie alla mafia italiana. La stessa Elektra, neanche a dirlo cacciata di casa e ripudiata dalla mamma transfobica, che dopo aver nascosto per anni un cadavere in un baule se ne disfa con sconcertante facilità. Vediamo tramutarsi in realtà il matrimonio impossibile tra Angel e Lil Papi. Lei donna transgender, con i documenti ufficiali che la considerano ancora uomo, lui segnato da una paternità passata emersa all’improvviso. Risultato? Angel moglie e madre con uno schiocco di dita, dopo una cerimonia ufficiale da fiaba Disney a dir poco surreale nella sua scarsa credibilità. Scopriamo il passato di Pray Tell, da anni malato di AIDS, con pochi mesi di vita davanti a sè e di ritorno nella piccola città natale, dove un ex mai più visto per decenni, ora sacerdote, sposato e con figli, perde la testa nel solo rivederlo, tanto dall’ipotizzare di lasciare tutto e tutti pur di stare anche solo pochi mesi al suo fianco. Lo stesso Pray Tell, che i medici davano per spacciato visto lo stato avanzato della malattia, migliora sensibilmente dopo essere entrato in uno studio avanzato con nuovi farmaci sperimentali, mentre Blanca, sieropositiva da anni, non mostra mai alcun sintomo,  diventa ufficialmente infermiera e vive felicemente la sua esistenza di coppia con l’amato.

Sullo sfondo un simpatico perculo a Sex and the City e alla totale assenza di donne afroamericane nella serie HBO, e le iniziative degli attivisti Act Up contro le case farmaceutiche in stile 120 battiti al minuto, ma Murphy, Falchuk e Canals sembrano quasi scimmiottare il capolavoro firmato Robin Campillo, Queer Palm e Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes 2017, sommergendolo di lacrime a buon mercato, di emozioni non solo cercate ma il più delle volte aizzate, lasciando in disparte ciò che solitamente viene definita ‘verosimiglianza’. La tipica americanata che proprio non riesce a sfuggire al cosiddetto lieto fine, a differenza di quell’It’s a Sin, meraviglia seriale firmata Russell T Davies, che nasce e muore in 5 puntate, senza alcuna possibilità di tornare in onda con nuove stagioni. Perché a volte è necessario fermarsi prima, una volta raggiunto l’apice, evitando di chiudere rotolando giù pesantemente, dopo essere stati ingolositi da critiche positive, nomination, tanti soldi e ingordi fan che non vorrebbero mai privarsi di quei personaggi tanto amati.

Pose 2 chiudeva in modo ineccepibile, con Blanca al cospetto di 3 nuovi e potenziali giovani ‘figli’, dopo aver salutato quelli storici. Evidentemente autori e produttori dubitavano di una possibile conferma, poi arrivata a grande richiesta. Ma sarebbe bastato mantenersi sulla linea narrativa ed emotiva delle prime due stagioni, senza necessariamente cedere a conclusione smielate, che onestamente cozzano con la realtà vissuta dalla comunità transgender nella metà degli anni ’90 a New York. Per tutto il resto, ovviamente, c’è sempre Paris Is Burning di Jennie Livingston, capolavoro documentaristico del 1990 da cui Pose ha dichiaratamente tratto ispirazione.

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